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8×1000 alle moschee, ecco perché D’Alema è ignorante sull’Islam e sulla Costituzione italiana

Egregio Direttore, ieri l’ex Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, intervistato su Radio Anch’io, ha lanciato l’idea di istituire l’8×1000 anche per i musulmani affinché possano avere risorse proprie e costruire moschee. Questo, secondo il politico, aiuterebbe la formazione di un’Islam europeo più moderato perché lontano dai fondamentalismi “d’importazione”.

Forse l’Onorevole è voluto entrare a gamba tesa agli onori della cronaca lasciandosi trainare da tematiche che in questi giorni ricevono particolari attenzioni: l’Islam in Europa e il terrorismo di matrice islamista. Il personaggio vanta un curriculum di tutto rispetto: è stato Presidente del Consiglio, Ministro degli Esteri, Europarlamentare e Presidente del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR), oggi è Presidente della Foundation of European Progressive Studies e della Fondazione di cultura politica Italianieuropei. Paradossalmente, la reputazione del politico ne esce meno compromessa se maliziosamente si pensa ad una forma di sciacallaggio politico, perché se le proposte da lui avanzate fossero qualcosa più di una boutade, queste tradirebbero una pericolosa ignoranza da parte dell’ex deputato sia sull’Islam sia sulla Costituzione italiana.

Andiamo per gradi.

1. Solo chi ha siglato l’intesa con lo Stato può ricevere l’8×1000. Lo dice la Costituzione

cittadinanza-e-costituzione-parte-iv-18-728Come D’Alema dovrebbe sapere, l’8 per mille viene riconosciuto a quelle confessioni religiose che hanno siglato un’intesa con lo Stato (art.8 della Costituzione), e tale intesa deve essere ratificata dal Parlamento. I testimoni di Geova, per esempio, hanno siglato l’Intesa con il Governo ma tale documento non è mai stato ratificato dal Parlamento e questo impedisce loro di spartirsi l’8×1000. Nell’obbiettivo di raggiungere questa Intesa e mettere le mani sul gruzzolo dell’8×1000, l’Islam è molto più indietro della Congregazione dei Testimoni di Geova. Sono anni che Governi e Organizzazioni islamiche si siedono ad un tavolo nel tentativo di trovare la quadra e siglare questa intesa ma vuoi per le rivalità interne all’islam italiano, vuoi per il fatto che trovare un interlocutore unico che parli a nome dell’Islam è un problema vecchio quanto l’Islam stesso, vuoi perché il sistema legale insito nella dottrina islamica cozza con l’ordinamento costituzionale italiano, questa intesa, salvo colpi di scena, non si può fare.

2. Non serve l’8×1000 per finanziare le moschee con soldi pubblici

Sponsorizzare la costruzione di moschee con soldi pubblici è una scelta senza dubbio discutibile ma tecnicamente è già possibile. Lo si può fare attraverso gli oneri di urbanizzazione secondaria di cui dispongono i comuni. Paradosso dei paradossi, grazie alla conveniente interpretazione di alcuni magistrati, si possono finanziare anche gli edifici dei culti che non hanno siglato l’intesa.

3. Il cosiddetto Islam europeo non è più moderato e tollerante di quello d’importazione

PIC BY DAVID NEW-8/7/2011-JAMAAL UDDIN OF 'MUSLIMS AGAINST CRUSADES' DECLARES A PART OF LEYTON UNDER 'SHARIAH LAW'. BEHIND HIM IS THE DEFUNCT OLIVER TWIST PUB, MUSLIMS BEING AGAINST ALCOHOL CONSUMPTION.

Le moschee finanziate e quindi controllate da Governi esteri (vedi la mosche saudita di Roma e quella qatariota di Ravenna) sono indubbiamente un problema ma non è assolutamente detto che il radicalismo sia necessariamente d’importazione. La Gran Bretagna che può contate migliaia di moschee “indipendenti” non è un paese che importa estremismo. Lo esporta. Parlo di decine di teologi musulmani nati e cresciuti oltremanica che viaggiano in giro per il mondo a diffondere il verbo di Maometto. In un contesto ormai multiculturale come quello europeo, (e questo D’Alema dovrebbe saperlo) le differenze si polarizzano, ne consegue che un musulmano europeo (che vive in una società che non celebra particolarmente i valori dell’Islam) è più praticante e ortodosso e meno elastico e tollerante rispetto ad un musulmano nato, cresciuto e rimasto in Marocco. Siamo nel 2016, le idee (anche quelle pessime e pericolose) viaggiano liberamente ovunque. Le ragioni alla base della violenza perpetrata in nome di Allah sono da ricercare nei testi sacri all’Islam e nella biografia di Maometto, un grande saggio ma anche un violento conquistatore che rappresenta un modello da imitare per più di un miliardo di musulmani.
In Italia le comunità islamiche, almeno per ora, sono poco organizzate e molto frammentate tra di loro. In Italia si contano poche, pochissime moschee rispetto agli altri stati europei. In Italia il radicalismo islamico è molto meno sviluppato e diffuso rispetto a molti altri stati europei. Anziché seguire le orme di chi è finito nel baratro del terrorismo islamico, sarebbe il caso di ragionare su cosa in Italia stia (forse accidentalmente) funzionando meglio rispetto al resto d’Europa.
Un’Islam riconosciuto, finanziato e istituzionalizzato rappresenta davvero un antidoto alla violenza?

La cronaca suggerisce di no.
#dalemaakbar

La strage di Bruxelles e i “vantaggi” del martirio

Vi siete mai chiesti per quale ragione i terroristi islamisti tendono con regolarità a non sopravvivere ai propri attentati? Spesso di tratta di attentati dove il “sacrificio” dell’attentatore è assolutamente superfluo. Una borsa abbandonata in stazione o in aeroporto è, in termini di vittime, altrettanto efficacie senza contare che una borsa è assai meno sospetta di un barbuto dalla pelle ambrata, visibilmente nervoso che strilla Allahuakbar (Allah è il più grande).Anche quando non si tratta di attentati esplosivi (es. Bataclan) gli assassini maomettani sono disposti e intenzionati a lasciarci la pelle. Ho sempre trovato l’uso del termine “Kamikaze” estremamente forviante: i kamikaze giapponesi erano ben lieti di morire per l’impero; essi si buttavano in picchiata sulle navi statunitensi allo scopo di affondarle con il potenziale esplosivo di un solo aereo. Alcuni di essi si facevano addirittura amputare le gambe per poter trasportare a bordo più esplosivo. Va precisato però che i martiri dell’impero giapponese erano soldati che uccidevano altri soldati, puntare civili al solo scopo di ucciderli non avrebbe avuto alcun senso sul piano bellico. Il martirio in quel caso era il mezzo attraverso il quale, danneggiando se stessi, si danneggiava in misura maggiore il nemico. Se i giapponesi avessero escogitato una strategia bellica altrettanto efficace che non richiedesse il sacrificio di un pilota ben addestrato, sarebbero stati ben lieti di adottarlo. Anche perché un pilota ben addestrato è riutilizzabile in più attacchi.

suicidebomber

Gli attentatori suicidi dei giorni nostri son ben altro. Si tratta di persone il cui obbiettivo finale è il paradiso islamico, ampiamente descritto con dovizia di particolari da Allah nel Corano e dagli hadith relativi ai detti di Maometto.

BurialConsiderate che, per la religione islamica, la sepoltura è una questione molto seria:
  • Al defunto sono chiusi gli occhi e bloccate le mascelle
  • È lavato da familiari o amici intimi con acqua e sapone
  • Si espellono i liquidi residui presenti nello stomaco.
  • La pulizia del corpo procede dalla testa verso la parte superiore destra, poi quella superiore sinistra, dopo il lato inferiore destro poi quello inferiore sinistro.
  • Il lavaggio si ripete un numero dispari di volte, l’ultima volta si aggiunge canfora o qualche profumo.
  • Il corpo è avvolto in un sudario bianco di stoffa semplice, fatto da tre lenzuoli per gli uomini e cinque per le donne.
  • un musulmano non può essere sepolto nel cimitero di non musulmani, né i non musulmani possono essere sepolti in un cimitero islamico
  • Il defunto è posizionato con delicatezza sottoterra su un fianco, con la testa orientata verso la Città Santa della Mecca;
  • la vedova del defunto deve osservare un lutto di 4 mesi e 10 giorni e durante i quali non le è consentito risposarsi, uscire da casa, indossare vestiti o gioielli decorativi.
Secondo la teologia islamica, il defunto “dormirà” fino al Giorno del Giudizio, nel quale, se il peso dei propri meriti sarà superiore a quello delle colpe, sarà ammesso al paradiso anziché all’infermo. Morire sulla via di Allah come martire risparmia al musulmano e ai suoi cari un sacco di grane, obblighi e incertezze sull’eternità. Il martire non necessita di essere lavato e va sepolto con gli indumenti che indossava al momento della morte. Questo per la semplice ragione che egli non dovrà aspettare il Giorno del Giudizio, andrà direttamente a spassarsela in Paradiso, condonato delle sue eventuali colpe. Le ragioni di questo trattamento di favore da parte di Allah nei confronti di chi muore nel servirlo è da ricercare nelle attitudini militari di Maometto, questi ha condotto decine di campagne militari in tutta la penisola arabica. Quale miglior incentivo per far imbracciare le armi ai musulmani se non una scorciatoia per il Paradiso. L’esenzione dagli obblighi di una degna sepoltura sono inoltre spiegabili dal risparmiare ai guerrieri la paura conseguente alla cattura e al vilipendio dei propri cadaveri da parte dei nemici.
Sul piano strategico, poter contare su miliziani votati alla morte è davvero utile. Se sopravvivono si sparticono il bottino, se muoiono anche meglio. I nemici dell’Islam si trovano invece impotenti non potendo esercitare alcun deterrente sui loro avversari. Ancora una volta il potere delle idee (in questo caso la jihad globale) riesce a sconfiggere qualsivoglia intelligence e tecnologia militare. Si parla spesso di guerre asimmetriche dove uno degli attori è meglio attrezzato dei suoi avversari, di solito si tratta di asimmetrie tecnologico-militari, ma in questo caso l’asimmetria è di tipo ideologico, un’ideologia votata alla morte vincerà sempre contro una votata alla vita, all’accoglienza e alla tolleranza.
151116-salah-abdeslam-jpo-451a_4eb42203efa28e7509d54bb815638e59.nbcnews-ux-2880-1000Quando Salah, dopo gli attentati in Francia, anziché immolarsi, si è dato alla fuga, ha perso la popolarità di cui godeva tra i jihadisti e tra i numerosi musulmani non jihadisti che simpatizzano per la causa. Non è diventato impopolare perché è sopravvissuto, lo è diventato perché, evitando di morire, ha dimostrato di aver dubitato della parola di Allah e nessun buon musulmano può macchiarsi di una simile colpa.

La giusta risposta alla strage di Charlie Hebdo

Un anno fa la redazione parigina della rivista satirica Charlie Hebdo è stata vittima di un assalto nel quale 12 persone sono state uccise.

Le ragioni di tanta violenza sono riconducibili alla pubblicazione di vignette satiriche raffiguranti Maometto, profeta dell’Islam.
Allo scopo di riaffermare il diritto alla libera espressione di pensiero, storica e importantissima conquista civile, nonché di “diluire” il rischio di ulteriori attentati a danno di giornalisti, disegnatori e redattori, siete tutti invitati pubblicare regolarmente vignette raffiguranti Maometto e a fare pressioni affinché l’appello sia raccolto anche dalle testate giornalistiche europee.

Puoi contribuire alla difesa della libertà di espressione condividendo questo video, scrivendo ai direttori dei giornali che leggi e pubblicando sui social immagini di Maometto.

Sottoscrivi la petizione online https://goo.gl/GJZ3rk

NON È L’IMAM RADICALE, È L’ISLAM!

IslamNet, un’organizazione islamica norvegese, ha ospitato la  “Conferenza di pace Scandinava”.  Con circa 4000 partecipanti, è stato il più grande meeting islamico mai organizzato nei paesi scandinavi.
Il video che state per vedere è un estratto di questa conferenza. Nessun taglio o montaggio, al video sono stati solamente aggiunti i sottotitoli in italiano.

Questo e altri video sono liberamente visualizzabili sul canale youtube di IslamNet. I DIALOGHI SONO AGGHIACCIANTI!

Questa organizzazione, in nessun caso ha supportato il terrorismo. Anzi, il web è pieno di video dove il sapiente Haitham Al-Haddad delegittima l’ISIS e il Califfo.

L’opinione pubblica occidentale pensa che di pericoloso ci sia solo il cosiddetto l’estremismo non realizzando che anche la versione più pacifica e dialogante della dottrina islamica contiene regole e valori molto pericolosi.

In un sistema democratico, l’opinione e, di conseguenza, il voto di un islamista (immigrato o convertito) vale come quello di un comune cittadino.

La palese incompatibilità tra un sistema democratico e liberale e la teocrazia che molti musulmani vorrebbero introdurre, dovrebbero spingerci a elaborare contromisure per contrastare la diffusione di pericolose ideologie come l’Islam.

