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Ambasciator che pena

È di un paio di giorni fa la notizia dell’uccisione di Chriss Stevens, ambasciatore americano di istanza a Bengasi. Fin qui nulla di strano, se fossi libico quasi quasi sarei incazzato anch’io con lo Zio Sam e i suoi nipotini. L’atto di violenza non trova, però, radice nella “discutibile” politica estera statunitense che al paese nordafricano è costata tanto in termini sia economici (in Libia prima del recente conflitto, c’erano un milione di lavoratori immigrati, indice di un’economia piuttosto sana), sia culturali (Gheddafi era sì un dittatore, ma uno di quelli in salsa laica, uno di quelli che, come Saddam Hussein, hanno osteggiato fortemente l’integralismo religioso promuovendo la progressiva separazione del potere temporale da quello politico). Come spesso accade e continua ad accadere nei paesi a maggioranza mussulmana (Iran,  Iraq, Siria, Egitto), una volta destituito il regnante, degenera il fanatismo.
Il casus belli relativo ai disordini libici, che fanno eco ai simili eventi verificatisi qualche giorno prima in Egitto, è imputabile, incredibile a dirlo, all’uscita di una controversa pellicola. Proprio così, un film il cui regista sembrerebbe essere un israeliano con passaporto statunitense e che tratta l’evidentemente vietato argomento della biografia di Maometto, unico (e innominabile) profeta islamico.
L’islam non perde quindi occasione per prendersi troppo sul serio, bollando come blasfemo tutto ciò che si dimostra, a parer dell’imam di turno, non ossequioso del profeta o di Allah. 
Libertà di Opinione, Parola, Pensiero e Stampa perdono qualsiasi presunto valore e si sospendono (ove riconosciuti) ogni qualvolta dèi e profeti dell’Islam vengono offesi o indebitamente citati. Persino un dichiarato laicista come Gheddafi dovette calare le braghe, schierandosi con i fanatici contestatori, quando, nel 2006, il casus belli fu la maglietta di Calderoli raffigurante la caricatura satirica di Maometto pubblicata qualche mese prima da un settimanale danese.
Con tutte le buone ragioni che i paesi nordafricani potrebbero avere per dichiarare guerra (o guerriglia) all’Occidente, con tutti i rancori storicamente giustificabili, il pretesto della violenza non è quasi mai politico, bensì culturale. E allora non vergognamoci di dirlo! Cultura Islamica e Occidentale non sono compatibili. E si badi che parlo di cultura Islamica e Occidentale, non di Islam e Cristianesimo. Non sono certo i valori cristiani a essere in netto conflitto con l’oscurantismo teologico e teocratico che da sempre contraddistingue la cultura Islamica, bensì quelli illuministi, secolaristi, libertari, pluralisti, laici e progressisti, sviluppatosi principalmente in Europa nonostante l’egemonia cristiana (non grazie ad essa). Se non siete d’accordo leggetevi le dichiarazioni della “Santa Sede”:

(AGI) CdV – La Santa Sede condanna “la violenza inaccettabile” che e’ costata la vita a due funzionari del consolato statunitense a Bengasi, ma anche “le ingiustificate violenze” che l’hanno scatenata. “Il rispetto profondo per le credenze, i testi, i grandi personaggi e i simboli delle diverse religioni – afferma il portavoce del Papa, padre Federico Lombardi – e’ una premessa essenziale della convivenza pacifica dei popoli”.15:11 12 SET 2012

Secondo i porporati, mi pare d’intendere, violenza è stata quella dei libici nei confronti dell’ambasciata americana ma violenza è stata anche la produzione, la distribuzione e la proiezione del film. Secondo il portavoce del Papa, infatti, “il rispetto profondo per le credenze, i testi, i grandi personaggi e i simboli delle diverse religioni è una premessa essenziale della convivenza pacifica dei popoli.” 
Non so voi ma io intravedo un: “Va bene la libertà di espressione, però…
E quì Mons. Federico Lombardi conferma quanto sopra affermato: nessuna incompatibilità tra l’oscurantismo e la censura teocratica islamica e la Chiesa Cattolica Apostolica Romana sopratutto se a venir messi in discussione sono divinità monoteistiche e presunti profeti.
Per quanto riguarda gli americani, vorrei ricordare loro che se la sono proprio cercata, loro (e i francesi) hanno armato e aiutato i rivoltosi che hanno fatto la festa al Ra’is libico, lo stesso Stevens esultò quando seppe della sua morte. Ora gli stessi rivoltosi la festa l’hanno fatta all’Ambasciatore americano. Obama ha già annunciato che le violenze a danno delle ambasciate americane non resteranno impunite, ora cosa vogliono fare? Destituire il lo stesso Governo fantoccio che hanno messo in piedi?
Riguardo al film “incriminato”, almeno a giudicare dal trailer si tratta di una produzione scadente, quasi amatoriale, sfondi digitali low cost, un cast di dilettanti e pessimi costumi, trucchi e scenografie. Maometto viene dipinto come un folle, un visionario e un donnaiolo, una sorta di Joseph Smith nordafricano.
Tornando alle dichiarazioni assurde, il Segretario di Stato Americano, Hillary Clinton ha affermato: «Film su Maometto riprovevole, nulla a che vedere con noi»
Pur condividendo, anche se per ragioni diverse dalle sue, la prima valutazione, mi chiedo cosa intendesse Hillary con “nulla a che vedere con noi“. Ce lo spiegheranno… Resta che anche questa volta pochissime istituzioni e personaggi pubblici si sono schierati dalla parte della libertà di espressione preferendo scandalizzarsi per le “ingiustificabili offese ad un religione millenaria e di pace quale l’Islam“.
A quanti altre assurdità e violenze dovremmo assistere prima di capire che una società ultratecnologica e secolarizzata come la nostra non può convivere con società che si rifiutano di accettare valori che da tempo diamo per scontati come la libertà di espressione? Società e culture politicamente basate su un modello amministrativo e giuridico vecchio più di mille anni, dove ogni barlume di secolarismo si è dovuto imporre  forzatamente dall’alto e che si è puntualmente spento una volta cessata l’influenza del regnante laicista. Quando i millantati eredi della rivoluzione francese e dell’illuminismo capiranno il rischio che l’Islam rappresenta per le libertà individuali tanto duramente conquistate.

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