Nelle stragi di Parigi, la disfatta dell’ISIS

Questa volta non si tratta di pochi lupi solitari che se la prendono con i vignettisti di Charlie Hebdo. In quel caso si trattava di un attacco ai valori occidentali che gli stessi europei spesso sviliscono e rinnegano, in ossequio ad un relativismo multiculturale. Questa volta è diversa! Per organizzare i numerosi attacchi messi a segno nel cuore della Francia, è stato necessario un grande coordinamento, armi, esplosivi, forse persino intelligence, il tipo di supporto che solo uno Stato può fornire. Questa volta è stata la dichiarazione di guerra di uno Stato nei confronti di un altro Stato. Poco importa che il Califfato islamico non sia riconosciuto a livello internazionale, lo Stato Islamico è uno Stato a tutti gli effetti. Ha una legge, la sharia, una gestione piramidale del potere, tasse, burocrazia, dipendenti, persino un ufficio relazioni con il pubblico ma soprattutto ha una visione politica, propaganda, obiettivi e strategie. A differenza di Al Qaeda che concentrava i suoi sforzi contro gli USA e altri obbiettivi occidentali, l’ISIS ha sempre preferito occuparsi della Dār al-Islām (terra dell’Islam) per poi, una volta consolidato, invadere il resto del mondo, cioè la Dār al-ḥarb (terra della guerra). Anche le minacce ai paesi occidentali trasmesse attraverso le spettacolari esecuzioni di ostaggi, miravano proprio ad impressionare l’opinione pubblica occidentale e scongiurare, così, un eventuale intervento militare delle superpotenze le quali, complice la mancanza di un piano condiviso per la regione, sono state a guardare per anni.

A quanto pare, però, i vertici dello Stato Islamico hanno mutato strategia. Visto le, tutto sommato, tiepide reazioni alle stragi di vignettisti di inizio anno, il Califfo deve aver pensato che una strage di proporzioni assai più grandi avrebbe indotto Hollande a ritirarsi dalla scena bellica (dove peraltro la Francia gioca un ruolo marginale) e mandare un chiaro messaggio alle nazioni che ventilavano interventi militari a supporto dei curdi e del Presidente siriano, Assad. Un azzardo che potrebbe essere (e ce lo auguriamo) fatale per il Califfato. Esattamente come Pearl Harbor per gli States, gli attacchi parigini legittimeranno l’Eliseo a muovere una massiccia controffensiva militare, anche di terra, alla volta dello Stato Islamico dell’Iraq e dell’Oriente. Molto probabilmente sarà guerra totale e per quanto organizzato e ben finanziato possa essere la “bandiera nera” dell’Isis, esso non potrà mai reggere all’invasione di terra da parte di potenze militari del calibro della Francia. Ovviamente ci saranno altri attentanti di matrice islamista in Francia ma a questi seguiranno interventi militari ancora più incisivi, è così che funziona la guerra.
Il terrorismo islamista forse non sarà mai sconfitto del tutto ma lo Stato Islamico potrebbe essere destinato a tramontare presto.

Bosco (LN): Anche l’Emilia-Romagna blocchi i sussidi agli immigrati. Fermiamo le “sanguisughe del welfare”

Con una sentenza storica, la Corte Europea ha sancito la possibilità per gli stati membri di rifiutare i sussidi ai cittadini di stati diversi.

Un welfare generoso e aperto a tutti come quello italiano, attrae troppi fannulloni dall’estero, In tempi di crisi, bloccare i sussidi agli stranieri (comunitari o extracomunitari) diventa, quindi, un obbligo etico prima ancora che economico. Troppi cittadini vivono, infatti, sotto la soglia di povertà. Ogni euro speso per un disoccupato d’importazione è un euro tolto a chi, per anni ha versato e, nel momento del bisogno potrebbe vedersi negati gli aiuti sociali.

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Nuovo video di Bosco (LN) su occupazioni: “Situazione fuori controllo. Servono nuove leggi a tutela dei proprietari”

Quando si tratta di sgomberi, – dichiara Umberto Bosco, candidato consigliere regionale per la Lega Nord – la magistratura è troppo lenta e inefficace. Complice una normativa troppo tenera,  oggi servono mesi, se non anni, per tornare in possesso di uno stabile occupato e le punizioni per i prepotenti sono semplicemente ridicole. Dietro una casa lasciata sfitta – ricorda l’esponente del Carroccio bolognese – non c’è sempre la speculazione di un palazzinaro senza scrupoli bensì la giustificata paura di piccoli proprietari che troppe volte si sono ritrovati vessati da inquilini che, ben istruiti sulle leggi, hanno smesso di pagare. Non bisogna dimenticare che l’affitto di una casa ereditata è spesso l’unica fonte di reddito per molti cittadini. Leggi ingiuste che tutelano solo gli inquilini e mai i proprietari sono,  assieme alla crisi economica, i principali responsabili dell’emergenza abitativa. Servono nuove leggi in grado di offrire maggiori garanzie ai proprietari.  Solo così le migliaia di appartamenti oggi vuoti torneranno disponibili sul mercato con canoni ovviamente molto più accessibili.

Allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica e la politica, – conclude Bosco – ho realizzato un altro video satirico sulle occupazioni con il quale scimmiotto i personaggi del collettivo Labas

Umberto Bosco

Candidato consigliere regionale per la Lega Nord
umberto.bosco@gmail.com

Perchè i musulmani non partono per combattere contro la jihad

Tutti a chiedersi come sia possibile che tra i tagliagole del ISIS ci siano centinaia di giovani europei.
Ma ci siamo mai domandati: chi è rimasto in Europa cosa pensa di chi è partito?
Ci siamo mai domandati chi è rimasto cosa pensa dell’ISIS?

Anche se buona parte delle vittime dell’isis sono anch’esse musulmane, avete mai udito di qualcuno partito per combattere contro i jihadisti?
Avete mai udito di un musulmano partito per difendere iracheni, curdi e siriani dalla furia omicida dello Stato Islamico?
Avete mai udito di un musulmano che parte per ostacolare la creazione di un Califfato?

No. Tranne qualche rara eccezione, purtroppo la risposta è no!

Per carità non mancano certo esponenti del mondo islamico che pubblicamente criticano l’ISIS e Al Qaida e che contestano il califfato ma sulla loro effettiva rappresentatività si potrebbero sollevare diversi dubbi.

Anche Gad Lerner ha notato l’assordante silenzio delle organizzazioni islamiche italiane, colpevoli di non organizzato manifestazioni di condanna verso le atrocità commesse dall’ISIS. Dalle pagine del suo blog il giornalista si chiede “Non sarà che i portavoce islamici d’Italia abbiano riscontrato, tra i frequentatori delle moschee, un consenso diffuso per i tagliagole criminali tale da sconsigliare loro una solenne dissociazione pubblica?”
Fermiamoci un attimo a ragionare. Per una vignetta satirica o un video su youtube, i musulmani di tutto il mondo sono in grado di organizzare boicottaggi, violente rivolte e attentati.
Per ogni bomba che viene sganciata su Gaza, per ogni profugo che scappa dalla Siria si organizzano manifestazioni, raccolte fondi e campagne di sensibilizzazione ma quando si uccide, si saccheggia e si stupra in nome del loro dio e del loro profeta non si muove una foglia.

Alcuni leader sono furbi e non dimenticano di dissociarsi dai terroristi ma i loro comunicati di circostanza prendono in giro sempre meno osservatori e appaiono per quello che sono in realtà: l’alibi da sventolare in risposta ad eventuali accuse di complicità.
La realtà è che l’assenza di manifestazioni importanti ma soprattutto partecipate da parte delle comunità islamiche ritrae una sola drammatica verità: il “musulmano medio” potrà anche non condividere i metodi e lo stile dell’ISIS ma non mette certo in discussione la nobiltà della jihad e non si azzarderebbe mai a criticare il califfato perché è la forma di governo voluta da dio. I fratelli jihadisti sbagliano ma restano fratelli!
Ed è questo il problema più grande. Per ogni musulmano che parte per la jihad ne restano migliaia a fare il tifo per lui ma non dimentichiamoci che “in contesti di fanatismo e di violenza, i pochi fanno per tutti. Le percentuali pesano in democrazia, ma sono insignificanti in contesti non democratici.

Per ora a combattere la jihad con il fucile sono in pochi. La maggioranza preferisce diffondere l’islam con altri mezzi come la propaganda, la demografia e la finanza. Qua poco centrano le colpe del colonialismo o le interferenza occidentali in medio-oriente, l’Islam disprezza e odia i valori dell’occidente. Per questo le moschee non devono essere considerate come luoghi di culto bensì come le caserme dove il nemico organizza lo scontro di civiltà.

#IblameIslam

Umberto Bosco

La Lega Nord replica alla comunità islamica bolognese. Basta leggere il corano per temere l’islam

Sempre meno persone credono alla filastrocca che ci viene continuamente propinata: “l’ISIS non rappresenta l’islam perché l’islam è una religione di pace.”

Per riuscire ad esonerare sempre e comunque l’islam dalle atrocità commesse in suo nome è necessaria una notevole flessibilità mentale o, più probabilmente, una spiccata disonestà intellettuale.

In entrambi i casi, questo esercizio non è di grande aiuto per comprendere le ragioni alla base dell’escalation di violenza oggi in atto.

Se ci trovassimo in un dibattito televisivo, in questo momento ci sarebbe il rappresentante di un’organizzazione islamica intento a sventolare il comunicato stampa con il quale si condannano le violenze commesse dallo Stato Islamico ma purtroppo questo non dimostra affatto l’impopolarità di questi criminali tra i seguaci di Maometto, dimostra solo che i loro sedicenti rappresentanti conoscono l’abc della comunicazione e sanno cos’è più opportuno e conveniente affermare in certi casi. Ci fa piacere che anche intellettuali del calibro di Gad Lerner siano arrivati alle stesse conclusioni.

Più delle dichiarazioni, per comprendere cosa sta accadendo, ci vengono in aiuto i fatti. Per necessità di sintesi ne citeremo solo uno.

I musulmani sono dotati delle capacità organizzative necessarie per condannare con unanimità certe azioni. Basti pensare che una vignetta satirica o un video su youtube sono sufficienti a scatenare le ire dei musulmani di tutto il mondo. Le reazioni spaziano dal boicottaggio commerciale all’uccisione degli ambasciatori delle nazioni che, attraverso il “criminale” riconoscimento della libertà di parola, hanno permesso certe insolenze a danno del Profeta.

A giudicare dalle tiepide reazione registrate, appare evidente che instaurare un califfato uccidendo, saccheggiando e stuprando in nome di Allah e del Profeta è considerato dalle comunità islamiche del globo, in qualche modo, più tollerabile.

Sorvoliamo sul fatto che di musulmani partiti dall’Europa per unirsi ai jihadisti dell’ISIS ce ne sono tanti ma non ci risultano giovani fedeli partiti per difendere curdi, iracheni e siriani dalla furia omicida del califfo.

Se tutto questo non è sufficiente a giustificare una certa diffidenza nei confronti delle comunità islamiche ci chiediamo cosa mai potrebbe esserlo.

Anche se la maggior parte dei musulmani bolognesi, almeno per ora, è pacifica e inoffensiva, che la fonte di queste qualità risieda nell’islam è sempre più difficile da credere.

Umberto Bosco
Referente Islam
Lega Nord – Provincia di Bologna

Perché la sinistra stravede per l’Islam

La sinistra politica nasce, storicamente, insieme alla Rivoluzione Francese. Il suo motto di allora era “Libertà, uguaglianza, fraternità”, poi sono arrivate le ideologie dell’800 e del 900. Ma questa è un’altra storia.

In queste poche righe vorrei sviscerare quali sono, secondo me, le ragioni per le quali la sinistra simpatizza tanto con i musulmani.

1. L’esotismo.  La cultura occidentale è una delle meno tradizionaliste del pianeta e ciò che viene da fuori è storicamente accolto con entusiasmo e tolleranza. Una tendenza che ha portato tanti benefici ma che talvolta è d’ostacolo ad un’analisi razionale della realtà. A questa peculiarità culturale si aggiunge il disprezzo per l’Occidente, le sue incoerenze (specie in politica estera) e la sua opulenza. Per compensazione, la sinistra vede con ingiustificata simpatia tutto ciò che viene da fuori, soprattutto se anch’esso è dichiaratamente ostile all’Occidente.

2. L’anti-individualismo. Islam e comunismo sono squisitamente anti-individualisti, i diritti del singolo sono facilmente sacrificabili per l’interesse della comunità. Un’analogia ideologica che ha portato tanti giovani europei a convertirsi all’Islam.

Palastine-Trade-Union.3. Resistenza, anti-imperialismo e Palestina. Nella guerra contro le “superpotenze neocolonialiste occidentali”, l’islam e la sinistra hanno perduto militarmente e politicamente quasi ovunque e sono accomunate dall’ideale romantico della resistenza e della lotta al potere indebitamente costituito. A questo si va ad aggiungere lo storico sodalizio che durante la guerra fredda si è consolidato tra il movimento palestinese di Arafat e le nazioni del blocco sovietico.

4. L’immigrazione. Le battaglie per i diritti dei migranti hanno portato, con un’acrobazia intellettuale, la sinistra europea ad estendere la sua solidarietà alla religione dei migranti, ne deriva la criminalizzazione di quei soggetti politici (e non) che, come la sinistra col cristianesimo, legittimamente criticano la religione islamica.

islamFatta eccezione per il punto 2, da una prospettiva politica e filosofica, islamismo e sinistra si trovano agli antipodi. I valori illuministi (tra cui la laicità) sono apertamente disprezzati e combattuti dagli islamisti e la sharia farebbe sembrare progressiste e tolleranti persino le leggi fasciste. In sostanza, più che  i valori, islam e sinistra condividono i nemici. Se l’alleanza in questione produrrà in futuro delle vittorie politiche non lo possiamo sapere ma di certo in quel caso l’ingenua sinistra, esattamente come successe dopo la rivoluzione iraniana, si troverà emarginata dai suoi stessi alleati e chissà…  …forse rimpiangerà i suoi nemici.

Umberto Bosco

Perché Papa e Dalai Lama hanno torto sull’immigrazione

In questi giorni ho scherzato parecchio sulla dicotomia tra la posizione sostenuta dal Dalai Lama circa la legittimità di dire basta all’immigrazione e la politica dell’accoglienza promossa attivamente e passivamente da Papa Bergoglio. Sono arrivato (scherzosamente s’intende) a suggerire ai miei colleghi leghisti di convertirsi e donare l’8×1000 ai buddisti anziché alla Chiesa Cattolica Apostolica Romana, proprio in forza del buon senso dimostrato dal leader religioso tibetano e del buonismo dimostrato dai porporati nostrani (che però, in Vaticano il reato d’immigrazione clandestina non lo cancellano, anzi).

 

Il virgolettato delle parole del Dalai Lama ripreso dai maggiori giornali è questo:

Se si chiamano rifugiati vuol dire che fuggono da qualcosa ma il buon cuore per accoglierli non basta e bisogna avere il coraggio di dire quando sono troppi e di intervenire nei loro Paesi per costruire lì una società migliore

Una posizione senz’altro preferibile a quella promossa da Chiesa, centrosinistra italiano, Bruxelles e buonisti vari ma pur sempre la sparata di un leader, sì, capace di stimolare riflessioni e cambiamenti di mentalità ma che, come la maggior parte dei capi religiosi, parla senza grande cognizione di causa ed entra in contraddizione.

I fenomeni migratori, semplificati al massimo si riducono a questa semplice equazione che mi ricorda una canzone di Elio e le storie tese: Persone nate nello Stato A, nel tentativo di migliorare le proprie condizioni, si spostano nello Stato B.

Naturalmente, quanto questo fenomeno raggiunge certi livelli, le ripercussioni vanno a interessare non solo chi migra ma anche chi resta nello Stato A e chi già si trova nello Stato B.

Quando i sopra elencati apologeti dell’accoglienza si appellano alla morale, all’etica e ai diritti umani, non fanno i conti con la sostenibilità delle loro tesi politiche, trascurando il prezzo che va pagato da tutti i soggetti interessati: chi parte, chi accoglie e chi rimane.

  • Chi parte ha aspettative, non sempre realiste, aspettative che, se deluse, possono trasformare chiunque in un delinquente.
  • Chi accoglie non tollera di veder peggiorare la propria società a causa (la causa non è necessariamente una colpa) dei nuovi arrivati.
  • Chi resta si trova in una civiltà decadente, dove chi avrebbe potuto fare la differenza è scappato altrove lasciando “a casa” i troppo vecchi e i troppo giovani, entrambi incapaci di avviare il cambiamento che servirebbe alle loro società.

Se non si lavora alla sostenibilità sociale (prima ancora che economica) dell’immigrazione, anche al punto di esporre il cartello “no vacancy”, si rischia di far degenerare, presto o tardi, il problema. E la storia c’insegna che quando i problemi degenerano, le democrazie sono in grado di partorire dei mostri. La generazione di mio nonno sa a cosa mi riferisco.

Tornando al Dalai Lama, pur preferendolo al teocrate argentino, non fornisce argomentazioni a supporto delle sue posizioni. Dovrebbe spiegarci essenzialmente dove i paesi democratici (ai quali ancora si contesta il colonialismo) troverebbero la legittimità per agire e aggiustare le società degli altri paesi. A forza di girare il mondo, Tenzin Gyatso, ha forse dimenticato che la sua nazione, il Tibet, da più di 50 anni non gode di molta autonomia proprio perché un’altra nazione, la Cina, superiore politicamente e militarmente si è arrogata il diritto di decidere, al posto loro, cos’è meglio per i tibetani. Sta forse proponendo all’Africa di fare la fine del Tibet?

Oltre alla legittimità, ci sarebbe anche la questione della “competenza”. Come possono i governi europei, incapaci di superare la crisi economica e costretti a contrarre la spesa sociale, pretendere di risolvere i problemi di nazioni culturalmente così diverse? Voi affidereste un’auto ad un povero senza patente?

In conclusione, se accoglienza e  “intervento a domicilio” sono impraticabili o insostenibili, magari la soluzione sta proprio nel chiudere le frontiere. So che, detta così, suona male, ma riflettiamoci un attimo:

  1. ne guadagnerebbe chi è rimasto nello Stato A, che presto o tardi risolverà i problemi interni.
  2. ne guadagnerebbe chi vive nello Stato B il quale potrà investire le risorse oggi sperperate in polizia, burocrazia, cie e carceri nel nella sostenibilità a lungo termine di un welfare che, ad oggi, fa acqua da tutte le parti.

Ovviamente gli equilibri politici ed economici del mondo rimarranno grosso modo gli stessi, paesi (e aziende) forti e potenti continueranno a manipolare quelli deboli e instabili e a questo problema non vedo grandi soluzioni. Possiamo continuare a sentirci in colpa o in debito nei confronti di questi paesi o accettare la realtà: i rapporti di forza esistono e non è realistico pensare di poterli cancellare con una risoluzione dell’ONU. Quando i paesi in via di sviluppo si saranno “sviluppati”, sapranno, in un modo o nell’altro, scacciare gli invasori e diventare artefici del proprio destino.

Fino ad allora, per il bene di tutti, meglio chiudere le frontiere o, almeno, socchiuderle.

skeptic

Movimento 5 spighe

Dopo la batosta delle elezioni europee e le polemiche sull’alleanza con Farage, la sfilza di sventure del m5s non sembra essere ancora finita. Qualche mese fa un deputato grillino fece una gaffe in diretta, annunciando, prima del suo intervento che sarebbe stato breve e “circonciso”. All’epoca, però, il moVimento era in piena ascesa e di una gaffe del genere tutti si son scordati in fretta.

Questa volta però il movimento fondato da Grillo e Casaleggio l’errore non l’ha fatto leggendo, bensì scrivendo. Nella relazione di un disegno di legge a tutela delle produzioni agricole nostrane, i relatori grillini si lamentano che “un terzo della pasta venduta in Italia è prodotto con grano saraceno“. Le tempestive precisazioni e correzioni dei parlamentari interessati non hanno fermato, anzi hanno alimentando, come benzina, le fiamme della satira su twitter.

L’entità della gaffe è sostanzialmente insignificante ma certe bucce di banana possono dimostrarsi assai più dannose del previsto se ci cammina sopra in periodi di vacche magre (popolarità calante). Bastano pochi errori ben cadenzati per trasformare un moto rivoluzionario nell’Armata Brancaleone della politica.

Gli elettori italiani potranno anche votare il partito di un comico come Grillo ma di certo non voteranno altreattanto volentieri un Movimento che ogni giorno assomiglia alla patetica caricatura di un comico anni ’80.

Longo lo cammino ma grande la meta. Vade retro Satàn. Vade retro Satàn. Vade retro Satàn. Contro il saracino seguiamo il profeta. Vade retro Satàn. Vade retro Satàn. Vade retro Satàn. Sanza armatura, sanza paura, sanza calzari, sanza denari, sanza la brocca, sanza pagnocca, sanza la mappa, sanza la pappa..

10 (buone) ragioni per non costruire la moschea a Milano

Il Coordinamento delle Associazioni islamiche di Milano Monza e Brianza (CAIM) ha avviato una simpatica e accattivante campagna con la quale vuole sollecitare la Giunta milanese del Sindaco Pisapia ad autorizzare la costruzione di una grande moschea a Milano in vista ed entro l’EXPO 2015. L’accorato appello di questi giovani fa leva  sull’esempio di convivenza multiculturale che Milano rappresenterebbe oggi, sul fatto che a chiederlo sono anche cittadini milanesi, sul fatto che una moschea serve ma, soprattutto, sul fatto che si tratta di un diritto. Un video ben realizzato, che smuove i cuori, appellandosi al senso di equità e giustizia che contraddistingue tutti (o quasi) i cittadini milanesi.

Vorrei comunque elencare alcune (buone) ragioni per le quali la Giunta milanese non dovrebbe assecondare il CAIM. Continue reading 10 (buone) ragioni per non costruire la moschea a Milano

Imparzialità

Quei pochi che mi conoscono sanno quanto sono critico nei confronti dell’islam. Ho dedicato la mia intera attività politica a combatterlo perché lo ritengo essere l’ideologia oggi più pericolosa in circolazione. Sì, peggio del nazismo e del comunismo. La quantità di violenza perpetrata per ragioni religiose (che in un contesto islamico si fondono con le ragioni politiche) pone l’islam in cima alla classifica, a diverse lunghezze dal secondo classificato: il cristianesimo. A costo di inemicarmi quel relativamente nutrito frangente di persone che si battono contro l’islam perché si sentono cristiane, penso sia il caso di trattare il cristianesimo con gli stessi parametri che riservo al suo principale contendente monoteista. Ritengo, infatti, che onestà intellettuale e imparzialità siano requisiti indispensabili se si vuole essere credibili quanto “si spara” contro un’idea e i suoi portatori. Cominciamo con smontare la dicotomia islam-cristianesimo. Molti cristiani tradizionalisti vedono (a ragione) una storica conflittualità tra l’Europa cristiana e il medio oriente islamico e identificano (non con tutti i torti) nei consistenti flussi migratori provenienti da quelle regioni e nell’aggressività dell’islam odierno, l’ennesima puntata di un conflitto che da secoli non fa che ripetersi. Dall’altro lato oggi molti islamisti si rifanno ancora a questo dualismo storico e in medio oriente si parla dell’Andalusia come di una terra islamica da riconquistare. Quello che, però, sfugge agli zelanti cristiani è il fatto che, dalla battaglia di Vienna, l’Europa è drasticamente cambiata, molto più di quanto siano cambiate le società dei paesi islamici. L’Occidente ha prodotto l’umanesimo, l’illuminismo, il secolarismo, infine le democrazie costituzionali e liberali. Tutte conquiste che i signori rivendicano come figlie della cristianità, tralasciando, in un guizzo di disonestà intellettuale, che la maggior parte di queste conquiste di civiltà si sono sviluppate in contrapposizione allo strapotere religioso, non in seno ad esso. Sarebbe come ringraziare il virus di una malattia alla quale siamo sopravvissuti per il forte sistema immunitario che abbiamo dovuto sviluppare. Questo per sottolineare che lo scontro di civiltà teorizzato da Huntington si consuma tra i valori dell’islam e quelli laici e liberali, non quelli d’origine “giudaico-cristiana”.

Che il cristianesimo, da una prospettiva moderna sia meglio dell’islam è un semplice dato di fatto, comprovato da una serie di fattori sia teologici, sia storici. Il Corano è considerato dai fedeli la perfetta e immutevole parola di Dio; non è “divinamente ispirato” come il Vecchio e il Nuovo Testamento. Questo riduce fortemente il margine di interpretazione delle scritture. Il Corano, inoltre, contiene molte meno allegorie e simbolismi. Si tratta per lo più di chiare istruzioni di comportamento. Quando il cristianesimo si è insediato e sviluppato in Europa ha trovato il Diritto romano già operante e in moltissimi aspetti ci si è adeguato. Lo stesso Diritto canonico è molto più influenzato da quello romano rispetto alla legge di Dio contenuta nelle scritture. Storicamente la filosofia dell’islam non ha mai accolto e integrato altre filosofie (fatta eccezione per quella greca, opportunamente censurata e riadattata dove contraddice gli insegnamenti coranici). Niente di simile o equivalente all’umanesimo e all’illuminismo ha mai intaccato la dottrina islamica, ragion per cui oggi l’Islam vive nell’anacronismo. C’è infine la questione gerarchica. È un problema vecchio quanto l’islam. Non esiste una gerarchia chiara e, senza un’autorità legittimata dai fedeli, nessuno è autorizzato a riformare la religione ed è per questo che in passato come ora, chi prova a riformare l’islam viene tacciato di apostasia, isolato e allontanato. Se gli va bene.

Il fatto, però, che l’islam sia peggio del cristianesimo non rende quest’ultimo di per sé positivo. Come molte filosofie dogmatiche, il cristianesimo è nemico giurato della ragione, del progresso, del cambiamento. Chi dissente da questa affermazione senz’altro mi apostroferebbe ricordandomi i passi da gigante fatti nei secoli dalla Chiesa Cattolica, le sue continue riforme ad opera dei vari concili, le encicliche con le quali ogni Papa ci “delizia” e mi ricorderebbe come molti cristiani siano stati pionieri della ragione, della scienza, progressisti convinti e artefici del cambiamento. Tutto questo è innegabile ma irrilevante. Essendo la Chiesa Cattolica una delle organizzazioni più grandi e antiche, se ancora esiste lo deve al fatto che ha saputo riadattarsi ai contesti storici, si è adattata al cambiamento ma raramente l’ha promosso e quando l’ha promosso non si trattava di un balzo in avanti, ma di uno indietro. Inoltre va ricordato che se una filosofia dominante e diffusa produce qualche ammirabile eccezione che scopre, inventa, ripensa, i crediti non dovrebbero andare a detta filosofia ma agli individui stessi. La fisica è stata sviluppata dai cristiani, l’algebra dai musulmani, ma di certo non è stata la “cristianità” di questi cristiani né la “sottomissione” dei musulmani il combustibile o la scintilla di queste scoperte.

Non si può giudicare il cristianesimo guardando a Papa Francesco, un uomo-immagine, piazzato lì per riacquistare la credibilità dell’istituzione che comanda, compromessa da decenni di scandali sessuali e finanziari. Il cristianesimo va giudicato per come si comporta dove è estremamente influente e, anche se l’Italia è culturalmente molto influenzata dalla Chiesa e dalle sue ingerenze nella politica, dovremmo guardare dove i porporati letteralmente decidono l’agenda politica. L’Africa. La battaglia che da decenni la Chiesa Cattolica (e altre confessioni cristiane) combatte contro l’uso del preservativo è emblematica. Altrettanto emblematica è la legge ultraomofoba che l’Uganda è in procinto di approvare e che rende l’idea di quale sia la vera dottrina cattolica e di come si traduca nei fatti e nelle leggi quando non trova ostacoli progressisti, laici e liberali.

Dogmatismo, superstizione, sfruttamento di credulità popolare e del senso di colpa nonché propagazione di una morale sessuale arcaica. A contribuire al sovrappopolamento e al sottosviluppo culturale della c.d. Africa Nera, più della miseria materiale, è la miseria intellettuale promossa dalle forze religiose che, ironia della sorte, finanziano queste attività attraverso le numerose donazioni fatte da cristiani (e non) convinti, quando firmano l’assegno, di assicurare cibo, medicine e istruzione ad un giovane africano promuovendone l’emancipazione.

Evitiamo di confondere, pertanto, le debolezze del cristianesimo per le sue virtù, il fatto che si sia dimostrato un nemico della ragione e del progresso meno efficace dell’islam non è necessariamente ascrivibile alla sua natura, bensì a congiunture storiche e probabilmente, anche ad una certa dose di “sfortuna”.

Terrorismo e dogmatismo

Cos’hanno in comune la datata querelle relativa alla mezza censura da parte del Corsera dell’editoriale di Giovanni Sartori nel quale il politologo smontava senza mezzi termini la figura del Ministro Kyenge e gli attacchi, verbali e non, di recente indirizzati al politologo Angelo Panebianco da alcuni collettivi universitari?

Apparentemente niente. Ma sostanzialmente sono il risultato della stessa pericolosa tendenza a censurare posizioni in qualche modo disallineate su temi spinosi. Ritengo però che sia giunta l’ora di fare una riflessione.
Una di quelle serie.
Perché l’imbarbarimento della politica non si misura solamente con il consenso raccolto dall’anti-politica di Grillo o da quello dei movimenti di estrema destra. Che gli ingranaggi del nostro già imperfetto sistema politico e dialettico comincino a perdere colpi si avverte anche quando il concordia discors, il fecondo confronto/scontro di idee, viene “azzoppato” dal dogmatismo ideologico.
Quando, cioè, su alcuni argomenti (Panebianco ne ha toccato proprio uno) il dibattito cessa di essere legittimo e l’opinione “diversa” viene criminalizzata.

Si badi bene che non sto difendendo il diritto di chiunque a dire qualsiasi panzana voglia, a questo bastano le garanzie costituzionali e non sto neanche dicendo che chi le panzane le dice davvero debba, in qualche modo, essere esente da pressioni sociali anche forti. C’è chi dice che tutte le persone meritano rispetto. Forse. Ma le idee no! A mio parere nessuna idea deve, in alcun caso, essere esente da critiche. Criticare non significa, però, criminalizzare. La criminalizzazione delle idee (e dei suoi portatori) è un esercizio pericolosissimo e quasi sempre dannoso.
Significa, di fatto, mettere in gabbia l’idea senza un processo. Se l’idea èoggettivamente giusta, criminalizzandola, si impedisce al genere umano di goderne. Un mancato guadagno a livello di civiltà. Se, invece l’idea èoggettivamente sbagliata, lo scenario è anche peggiore. Non si formulano ipotesi, controdeduzioni, congetture, decostruzioni delle idee ingabbiate. Non ce n’è bisogno.
Non si partoriscono, non si sviluppano, non si integrano, non si migliorano le idee (oggettivamente positive) che a queste (oggettivamente negative) si oppongono. Non ce n’è bisogno. Ma se un giorno queste idee, rinvigorite dal vittimismo e dalla brama di vendetta e riscatto tipica di chi è stato ingiustamente incarcerato, romperanno le catene,  ci troveremo tutti impreparati ad affrontarle. E potrebbero essere cazzi amari!

Gli esempi riguardanti i due politologi calzano perfettamente. Si è trattato di, goliardico uno, subdolo l’altro, vili e scorretti tentativi di ingabbiare idee perché qualcuno le ritiene pericolose per le proprie.

Panebianco e Sartori, come tutti i personaggi pubblici, possono piacere o meno, si possono condividere o meno le loro posizioni ma essendo politologi (e non politici), ogni loro riflessione, ogni proposta, ogni appello è puntualmente argomentato e condito da elementi oggettivi, quindi inconfutabili. Se e quando questa pratica virtuosa cesserà, possiamo star certi che i loro colleghi saranno felicissimi di far loro le scarpe sottraendogli un po’ di visibilità.

In tempi non sospetti (2000) Panebianco scrisse un bellissimo editoriale in cui spiegava come i veri padri della xenofobia non fossero i movimenti identitari o quelli che si opponevano alla politica del “venite pure” bensì quei terzomondisti di formazione marxista e cattolica che si fanno guidare dagli ideali anche quando ci portano del burrone dell’irragionevolezza. E sembra proprio che, tra un Grillo ammutinato sul tema della clandestinità e un Renzi intento a non scontentate l’elettorato di sinistra, si stia affidando il Paese ai padri della xenofobia che puntano dritto verso quel burrone.

Relativamente stupidi

Sempre in merito alle violenze perpetrate in mezzo mondo dagli islamici, mi è stato fatto notare da più persone che in realtà il film “The innocence of muslims” è solo un pretesto e che dietro c’è una regia politica. Beh, grazie tante! Proprio non ci ero arrivato! Non vedo, però, come questo fatto debba influenzare quanto finora ho dichiarato. Non vedo proprio come, una volta illuminato a riguardo, la mia opinione sulla cultura islamica debba essere ricalibrata. Il fatto che le azioni violente almeno in parte siano state pianificate da qualche entità ostile alle politiche di Stati Uniti e/o altri paesi occidentali non cambia un beneamato accidente. Questa gente non ha imbracciato armi, impugnato sassi e bottiglie molotov per protestare contro i governi delle nazioni che da secoli giocano con i loro territori come fossero quelli dei Risiko. Le violenze in questione si possono nella stragrande maggioranza sintetizzare in una semplice frase:

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Ambasciator che pena

È di un paio di giorni fa la notizia dell’uccisione di Chriss Stevens, ambasciatore americano di istanza a Bengasi. Fin qui nulla di strano, se fossi libico quasi quasi sarei incazzato anch’io con lo Zio Sam e i suoi nipotini. L’atto di violenza non trova, però, radice nella “discutibile” politica estera statunitense che al paese nordafricano è costata tanto in termini sia economici (in Libia prima del recente conflitto, c’erano un milione di lavoratori immigrati, indice di un’economia piuttosto sana), sia culturali (Gheddafi era sì un dittatore, ma uno di quelli in salsa laica, uno di quelli che, come Saddam Hussein, hanno osteggiato fortemente l’integralismo religioso promuovendo la progressiva separazione del potere temporale da quello politico). Come spesso accade e continua ad accadere nei paesi a maggioranza mussulmana (Iran,  Iraq, Siria, Egitto), una volta destituito il regnante, degenera il fanatismo.
Il casus belli relativo ai disordini libici, che fanno eco ai simili eventi verificatisi qualche giorno prima in Egitto, è imputabile, incredibile a dirlo, all’uscita di una controversa pellicola. Proprio così, un film il cui regista sembrerebbe essere un israeliano con passaporto statunitense e che tratta l’evidentemente vietato argomento della biografia di Maometto, unico (e innominabile) profeta islamico.
L’islam non perde quindi occasione per prendersi troppo sul serio, bollando come blasfemo tutto ciò che si dimostra, a parer dell’imam di turno, non ossequioso del profeta o di Allah. 
Libertà di Opinione, Parola, Pensiero e Stampa perdono qualsiasi presunto valore e si sospendono (ove riconosciuti) ogni qualvolta dèi e profeti dell’Islam vengono offesi o indebitamente citati. Persino un dichiarato laicista come Gheddafi dovette calare le braghe, schierandosi con i fanatici contestatori, quando, nel 2006, il casus belli fu la maglietta di Calderoli raffigurante la caricatura satirica di Maometto pubblicata qualche mese prima da un settimanale danese.
Con tutte le buone ragioni che i paesi nordafricani potrebbero avere per dichiarare guerra (o guerriglia) all’Occidente, con tutti i rancori storicamente giustificabili, il pretesto della violenza non è quasi mai politico, bensì culturale. E allora non vergognamoci di dirlo! Cultura Islamica e Occidentale non sono compatibili. E si badi che parlo di cultura Islamica e Occidentale, non di Islam e Cristianesimo. Non sono certo i valori cristiani a essere in netto conflitto con l’oscurantismo teologico e teocratico che da sempre contraddistingue la cultura Islamica, bensì quelli illuministi, secolaristi, libertari, pluralisti, laici e progressisti, sviluppatosi principalmente in Europa nonostante l’egemonia cristiana (non grazie ad essa). Se non siete d’accordo leggetevi le dichiarazioni della “Santa Sede”:

(AGI) CdV – La Santa Sede condanna “la violenza inaccettabile” che e’ costata la vita a due funzionari del consolato statunitense a Bengasi, ma anche “le ingiustificate violenze” che l’hanno scatenata. “Il rispetto profondo per le credenze, i testi, i grandi personaggi e i simboli delle diverse religioni – afferma il portavoce del Papa, padre Federico Lombardi – e’ una premessa essenziale della convivenza pacifica dei popoli”.15:11 12 SET 2012

Secondo i porporati, mi pare d’intendere, violenza è stata quella dei libici nei confronti dell’ambasciata americana ma violenza è stata anche la produzione, la distribuzione e la proiezione del film. Secondo il portavoce del Papa, infatti, “il rispetto profondo per le credenze, i testi, i grandi personaggi e i simboli delle diverse religioni è una premessa essenziale della convivenza pacifica dei popoli.” 
Non so voi ma io intravedo un: “Va bene la libertà di espressione, però…
E quì Mons. Federico Lombardi conferma quanto sopra affermato: nessuna incompatibilità tra l’oscurantismo e la censura teocratica islamica e la Chiesa Cattolica Apostolica Romana sopratutto se a venir messi in discussione sono divinità monoteistiche e presunti profeti.
Per quanto riguarda gli americani, vorrei ricordare loro che se la sono proprio cercata, loro (e i francesi) hanno armato e aiutato i rivoltosi che hanno fatto la festa al Ra’is libico, lo stesso Stevens esultò quando seppe della sua morte. Ora gli stessi rivoltosi la festa l’hanno fatta all’Ambasciatore americano. Obama ha già annunciato che le violenze a danno delle ambasciate americane non resteranno impunite, ora cosa vogliono fare? Destituire il lo stesso Governo fantoccio che hanno messo in piedi?
Riguardo al film “incriminato”, almeno a giudicare dal trailer si tratta di una produzione scadente, quasi amatoriale, sfondi digitali low cost, un cast di dilettanti e pessimi costumi, trucchi e scenografie. Maometto viene dipinto come un folle, un visionario e un donnaiolo, una sorta di Joseph Smith nordafricano.
Tornando alle dichiarazioni assurde, il Segretario di Stato Americano, Hillary Clinton ha affermato: «Film su Maometto riprovevole, nulla a che vedere con noi»
Pur condividendo, anche se per ragioni diverse dalle sue, la prima valutazione, mi chiedo cosa intendesse Hillary con “nulla a che vedere con noi“. Ce lo spiegheranno… Resta che anche questa volta pochissime istituzioni e personaggi pubblici si sono schierati dalla parte della libertà di espressione preferendo scandalizzarsi per le “ingiustificabili offese ad un religione millenaria e di pace quale l’Islam“.
A quanti altre assurdità e violenze dovremmo assistere prima di capire che una società ultratecnologica e secolarizzata come la nostra non può convivere con società che si rifiutano di accettare valori che da tempo diamo per scontati come la libertà di espressione? Società e culture politicamente basate su un modello amministrativo e giuridico vecchio più di mille anni, dove ogni barlume di secolarismo si è dovuto imporre  forzatamente dall’alto e che si è puntualmente spento una volta cessata l’influenza del regnante laicista. Quando i millantati eredi della rivoluzione francese e dell’illuminismo capiranno il rischio che l’Islam rappresenta per le libertà individuali tanto duramente conquistate.

Una risata vi dilanierà

Martedì notte la sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo è stata parzialmente distrutta da una bomba incendiaria. Il gesto che ancora non ha avuto una rivendicazione ufficiale pare essere in relazione con la recente pubblicazione, da parte della testata, di un edizione particolarmente irriverente con la quale si “celebrava” ironicamente la vittoria elettorale di Ennhadha, il partito islamico tunisino. Chi non dovesse conoscere Charlie Hedbo, rivista nota per la sua ironica e pungente irriverenza, prenda a esempio il settimanale toscano “il Vernacoliere” fatta eccezione che il giornale d’oltralpe è un po’ meno volgare e un po’ più serio. Insomma un giornale satirico che fa tanto ridere ma anche riflettere.
Certo è, che a riflettere non sono tutti capaci, ed è proprio il caso dei musulmani, storicamente ostinati a volersi  prendere troppo sul serio. Ed ecco che, nell’Europa del terzo millenio, dopo illuminismo, rivoluzione industriale, moti proletari, guerre mondiali e sessant’otto, oggi è sufficiente raffigurare Maometto per beccarsi una fatwa e il relativo attentato. 
Come avviene da qualche anno a questa parte, a seguito di questi eventi, le organizzazioni islamiche che si autodefiniscono “moderate” prendono le distanze e si dissociano dal gesto violento senza però dimenticarsi di apostrofare gli apostati “provocatori”, cioè chi, in applicazione delle libertà e dei diritti loro garantiti dalla Costituzione, si è permesso di ironizzare sul profeta Maometto. Il Presidente del Consiglio francese per il culto musulmano, Mohammed Moussaoui ha, infatti, fermamente condannato l’attentato affermando che Con la violenza e il vandalismo estremo non si ottiene nulla“. È però opportuno ricordare che lo stesso Consiglio francese del culto musulmano, nel 2006, chiese a gran voce il ritiro di tutte le copie dello stesso settimanale, il quale, coraggiosamente, “osò ripubblicare” le celeberrime e contestatissime vignette satiriche contro maometto uscite sul giornale danese Jylands-Posten
In sostanza si possono identificare due islam: uno cosiddetto “estremista” che appena lo prendi in giro ti attacca in modo violento e uno “moderato” che, invece, vuole reprimere la tue libertà di parola e di stampa mediante azioni politico-istituzionali. Secondo i canoni islamici, infatti, nessun diritto umano o libertà costituzionale potrà mai essere eticamente e giuridicamente più importante della reputazione di Allah, Maometto e dei Mullah di turno.

Mogli e bit dei paesi tuoi

Oggi su facebook sono stato infastidito da una nuova pubblicità di un sito per incontri. Si chiama muslima.com e, come probabilmente avete intuito dalla foto, è riservato ad un utenza islamica. Dopo una breve indagine, ho scoperto che dietro il sito non si cela la solita associazione islamica che cerca di trasportare i precetti coranici sul web, come avvenne con i motori di ricerca imhalal.com, (vedi post “Perle ai porci“) muslumanoogle.com e altri siti riservati o comunque progettati per maomettiani. A realizzare e gestire il portale è stata la Cupid Media, un’azienda australiana che da più di dieci anni realizza siti di incontri.
«E allora?» direte voi. «Che differenza fa? Qual’è il punto?»
Beh, il punto è che se fosse stata la trovata dei soliti “pseudo fanatici religiosi v2.0” che si sbattono per non far mischiare i musulmani con i miscredenti, la cosa avrebbe avuto poco seguito e sarebbe sfumata. Il fatto però che il portale porti la firma di un’azienda specializzata in siti di incontri significa che l’idea ha mercato. Ergo c’è una considerevole quota di musulmani che non considera neanche l’idea di sposare o uscire con una persona non musulmana. Se a questo sommiamo la nascita in Europa di assicurazioni auto, banche, scuole, eccetera, tutte riservate agli islamici appare evidente come alcune tipologie di immigrati stiano, a tutti gli effetti, fondando delle società parallele, culturalmente impermeabili, all’interno della nostra. Società fortemente ispirate dai sistemi dei paesi di provenienza; il risultato è un sorta di modello socio-culturale parassitizzante, ben lieto di attingere a piene mani dai modelli europei quando si tratta di risorse sociali, welfare, libertà individuali e diritti ma che non accetta in alcun modo di farsi influenzare intellettualmente e culturalmente. Poco importa agli immigrati in questione se il pacchetto di diritti ai quali si possono appellare non appena posano piede in Europa sia l’essenza del modello autoctono. Possono rimanere ottusi e ignoranti, arroccarsi sulle proprie posizioni, conservare le proprie usanze (per tribali che siano), rifiutare il confronto intellettuale e il pluralismo, giovando comunque del succitato pacchetto. Non hanno bisogno di evolversi, per loro è un po’ come essere rimasti a casa e aver vinto la lotteria. Non è un caso che negli ultimi due secoli tutte le riforme progressiste e laiciste avvenute nei paesi a maggioranza islamica sono state calate dall’alto, con la forza tipica delle dittature (vedi post “Inversione di Marcia“). Certi popoli sono culturalmente ottusi e conservatori: dare loro delle libertà per le quali non hanno combattuto serve solo a svilirle.
Il mercato, che a differenza della politica non ha i paraocchi, ha preso coscienza della realtà e vi si è adatto. Muslima.com è solo un esempio tra tanti, basta vedere la pubblicità degli operatori telefonici sugli autobus per averne riprova di quanto sostengo. È triste ammetterlo ma il mercato, ancora una volta, si è dimostrato essere la cartina tornasole più affidabile di tutti, esso rispecchia le tendenze e le mutazioni assai meglio degli studi sociologici, antropologici, politici, ecc.
In questo post (non certo il migliore) non si dice nulla di nuovo, lo sanno anche i sassi che gli islamici, i cinesi e altre etnoculture di importazione sono profondamente endogeni o omogenici (si riproducono solo all’interno del loro ambito). Scrivo queste poche righe dopo mesi di silenzio solamente per stimolare i neuroni dei sostenitori del melting pot, di chi ancora crede nella pacifica convivenza dei popoli nei medisimi spazi sociali, nel reciproco arricchimento culturale, nella valorizzazione delle differenze e altre utopie del genere.

Invasione di un campo (incolto)

Ha fatto scalpore, ma poi non così tanto, la sentenza del tribunale civile di Firenze che ha, di fatto, legittimato la decisione di un uomo a nominare un tutore dotato dell’autorità di disporre l’interruzione di ogni tipo di trattamento medico nel caso il soggetto perda la capacità di prendere decisioni o di comunicarle. I democristiani ma, ahimè, non solo loro, hanno, come al solito, lamentato l’invasione di competenza della magistratura in questioni di competenza della politica. Un’osservazione che, per quanto possa essere pretestuosa e polemica, è corretta ma questa volta le toghe, categoria per cui non nutro particolare stima, non avrebbero potuto comportarsi diversamente. È infatti la politica italiana a essere criminosamente latitante sulla questione, i veti che le gerarchie vaticane esercitano sui deputati è talmente forte da essere in grado, non solo di manipolare, in sede legislativa, l’espressione del volere popolare ma addirittura di rallentare a livelli inverosimili la redazione e la conseguente aprovazione di una Legge che metta chiarezza. Gli italiani, altra categoria che non stimo, nonostante la maggior parte di loro si definisca cattolico, sono, almeno statisticamente, per la libera scelta del paziente di scegliere e/o rifiutare i trattamenti medici. I giudici con la “c” aspirata hanno pertanto operato, a mio modesto avviso, correttamente, interpretando la, seppur vaga, normativa in vigore. Non essendo un professionista del foro, non mi esprimo sull’eventuale faziosità interpretativa dei togati, dandola per scontata. I politicanti, però, hanno poco da lamentarsi, se loro avessero fatto il loro lavoro, in buona o cattiva fede non importa, il problema non si sarebbe posto, la normativa sarebbe chiara e sapremmo tutti di che morte morire o in quale stato estero emigrare per non diventare un vegetale.
Maremma buhaiola…

L’ultima scena

Questo un post di replica all’articolo pubblicato sul blog di Nessie (Caro Presidente, un suicidio non è uno scatto di volontà)

È sempre molto dura realizzare che persone che stimi, di cui hai sempre  condiviso o, quanto meno, rispettato le opinioni possano essere in un tale disaccordo con te su questioni che la tua testa ti dice essere scontate, ovvie. È proprio questo il caso.
Chiedo innanzitutto a qualcuno più istruito e preparato di me, tra Nessie e i commentatori ce ne sono a sufficienza, di darmi le definizioni di suicidio e di eutanasia e di spiegare le differenze tra i due. Fissate le definizioni il dibattito è più fruttuoso.

Generalmente il suicida, salvo rari casi, non sceglie mai un modo di morire lungo e/o doloroso. Anche se a volte cerca di farlo con stile, con originalità o dando un macabro spettacolo (sono di Bologna, lo so bene) si tende a dare priorità alla rapidità del trapasso anche a costo di non essere molto delicati con il proprio corpo. Il suicidio rappresenta per molti la soluzione definitiva, di solito chi ci arriva è piuttosto convinto che qualsiasi cosa ci sia dopo non possa essere peggio della situazione attuale quindi, che abbia torto o ragione, come biasimarlo? Altre volte il movente è semplicemente la pigrizia o la mancanza di un progetto.
Immaginate di arrivare a 55 anni, soli, senza una famiglia e di essere licenziati dalla fabbrica per la quale avete lavorato 30 anni. Chi ha voglia a quell’età di rimettersi in gioco? Con quali prospettive? Io, ad esempio, no; non ne avrei affatto voglia. Idem con patate per l’avanzo di galera che dopo aver scontato una pena di 30 anni si ritrova in un mondo a lui alieno nel quale non potrà mai trovare una collocazione dignitosa. Fortunatamente nessuno di questi è il mio caso, ma un domani potrebbe esserlo.
Mettiamo un’altro caso, per l’occasione spostiamoci negli States, dove l’assistenza sanitaria non è gratuita:
45 anni, un lavoro sicuro ma non particolarmente remunerativo, una moglie, 2 figli, cane, gatto e mutuo. Ti viene diagnosticato un tumore ai polmoni, le probabilità di sconfiggerlo, guarendo completamente sono bassine (un 5%)ma ti viene proposto un trattamento sperimentale che porterebbe la probabilità di guarigione al 15%. Purtroppo, però, il trattamento non è coperto dalla tua assicurazione. A questo punto ti ritrovi difronte ad un bivio:
1) ipotechi la casa, ritiri i soldi che hai messo da parte per il college dei figli e ce la metti tutta per sopravvivere, perdendo un chilo a settimana e vomitando 3 volte al giorno. Il risultato più probabile è che vivrai 6 mesi di più, durante i quali resterai a letto, troppo stanco anche per andare in bagno. Dopo la tua morte la tua famiglia dovrà trovarsi un altra casa, in quartiere molto popolare, i tuoi figli faranno i commessi da McDonald e tua moglie diventerà alcolizzata. Il cane è stato abbandonato in autostrada.
2) te ne vai con stile e discrezione (pillole o monossido di carbonio), con i soldi dell’assicurazione sulla vita la tua famiglia, anche se mancherai loro, starà bene. Tua moglie aprirà un fondazione a tuo nome, tuo figlio avvocato, tua figlia oftalmologa.
Se voi foste nei loro panni? Cosa fareste? Rifletteteci per un attimo.
Se siete dei fanatici religiosi non disturbatevi a rispondere, in caso contrario, vi prego! Ditemi la vostra.

A mio modesto parere Monicelli è stato un grande artista, uno dei migliori ma il suo gesto è il gesto di un uomo qualsiasi che si è trovato di fronte ad un bivio.
Qualcuno… C’è sempre qualcuno, ha detto che “forse” a 95 anni il vecchio Mario non era più lucido e questa potrebbe essere la ragione dell’insano gesto. Caro Giovanni! Due cose caratterizzano i vecchi: la poca lucidità (e qui ci ha preso ma Mario, dicono, era lucidino) e la bassa incidenza di decessi per suicidio.
Per fare il grande (e ultimo) passo, credimi, bisogna essere o molto disperati o molto lucidi o entrambi. Io, come voi, del resto, non ero lì con lui, quindi non posso certo essere sicuro di cose gli passasse sulla testa ma tutti gli indizi portano alla teoria antitetica alla tua.

Mario era una persona che la vita l’ha vissuta a pieno, ha dato tantissimo e ha avuto tantissimo. Dopo 95 anni di successi e soddisfazioni, uno può anche dire “beh, mi pare sia sufficiente. Ci vediamo alla prossima…”
Quando poi (da lucido) ti rendi conto che la malattia (terminale) non ti permetterà di fare più niente di quello che ti piace fare, che si prenderà il tuo corpo, la tua mente, la tua lucidità un pezzo per volta, finché non sarai che una misera coltura di vecchie cellule tenute in vita artificialmente. Il vecchio Mario, nonostante l’età, ci ha visto lungo: ha chiuso il suo ultimo Ciak prima che la Produzione gli tagliasse i fondi, sbattendolo a fare squallide fiction.
Anche se non le condivido, comprendo pienamente, credimi Nessie, le tue preoccupazioni circa l’eutanasia di stato e ciò nel quale potrebbe degenerare ma qua la questione è molto diversa. Una delle poche cose nelle quali Dio e Darwin sarebbero d’accordo è la storia del libero arbitrio. Allora per quale motivo un uomo determinato e in grado di camminare può mettere fine alla propria esistenza quando vuole e un uomo privo di queste libertà o virtù no? Perché ci arroghiamo il diritto di decidere per loro? Perché se “il cliente non è raggiungibile” il suo “culo” dev’essere alla mercè della stupida e manipolabile collettività democratica?
Personalmente, almeno per ora, non ho paura della morte, ma ho fottuto terrore di ridurmi come Eluana o Welbi, tanto che, lo confesso, a volte ho pensato al suicidio solo per battere sul tempo gli avvoltoi della “Vita a tutti i costi”. Fortunatamente ho scoperto che in alcuni paesi europei gli avvoltoi non volano, per questo penso che farò presto le valigie.
In quanto a speculazioni e degenerazioni, Nessie devi ammetterlo, sulla morte ci mangiano una sola volta e non mi pare che in Svizzera o Olanda facciano le fiere del suicidio.
Sulla vita (o su ciò che qualcuno si ostina a considerare tale), invece, ci banchettano in tanti, ogni giorno, rifugiandosi dietro codici deontologici e precetti religiosi vecchi di secoli.

Prove tecniche di islamizzazione

Mentre il popolo del Carroccio si muove verso Venezia, gli elettori turchi sono chiamati a esprimersi sulla riforma costituzionale proposta dal Governo Erdogan. Il nuovo testo ha la pretesa di ritoccare la costituzione del 1982, definita dalle gerarchie militari dopo il Golpe del 1980.
Atatürk, generale turco e padre della Repubblica conosceva bene i suoi polli (vedere il post “Inversione di Marcia“), sapeva che tutte le riforme di stampo laico e progressista attuate dal suo esecutivo e da quelli successivi sarebbero sempre state a rischio, così, dopo aver eliminato il califfato, decise che la laicità dello stato avrebbe dovuto essere tutelata dall’esercito stesso, anche a costo di usare la forza. Così è stato per ben tre volte, l’ultima, appunto, quella del golpe militare del 1980, costato la vita a molti turchi. Dopo il golpe il testo costituzionale fu emendato dal governo tecnico-militare conferendo all’esercito, formalmente estraneo alle decisioni politiche, una forte influenza sui governi in carica. Un’ingerenza tale è assolutamente impensabile in qualsiasi paese occidentale ma, come Atatürk sapeva bene, la Turchia, in quanto paese islamico, non può farne assolutamente a meno. 
Di solito gli esponenti politici islamisti sono degli zoticoni privi di lungimiranza e strategia politica ma Erdogan, bisogna ammetterlo, rappresenta quel salto di qualità che l’islamismo necessita per andare al potere e restarci a tempo indeterminato senza fastidiosi diktat e vincoli laico-militari. L’attuale Primo Ministro si presenta infatti come “moderato” e proprio in chiave moderata sta convincendo il popolo turco a votare la nuova Costituzione che, almeno sulla carta, garantisce maggiori diritti ai cittadini ma che in realtà vuole indebolire gli arbitri della laicità (i generali). La riforma consentira inoltre al paese di entrare in Europa e, tempo 5-10 anni, essere la nazione ecomicamente e politicamente più influente (i seggi del Parlamento europeo vengono assegnati in base alla popolazione e la Turchia, con i suoi 100 milioni di abitanti diverrebbe la nazione più popolosa/rappresentata d’Europa). I sondaggi danno per certa l’approvazione degli emendamendamenti costituzionali, in questo modo l’islamizzazione del vecchio continente agirà da un nuovo fronte, quello istituzionale. Paradossalmente con il Referendum di oggi si decide la sorte dell’intera Europa.

Maestre e buoi…

La Gelmini, taglio subito la testa al toro bue, non mi piace, sembra una di quelle maestrine zitelle e frustrate che insegnano ai salesiani e che hanno fatto voto di castità (il fatto che nessuno se le fili aiuta parecchio!). Fortunatamente, nonostante il suo indiscutibile impegno come membro dell’esecutivo, la ritengo troppo incapace per operare peggio della Moratti ma un po’ di cazzate le ha già fatte e la Lega, anche se non lo fa notare, si è rotta e non poco di un Ministro della Pubblica Istruzione che si comporta come il Ministro di quella Privata (in entrambi i sensi).

Questa premessa per introdurre l’argomento di oggi: le graduatorie regionali degli insegnanti.

Il nostro paese ha moltissimi docenti, decisamente troppi e le facoltà universitarie continuano a sfornare laureati in Lettere, Storia, Filosofia e Scienze Politiche i quali, citando un celebre detto, non sapendo “fare” vanno a “insegnare” o, almeno, ci provano. Se alla ricetta aggiungi gli altri ingredienti, cioè il garantismo italico che vede la sua massima espressione nel pubblico impiego e il fatto che molti dei sopraccitati laureati provengano dal meridione, la frittata e pronta. Il nome di questo piatto è “Squola itagliana”. Dall’ultima vera riforma della scuola, quella di Gentile, tutte le successive, indipendentemente dal colore politico del Ministro di turno, hanno, infatti, avuto il solo scopo di sistemare un numero di insegnanti in costante crescita indipendentemente dal numero di allievi che, specie negli ultimi anni è in forte flessione.


A causa del rapporto oramai insostenibile tra numero di docenti e numero di alunni, era inevitabile la creazione di un sottoprecariato di aspiranti insegnanti che, pur di arrivare all’incarico di ruolo (manco fosse il paradiso islamico), affrontano le dodici fatiche di Ercole (leggasi Provveditorato). Vi risparmio i dettagli burocratici su come funzionano le logiche di assegnazione degli incarichi riducendo il tutto ad una schematica sintesi.

Insegnanti abilitati (di ruolo) – sono nel sistema e, cascasse il mondo, ci resteranno fino alla pensione/morte.
Insegnanti di Terza Fascia – eterni precari, fanno le supplenze e coprono i posti vacanti.

Le graduatorie vengono riempite dapprima dagli insegnanti di ruolo (abilitati), in coda quelli di terza fascia che si occupano principalmente di supplenze annuali e non. Le graduatorie sono o, meglio, erano di tipo provinciale, cioè i docenti abilitati sceglievano una provincia e la relativa graduatoria. Il casino è sorto quanto il Ministro ha pensato di aumentare da uno a quattro il numero di graduatorie provinciali alle quali era possibile iscriversi specificando però che in quelle accessorie gli insegnanti sarebbero stati inseriti in coda alla graduatoria. Questo provvedimento, seppur concepito con le migliori intenzioni ha avuto negative ripercussioni sui docenti di terza fascia, i quali, anche se precari, rimediavano quasi sempre un incarico annuale.

Come da manuale, quando il centrodestra non lavora abbastanza male arriva sempre il centrosinistra (leggasi Magistratura) ad aggiustare il tiro. Una sentenza del TAR del Lazio ha, infatti, accolto il ricorso presentato da un manipolo d’insegnanti meridionali e dal rispettivo sindacato. Il Giudice ha ritenuto l’inserimento in coda degli insegnanti nientepopodimeno che “anticostituzionale”, disponendo l’inserimento a pettine degli stessi. Il risultato è stato che, a finire in fondo alla lista assieme ai precari, ci si ritrovassero anche i docenti di ruolo che per anni primeggiavano nelle graduatorie della propria provincia. In teoria la sentenza è meritocratica (il punteggio è definito dall’anzianità di servizio e dai risultati conseguiti negli esami universitari e di abilitazione), in pratica è l’esatto contrario. Un 110 e lode preso alla Bocconi o in una qualsiasi Università centro-settentrionale non è in alcun modo paragonabile al medesimo voto preso nell’ateneo di Bari o Reggio Calabria, idem vale per gli Esami di Stato e Pubblici. Inoltre, molte scuole private (specie al sud) vendono ai docenti false certificazioni di anzianità di servizio o, peggio, li sfruttano per anni sottopagandoli.

In sintesi, il mix Gelmini-Magistratura ha messo ancor più confusione e problemi ad un settore che ne era già saturo; al Carroccio ora il compito di raddrizzare le cose ed ecco che nascono (politicamente) le Graduatorie regionali: gli insegnanti potranno, di conseguenza, iscriversi solo nelle graduatorie della Regione nella quale risiedono.
Se la cosa andrà in porto, smetteremo di assistere a spettacoli indegni dove docenti provenienti da Canicattì (quando non si danno malati per un anno intero) insegnano ai nostri giovani una lingua, l’Italiano, che loro stessi non sono in grado di parlare o, peggio ancora, la storia della nostra terra, il tutto soffiando il posto ad un collega settentrionale penalizzato dalla selettività meritocratica.

Come dal titolo, “Maestre e buoi dei paesi tuoi

L’Italia fatta a pezzi (nel 1993)

Riporto un editoriale de Il Corriere della Sera datato 12 febbraio 1993 riguardante lo studio di un politologo americano circa le differenze culturali, sociali, politiche ed economiche delle diverse regioni italiane. La ricerca evidenzia come lo sviluppo economico nulla ha a che vedere con la natura del pensiero meridionale. Si tenga presente che le conclusioni sono riferite, appunto, al 1993, alcune situazioni sono sensibilmente modificate ma principalmente al centro-nord.
Il testo l’ho copiato dal blog dell’amico Lucio Brignoli sul quale trovo spesso interessanti spunti.
Una ricerca di Robert Putnam (“Making democracy work, Civic tradition in Modern Italy”), politologo di Harvard, sul nostro senso civico boccia senza appello il Sud.
Un’ inchiesta sull’ efficienza del modello regionale inaugurato nel nostro paese nel 1970. nella classifica delle regioni meglio amministrate al primo posto Umbria e Emilia Romagna, fanalino di coda Calabria e Campania. Secondo lo studioso la rovina del Meridione dipende dal “familismo amorale” e dal “legame di clan”.
VISTI DA LONTANO Una ricerca di Robert Putnam, politologo di Harvard, sul nostro senso civico boccia senza appello il Sud dal nostro inviato GIANNI RIOTTA. Secondo lo studioso la rovina del Meridione dipende dal “familismo amorale” e dal “legame di clan” La tradizione dei Comuni dietro le “virtù” delle regioni del centro nord.
NEW YORK Il Sud d’Italia è una società amorale, familista, fuorilegge, con un governo locale inefficiente e un’economia paludosa. Le future riforme politiche non lo trasformeranno, perchè troppo antiche sono le radici dell’arretratezza. Anzi: il malessere del Mezzogiorno e’ la prova scientifica di come sia difficile innestare la democrazia dove manca il tessuto civile. “Palermo potrebbe rappresentare il futuro di Mosca”, scrive il professor Robert Putnam, in un suo saggio che è campana a morto per ogni speranza di rinascita del Sud e monito severo per l’Est e il Terzo Mondo. Robert Putnam e’ un politologo di Harvard, il suo libro Making democracy work, Civic tradition in Modern Italy (far funzionare la democrazia, tradizione civica in Italia, scritto in collaborazione con Robert Leonardi e Raffaella Nanetti) è appena stato pubblicato dall’ Università di Princeton. La mole della ricerca è mostruosa. Per vent’anni, dall’approvazione delle Regioni, il professor Putnam e la sua equipe hanno viaggiato nel nostro Paese, studiandone storia, tradizioni, economia, società. Migliaia di politici intervistati a varie riprese, insieme a centinaia di giornalisti, studiosi, gente comune, amministratori. Dozzine di sondaggi di massa, fin qui inediti, rilevazioni statistiche, inchieste ad hoc. La metodologia del lavoro occupa un’intera appendice. Secondo lo studioso Daniel Bell si tratta di “un classico dell’indagine e della teoria politica”. A Princeton si dice “Putnam ha fatto per l’Italia quel che Tocqueville ha fatto per l’America“. Il settimanale Economist non ha dubbi: “dopo avere letto questo libro si capirà se c’è speranza per i Paesi dell’Est che somigliano alla Calabria più che all’Emilia”. La risposta è no. La monumentale inchiesta durata un quarto di secolo parte da una semplice questione, perchè alcuni governi democratici funzionano ed altri no? Il laboratorio prescelto è l’Italia dove, nel 1970, debutta il modello regionale. Putnam segue l’ evoluzione delle giunte, dalle speranze tecnocratiche alla primavera rossa del 15 giugno 1975, al 1992, e stila una classifica di efficienza dei governi locali. Usando un modello assai sofisticato, mette in testa Umbria e Emilia Romagna, poi Piemonte, Toscana e Friuli, seguono Lombardia, Trentino, Liguria, Veneto, più in giù il Lazio, la Puglia, la Sicilia, fanalino di coda Calabria e Campania. Come si spiega il divario Nord Sud? Tradizionalmente, con lo sviluppo maggiore del Settentrione. Al Mezzogiorno povero mancano le risorse, e quindi si stenta a governare. Ma la montagna di dati di Harvard e Princeton contraddice la vecchia teoria. L’Emilia è più povera della Lombardia, ma meglio governata. L’Umbria ha meno risorse della Liguria e del Piemonte, ma è più efficiente. La Campania è più ricca del Molise e della Basilicata, ma cede il passo nella performance di governo. L’intera biblioteca della questione meridionale incanutisce davanti ai computer di Putnam. Le risorse c’entrano poco. Se la democrazia ha funzionato meglio al Nord, producendo soddisfazione e ricchezza, è perche’ il Sud difetta di “senso civico”. Non crede nell’ “eguaglianza politica”, e divide i cittadini tra “potenti” feudatari e “clienti” a caccia di favori. Non pratica solidarietà, fiducia e tolleranza. Soccombe sotto un “familismo amorale”, con il legame di clan a negare quello sociale. Per calcolare il senso civico degli italiani, Putnam assembla un nuovo modello (piu’ discutibile del primo), legato a quattro fattori, il voto di preferenza (dove è alto, alto è il voto di scambio, clientelare), la partecipazione ai referendum (si vota su opinioni, restano a casa i servi della gleba clientelare), la lettura dei giornali (dov’è forte e diffuso lo spirito civico, dove è scarsa impera il malcostume), la percentuale di associazioni, dalle politiche alle sportive (la gente si associa se è civile, si isola se primitiva). La classifica del senso civico assegna lo scudetto a Trentino, Toscana e Emilia. In zona Uefa Liguria, Lombardia, Friuli, poi Piemonte, Veneto, Umbria e Marche, indietro Sicilia, Basilicata e Puglia, retrocedono Campania e Calabria. E la carenza di senso civico, vale a dire “la sfiducia reciproca, l’isolamento, lo sfruttamento e la dipendenza dall’ alto, solitudine e disordine, criminalità e arretratezza”, non la povertà, che fa del Sud il Sud. Putnam, già librato tra Hobbes, Locke e Stuart Mill, comincia a questo punto un percorso all’indietro. Fino al Medioevo e al Rinascimento. L’Italia comunale del Nord, la Toscana di Guelfi e Ghibellini, fondano una societa’ civica, dove i valori di comunita’ e le prospettive dell’individuo si armonizzano storicamente. Finita l’era di Federico II, quando il Sud d’Italia era la California del mondo contemporaneo, Berkeley, Hollywood e Silicon Valley incluse, il mezzogiorno perde le virtù civiche e civili, sprofondando nell’assolutismo feudale, nella diffidenza. Un mondo da Hobbes di “uomo lupo dell’uomo” che arriva intatto dai Borboni a Toto’ Riina. Sì, Putnam intravede qualche miglioramento, i giovani del Sud sono scontenti delle proprie giunte in misura identica ai coetanei del Nord, ma il cambiamento sarà disperatamente lento. Non ci saranno riformatori, nè riforme, finchè in Calabria non arriveranno le virtù civiche (e le associazioni) della Val d’ Aosta. La vera cattedrale nel deserto è il “familismo amorale”. Dalla rovina del nostro Sud lo studioso anglosassone trae cattivi auspici per le nuove democrazie all’Est. Anche loro, sprovviste di senso civico, stenteranno. “Palermo e’ il futuro di Mosca”. Nella crudele diagnosi che arriva da Harvard ci sono eccessi di ottimismo, l’Emilia Romagna è ritratta con toni arcadici che ricordano le pubbliche dichiarazioni d’amore della filosofa Irigaray all’ex sindaco Imbeni. Ci sono imprecisioni (una su tutte, “fesso” non vuol dire “cornuto”, Toto’ docet), qualche ingenuità (“Abbiamo vissuto in prima persona il terremoto in Irpinia…”), la prosa – quando lascia lo stile scientifico – langue (“…dalla fertile valle del Po, alle fiere capitali del Rinascimento, alla periferia desolata di Roma, fino… alla punta dello stivale”). Non c’è distinzione tra metropoli e campagna (per esempio nella lettura dei giornali). La storia è stirata come serve. Da Alberto da Giussano a Carlo Cattaneo, c’è di mezzo la Milano spagnola del Manzoni, non esattamente patria del senso civico. Putnam non spiega dove si sono nascosti i valori civici ai tempi dell’Azzeccagarbugli. E trascura il movimento contadino del dopoguerra, gigantesca “associazione civica” di solidarietà, secondo lo storico Francesco Renda. Marta Petrusewicz, difesa dal Times Literary Supplement, ha ipotizzato che, forse, il latifondo preunitario non era poi quella Geenna che si dice. A tratti pare ancora che la crisi politica italiana sia spiegata meglio ne “I vecchi e i giovani” di Pirandello. Ma il libro di Putnam resta assai importante, magari non un classico, ma da digerire. Mandando in pensione il professor Miglio, potrebbe essere un formidabile supporto ideologico per un Umberto Bossi con ambizioni nazionali: venite con me, unifichero’ il Paese sul senso civico, siamo diversi, cresceremo lentamente. Uno dei politici intervistati, anonimo, implora Putnam di non rendere pubblici i suoi risultati, per non danneggiare la causa riformistica. Un altro impreca davanti alle conclusioni: “Ma allora non c’è speranza per il Sud!”. Resta un solo dubbio, come conciliare Tangentopoli con il “senso civico”. Questo Putnam, per ora, non ce lo dice.

dal Corriere della Sera del 12 febbraio 1993

Definizioni e previsioni

Lo scenario politico italiano è oggi molto instabile. Prima di essere completamente stravolto per l’ennesima volta facciamo un’istantanea dei principali movimenti politici tornando indietro di qualche giorno.
Partito Democratico
Anagraficamente, un bambino della Politica, è nato prematuro e con numerose malformazioni. D’altronde, cosa ti aspetti quando fai accoppiare comunisti e democristiani, storici nemici per quasi quarant’anni. Fin dalla sua nascita è in costante calo di consensi e ha trascinato con se il resto della sinistra italiana. Ha uno Statuto da Bar dello Sport e non ha una linea politica unitaria. Grosso modo è organizzato così:

  1. il Segretario nazionale è eletto con metodo maggioritario da tutti (tesserati, non tesserati, tesserati di un altro partito, minorenni)
  2. una volta eletto, tutti a remargli contro, finché non si dimette e avanti il prossimo.

Popolo della Libertà
Se il PD è il frutto di un accoppiamento impossibile, il PDL è un matrimonio combinato per interesse. Più che un partito, è un Fan Club. Non c’è un linea politica, se non quella del Presidentissimo alla quale tutti devono diligentemente allinearsi, per questa ragione e per salvare le apparenze si definiscono “moderati” ma in sostanza non sono né carne, né pesce. Ogni dissenso interno, nei rari casi in cui si manifesta, viene messo a tacere con le buone o con le cattive. I movimenti politici che hanno contribuito a fondarlo hanno perso identità, diventando gli schiacciabottoni di questa o quella lobby. Qualche esempio: Capezzone e Della Vedova che prendono le difese del Vaticano. I recenti problemi con Fini, senza voler parteggiare per lui (ci mancherebbe altro), confermano quanto sopra esposto. Ricapitolando il PDL di forte ha solo il Re, non c’è nessuna Corte o Esercito, solo giullari.
Italia dei Valori con Di Pietro
Un partito definibile con una semplice equazione matematica [Berlusconi * (-1/10)]. In pratica gli tocca un decimo dei voti rispetto al suo avversario politico e, nonostante l’emorragia di voti del PD, non riesce a intercettarne molti. Dopo tutto un partito giustizialista guidato da politici meridionali non può fare molta strada.
Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro
La matematica dimostrazione della svolta e del consolidamento bipolarista italiano. Fino a qualche giorno fa rappresentava un problema trascurabile ma, dopo i numeri di Fini, tutto torna in discussione. Più avanti vedremo perché.
Lega Nord per l’Indipendenza della Padania
In assoluto la forza con il rapporto voti/influenza migliore. Zero polemiche interne, giù a testa e bassa e lavorare o col cavolo che i padani li rivotano. Pragmatismo ed efficienza, le parole d’ordine. L’unico partito che, per ora, non risponde a nessuna lobby. Un Re, Umberto Bossi, capace e di governare e farsi amare, una Corte affidabile e fedelissima e un radicamento territoriale che ricorda il PCI dei tempi d’oro. Il tutto supportato da un Esercito molto ben organizzato (Presidenti di Regione, Sindaci e Assessori) che lavorano bene e si fanno amare dalla plebaglia.
IPOTESI SUL FUTURO
Azzardiamo adesso qualche ipotesi.
Fini, oggettivamente, rappresenta la più importante incognita politica della Seconda Repubblica. Per farci un’idea di chi è Fini e prevedere il suo comportamento dobbiamo ripercorrere la sua storia politica. Lo stesso Fini, che oggi chiede a gran voce il congresso nazionale, deve la propria carriera proprio al rovesciamento di un congresso. Nel lontano 1977 l’attuale Presidente della Camera, all’epoca tirapiedi di Almirante, Segretario del Movimento Sociale Italiano, si candida alla guida del Fronte della Gioventù, competizione dove si classifica solo quinto (su sette); Almirante, però, rovescia il risultato del congresso nominandolo Segretario Nazionale, segnando così l’inizio di una delle carriere politiche più interessanti e controverse del nostro paese. Fini acquisisce sempre più potere all’interno del Movimento e viene indicato da Almirante come suo successore. Almirante morirà nel 1988, un anno dopo aver fatto eleggere il suo delfino Segretario Nazionale. L’inizio non è dei migliori, il neo-segretario Fini resterà in carica solo due anni, sarà, infatti, scalzato da Rauti nel Congresso di Rimini del 1990. Rauti però non ha la stoffa del Segretario Nazionale e, dopo un risultato decisamente deludente alle Amministrative siciliane, viene sfiduciato dal Comitato centrale che restituisce a Gianfranco il ruolo di Segretario. Cinque anni dopo Fini scioglie l’MSI per fondare Alleanza Nazionale, partito nel quale si ritaglia il ruolo di Presidente. Dopo 12 anni alla guida di AN e la bellezza di zero congressi nazionali, viene sciolta anche AN che, assieme a Forza Italia e altri partiti minori, si fonde nel Popolo della Libertà. Fini di primo acchito non vede di buon occhio la richiesta/pretesa di Berlusconi di confluire nel partito unico affermando pubblicamente di non essere in vendita; allora Silvio si compra Storace, esponente di spicco di AN, il quale fonda La Destra che destabilizza il partito di Fini, portando via numerosi esponenti ed eletti. Una volta sceso sotto il dieci percento di consensi, Fini è costretto da arrendersi, svendendo se stesso e il suo Partito a Berlusconi. Nelle Politiche del 2008 FI e AN si presentano sotto il simbolo unico del PDL che però formalmente nascerà solo qualche mese più tardi. Gianfranco che tutto è tranne che stupido, rifiuterà incarichi all’interno dell’Esecutivo, ritagliandosi un ruolo istituzionale di garanzia, la Presidenza della Camera. Le ragioni sono di facile comprensione: l’ex leader di AN è conscio di avere sempre meno spazio politico, da una parte c’è la forte e indiscussa leadership di Berlusconi cbe gli fa ombra e dall’altra il pragmatismo e la capacità della  Lega di intercettare gli umori dei cittadini. Come assicurarsi, allora, un futuro politico?

  1. rimanendo fuori dal Governo così nessuno lo può accusare di complicità nelle maialate dell’Esecutivo;
  2. facendo sempre il bastian contrario in modo da intercettare le simpatie sia di chi a centro destra non ama Berlusconi, sia di chi a sinistra è stanco di votare a sinistra (e sono parecchi), sia di chi a destra, centro e sinistra non apprezza il lavoro del Governo;

Dopo questa interminabile ma necessaria premessa veniamo alle previsioni, disposte in ordini di probabilità:

  1. Entro 6 mesi, massimo un anno, Fini e una ventina tra deputati e senatori lasceranno il PDL, unendosi a Casini, Rutelli e Montezemolo e fondando un grande partito centralista di centro,  segretamente finanziato da Stati Uniti e Vaticano che rimarrà dormiente fino alla morte fisica e/o politica di Berlusconi. Nel frattempo i rapporti tra Lega e Berlusconi si consolideranno e il Movimento di Bossi diventerà sempre più forte. Purtoppo o per fortuna (a seconda dei punti di vista) prima dell’approvazione delle riforme costituzionali in chiave federalista tanto volute dal Carroccio, qualcosa di grave accadrà facendo ripiombare l’Italia nella Prima Repubblica.
  2. A Fini non “entra la scala”, i suoi lo sfanculano all’istante e lui si ritroverà a vagare solo e abbandonato nel Gruppo Misto alla Camera assieme a Guzzanti che gli darà del Bolscevico, Montezemolo tornerà a fare l’imprenditore, Casini il democristiano dal 4% e Rutelli il fotomodello. La Lega porterà a casa il federalismo, quello vero ed esprimerà un candidato Presidente del Consiglio. A Silvio toccherà il Colle e passerà tutte le vacanze assieme al suo caro amico Putin. 

Cappotto

Che dire del risultato delle elezioni regionali senza sembrare ovvi e ripetitivi?
Non ne ho idea, quindi temo che sarò ovvio e ripetitivo.
Sconfitti:

Il Partito Democratico si conferma vincitore nelle regioni storicamente rosse anche se ne esce complessivamente a pezzi. Molto bene in Toscana dove il candidato si aggiudica quasi il 60%, rossa anche l’Emilia Romagna anche se Errani perde 400.000 voti (10%). Bene anche la Liguria dove il candidato uscente conferma i consensi. Assolutamente scontate le vittorie in Basilicata, Umbria e Marche dove il Centro destra non è molto presente o è molto male organizzato; oggettivamente bravo Vendola che però, lo ricordiamo, non è del PD. In sostanza, ci sono regioni dove il PD ha tenuto, altre dove è calato ma ha vinto, altre ancora dove e calato e ha perso ma non ci sono regioni dove è cresciuto e ha portato via la poltrona a qualcuno.

La politica dei due forni dell’Unione di Centro non ha premiato e, salvo in Lazio e in Campania dove i suoi voti sono stati decisivi, ha sostanzialmente fatto un flop. Casini si dovrà rassegnare: gli italiani sono diventati bipolaristi convinti.

Il Popolo della Libertà anche se ha strappato al centro sinistra molte regioni, tiene solo in Lombardia, nel resto del Paese cala e dove vince lo fa solo perché gli avversari sono calati di più (al sud) o dove l’apporto della Lega Nord ha compensato la sfiducia dell’elettorato nei suoi confronti. Berlusconi dovrà fare ancora una volta i conti con un partito (il secondo che fonda) assai meno popolare di lui. 

La c.d. “sinistra radicale” si salva solamente in Puglia dove conferma il Presidente uscente Vendola, qualche consigliere regionale qua e là ma, di sicuro, non potrà più dettare l’agenda politica di nessuno.



Vincitori:

Nessuno e dico NESSUNO (neanche l’Unità) può mettere in discussione il fatto che il vincitore morale e materiale di queste elezioni regionali sia la Lega Nord. Il partito di Bossi fa il pieno di voti ovunque si presenta. In Veneto supera di più di 10 punti percentuale il PDL e consegna palazzo Balbi all’ormai ex Ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia che supera il 60% dei consensi. Cota si aggiudica il Piemonte, fino a ieri baluardo della sinistra e lo fa senza l’apporto dei casiniani (o casinisti). Cresce anche in Lombardia ma senza superare il PDL che, oltre al candidato Presidente, può contare sul decisivo apporto di Comunione e Liberazione, influente in Lombardia quanto le cooperative lo sono in Emilia. La crescita è comunque tale da permettere al partito federalista di pretendere il prossimo candidato Sindaco di Milano. In Emilia triplica i voti, elegge un consigliere regionale anche in Toscana e in Umbria. Unici fallimenti: Lecco, dove Castelli non diventa sindaco e Venezia, dove Brunetta (PDL) viene punito dall’astensionismo leghista. 

Grillo e il suo Movimento 5 Stelle sono la vera rivelazione di queste elezioni. Le liste del comico genovese eleggono due consiglieri regionali in Piemonte (con un 4.06% di voti tolti principalmente alla Bresso) e due in Emilia-Romagna (7%). Che Grillo piaccia o meno, il risultato delle sue liste civiche è notevole e rappresenta una novità nel palcoscenico della politica italiana. Adesso vedremo se un movimento considerato “di protesta” sarà in grado di fare delle proposte e, soprattutto, di portarle in porto. Un’occasione imperdibile per l’anti-politica, anche se sarebbe più corretto definirla politica anti-sistemica o anti-partitica. L’M5S (acronimo di Movimento Cinque Stelle) fa però un buco nell’acqua in Campania dove la voglia di cambiamento non è mai esistita  (ndr) e in Veneto dove la Lega e gli altri movimenti identitari intercettano il sentimento di protesta e antipolitica.

Gli equilibri politici sono sensibilmente cambiati: il Centro sinistra è passato da controllare 16 regioni alle attuali 9, il Centro destra da 4 a 11. Ma analizzando i dati demografici ed economici si evidenziano variazioni assai maggiori. Il Centro sinistra controllava 38.145.000 cittadini contro i 18.850.000 del Centro destra, ora il Centro sinistra ne governa solo 17.000.000 contro i 40.000.000 del Centro destra. Per quanto riguarda l’economia il trend è il medesimo, nel 2005 le regioni rosse gestivano il 65% del PIL, ora ridotto a 30%. Con questi numeri il Federalismo (anche quello istituzionale) non è più un miraggio, bensì un obbiettivo raggiungibile. Speriamo solo che la Lega non si lasci ubriacare dai troppi voti e dimentichi i suoi obbiettivi lasciandosi distrarre da questo o quell’altro crocifisso (ndr).

C’è DelMarcio a Bologna

Flavio Delbono, Sindaco di Bologna da appena sette mesi, ha annunciato oggi, la sua intenzione di dimettersi. La causa ufficiale è: – “Per me Bologna viene prima di tutto, è per questo che, siccome i tempi e i modi richiesti per difendermi eventualmente in sede giudiziaria rischiano di avere ripercussioni negative con la mia attività di Sindaco, ho già deciso in piena coscienza che rassegnerò le dimissioni dalla mia carica. ” Un pretesto molto poco credibile considerando le dichiarazioni dello stesso Delbono di solo due giorni fa, nelle quali rassicurava tutti che non si sarebbe mai dimesso, anche in caso di rinvio a giudizio. Qualcosa dev’essere cambiato, qualcosa di grosso, che a caldo ha tutta l’aria di essere un ricatto. Non sapremo mai di cosa si tratta ma è chiaro che le dimissioni sono lo scotto che Flavio deve pagare affinché la cosa non venga fuori, una questione che, molto probabilmente non ha niente a che vedere con il c.d. Cinzia Gate. Molto sollevato sarà Cazzola che qualche mese fa, in campagna elettorale, durante un confronto con Delbono, sollevò la questione in diretta radiofonica; non perché quanto da lui denunciato si è rivelato essere fondato ma semplicemente perché gli concede l’occasione di lasciare il Consiglio Comunale che a breve sarà sciolto senza perdere quel poco di faccia che gli resta.

E adesso? Quali prospettive per Bologna?

La Legge è piuttosto chiara e prevede, dopo venti giorni dalle effettive dimissioni (Delbono aspetterà l’approvazione del Bilancio), lo scioglimento di Giunta e Consiglio e la nomina di un Commissario “romano”. Se le dimissioni fossero state presentate il dicembre scorso, ci sarebbero stati i tempi tecnici per accorpare le nuove elezioni comunali con quelle regionali ma ormai è tardi. Intanto il Consiglio comunale, in gran fretta, ha approvato all’unanimità un ODG nel quale si chiede al Ministero dell’Interno di predisporre quanto necessario per risparmiare al Capoluogo emiliano un commissariamento lungo un anno e andare a elezioni il prima possibile (ragionevolmente in Giugno). La palla adesso è in mano a Maroni, e, in base a come si muoverà, vedremo finalmente se Bologna è considerata o meno Padania.

La caduta del primo cittadino emiliano è emblematica del mutamento in corso negli equilibri di potere emiliani e nazionali. La magistratura, per ragioni ancora a me sconosciute, ha rotto il lunghissimo sodalizio che la legava alla sinistra italiana e che le garantiva libertà di azione e impunità. Una frattura che sta avendo serissime ripercussioni tanto sulla popolarità quanto sulla reputazione degli esponenti di PD e Co. e che, a partire da Consorte, passando da Marazzo e arrivando a Delbono, ha lasciato emergere quanto la classe dirigente del Centrosinistra italiano, uscita fortunatamente illesa da Tangentopoli, fosse la vera erede delle logiche clientelari della prima Repubblica.

Cazzola ha già fatto sapere di non essere interessato a ricandidarsi e Corticelli ha già alzato timidamente la mano. Nel centrosinistra, invece, potrebbe avere ottime chance Cevenini, un elemento di forte distacco dall’attuale direzione del PD bolognese, apprezzatissimo da entrambi gli schieramenti.

Intanto i bolognesi sono esterrefatti, non tanto dallo scandalo Cinza Gate bensì dalle decisioni assunte dal Sindaco che ha lasciato la città nell’incertezza più assoluta.

Stiano tranquille le lobbies emiliane, il bilancio sarà approvato.

Morte da cani

Nell’immaginario collettivo per “Vita da cani” s’intende una vita poco dignitosa, piena di stenti e privazioni. Un modo di dire che, presumo, è stato coniato in periodi di forte crisi dove di certo la gente non poteva permettersi di mantenere animali domestici “improduttivi” come i cani e questi, da randagi, vivevano degli scarti altrui.
I cani di adesso, almeno quelli che non vivono nei canili, sono soliti condurre esistenze piuttosto dignitose, ricche di agi e cure. Spesso viziati e coccolati dai padroni, ci fanno, talvolta, riflettere sull’insensatezza del vecchio detto. Io sono piuttosto cinico ma, ciò nonostante, ho sempre avuto un debole per gli animali per i quali ho non poche difficoltà ad esprimere la mia solita, genuina  insensibilità. Non chiedetemi perché ma la disempatia che provo per gli esseri umani, si trasforma puntualmente in empatia per le bestie, per le quali nutro un intenso ma, devo ammetterlo, assolutamente ingiustificato rispetto.
Dato il mio debole per gli animali, non posso certo definirmi attendibile e oggettivo quando affermo che la vita degli animali dovrebbe avere il medesimo valore di quella umana quindi, per quanto scriverò di seguito, fingerò di dare per scontato che la vita umana non ha prezzo mentre quella animale sia “sacrificabile” o, quanto meno, di serie B.
Dopo queste premesse, veniamo al dunque, e analizziamo antropologicamente alcuni comportamenti umani in modo prettamente empirico. Per farlo fingiamo per un attimo di non essere di questo mondo, di essere un alieno in gita scolastica sulla Terra che il prossimo “terradì” deve portare in classe un tema sul genere umano. Prendiamo quindi le nostre convenzioni sociali, le convinzioni religiose, la nostra morale e quant’altro ci renderebbe diversi da un robot umanoide e mettiamolo da parte. Mettete il tutto al sicuro, mi raccomando, per vivere nella nostra società, vi tornerà presto utile.

Ora che siete un freddo e logico scolaro venusiano analizzate i processi emotivi di tre individui, pardon “soggetti”, a caso e le rispettive reazioni emotive ai seguenti avvenimenti:

1) all’umano ALFA viene rubata l’auto;
2) all’umano BETA muore il cane;
3) all’umano GAMMA muore la madre;

L’umano ALFA, 40 anni, sposato, un figlio di 10, si ritrova un mazzo di chiavi in mani ma la sua auto non è più nel cortile, dove l’aveva lasciata la sera prima. È visibilmente contrariato e frustrato, gesticola, cammina in tondo, non si dà pace. In preda al furore lancia via le chiavi. Erano assieme a quelle di casa. A nulla varrano le  due ore di ricerche. Con chi gli offre aiuto si dimostra ostile e polemico. Nel primo pomeriggio la rabbia si trasforma in tristezza e rassegnazione.

L’umano BETA, 38 anni, single, ha un cane di 13 anni che prese, ancora cucciolo, al canile municipale quando era studente universitario con i rasta e l’orecchino al naso. Il cane da 6 mesi non sta molto bene, è inappetente, dimagrisce a vista d’occhio; le tre rampe di scale necessarie a raggiungere l’appartamento del padrone che un anno prima faceva tutto d’un fiato gli sembrano interminabili e, almeno una volta a settimana, se la fa addosso. Insomma sta morendo. Il padrone è visibilmente affranto, vede il cane sofferente e umiliato. L’idea che possa morire gli chiude lo stomaco, resta che, dopo tre mesi a pulire la sua merda e a imboccarlo di omogeneizzati, si decide: lo porta dal veterinario e lo fa sopprimere. Durante il viaggio di andata e ritorno piange ininterrottamente. L’indomani, in ufficio, si sforzerà di non piangere di fronte ai colleghi.

L’umano GAMMA, 67 anni, divorziato, 2 figli, ha una madre molto malata di 90 anni che da 3 non si alza dal letto. È stata colpita da un ictus, non parla e comunica a stento con i gesti, non è autosufficiente in niente. Il figlio ha preso un’infermiera moldava a tempo pieno per assisterla e curarla finché non muore. Come il cane di BETA, la signora soffre molto e continuamente, ogni volta che l’infermiera moldava le cambia il pannolone lei si sente umiliata e ferita nell’orgoglio, una mente lucida in un corpo martoriato dal tempo è per lei una vera prigione. Vorrebbe tanto farla finita ma non è neanche in grado di buttarsi giù dal letto, figuriamoci dalla finestra. L’anziana signora si spegnerà “serenamente” all’età di 97 anni, ne danno il “triste” annuncio il figlio GAMMA e la nuora IRINA.

Lo studente extra-terrestre il “terradì” successivo scriverà un breve tema che, tradotto, si leggerebbe così:

Questo fine settimana sono andato in gita sulla terra, strani animali gli umani: reagiscono agli eventi negativi comportandosi in modo irrazionale e dimostrano più misericordia con altri animali, a loro inferiori, chiamati “cani”, rispetto ai propri antenati che, invece , vengono torturati fino alla morte.

Roba che neanche i marziani…

Inversione di marcia

Il Governo turco di Recep Tayyip Erdoğan rischierebbe di essere rovesciato. Ad annunciare l’inasprimento dei rapporti tra i vertici militari e la magistratura, vicina al Governo in carica, sarebbero diversi quotidiani, sia nazionali, sia stranieri.
La Turchia, fin dalla fondazione della Repubblica nel 1923, ha sempre rappresentato il baluardo della laicità nel mondo islamico, oltre ad essere una delle poche democrazie effettive che a tutt’oggi si contano in paesi a maggioranza musulmana. L’allora Presidente e fondatore della Repubblica, Mustafa Kemal, rinominato successivamente Atatürk (padre della Turchia) ha rappresentato quanto di meglio possa capitare ad uno stato islamico; l’impronta fortemente laicista del politico, unita a ben definite distanze dal marxismo, ha portato la Turchia a radicali cambiamenti storico-culturali, trasformando un califfato monarchico e teocratico in una solida democrazia, politicamente, economicamente e militarmente forte e indipendente. Vediamo i principali cambiamenti apportati da Atatürk al paese che prima era del Sultano Maometto VI:
  • abolì il califfato;
  • laicizzò lo Stato;
  • riconobbe la parità dei sessi;
  • istituì il suffragio universale;
  • adottò l’alfabeto latino;
  • adottò il calendario gregoriano;
  • adottò il sistema metrico decimale.

Per difendere la laicità dello Stato, Kemal, che prima di darsi alla politica era un noto e capace Generale, inserì nella Costituzione un articolo che conferiva all’Esercito nazionale il compito di tutelare e difendere la laicità dello Stato, autorizzandolo a rovesciare il Governo in carica qualora tali principi si fossero trovati a rischio. Questo simpatico cavillo costituzionale ha impedito ai successivi governi insediatisi di prendere una pericolosa china estremista che, in un paese a maggioranza islamica, sappiamo bene cosa comporterebbe. La democrazia però, si sa, è famosa per avere sempre una data di scadenza. Nell’ultimo decennio, complici la connivenza tra politica e gerarchie militari e una identità islamica risvegliata dall’11 settembre, i partiti di stampo islamista, fino ad allora considerati quasi illegali, sono andanti via via crescendo, fino a assumere, per mano di Erdoğan & Co., il controllo politico ed amministrativo del paese. Il Primo Ministro turco che nel 1998 fu imprigionato per istigazione all’odio razziale dando lettura in pubblico di una poesia di  Ziya Gökalp: – “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette ed i fedeli i nostri soldati“, come politico, è oggi maturo e razionale; ha imparato a vezzeggiare e lusingare, prima la stessa magistratura che lo condannò, poi i vertici delle forze armate, addolcendo a tutti la pillola della ri-islamizzazione della Turchia. Anche in politica estera la linea di Recep Tayyp è andata in controtendenza rispetto ai suoi predecessori, girando le spalle all’Occidente e all’Europa che voleva inglobarla, dialogando sempre più con paesi governati da regimi islamici come l’Iran e la Siria.

Gli occidentali che da anni vivono in Turchia raccontano di una lenta ma progressiva regressione delle libertà personali e di una situazione sempre più tesa; si parla di una polizia tornata alle usanze degli anni sessanta con l’uso quasi sistematico della violenza come mezzo coercitivo e si lamenta una diffusa e crescente corruzione a tutti i livelli. Internet è semi-filtrato e, specie nei contesti extra-urbani la sharìa si sta sistematicamente sostituendo alle leggi dello stato.
Come citato in premessa, a causa di un’articolata inchiesta avviata dalla magistratura di Ankara a danno di numerosi gerarchi militari (molti dei quali politicamente affini al partito di maggioranza), i rapporti tra Governo ed Esercito stanno scricchiolando e i partiti d’opposizione stanno esercitando su quest’ultimo forti pressioni, richiamandolo ai suoi doveri costituzionali. Erdoğan, dal canto suo, sembra non curarsene e calca sempre di più la mano, lasciando intendere agli osservatori di non essere affatto spaventato dallo spettro del golpe militare.
Insomma, il ritratto di una Repubblica che non rispecchia certo quella immaginata e voluta dal suo fondatore e non è certo questa la Turchia che potrebbe entrare in Europa né, tanto meno, la Turchia che può facilitare il dialogo tra occidente e medio-oriente, velocizzando il percorso democratico dei paesi medio-orientali.
Se anche la Turchia di Erdoğan dovesse passare dall’altra parte dello steccato, andando a fare compagnia all’Iran di Ahmadinejad e alla Siria di al-Asad, come dovrà comportarsi l’Occidente? Con chi del mondo islamico sarà possibile instaurare un dialogo? E come?
Un’idea ce l’avrei ma non si può dire in televisione…
Sharìa, portateli via…

Game over

Il titolo, lo so, non è dei migliori ma forse, assieme alla foto, un mezzo sorriso ve lo ha strappato.
Oggi vi parlerò di guerra, di terrorismo e di guerra al terrorismo, lo farò riportando e commentando la vicenda accaduta qualche giorno fa alla Caserma Santa Barbara di Milano.
Lunedì 12 ottobre, ore 7.45, Mohammed Game, libico trentasettenne si presenta di fronte alla Caserma di Piazzale Perrucchetti a Milano, ha con sé una cassetta degli attrezzi contenente 5 kg di esplosivo ed un detonatore artigianale. Fingendo un malore di fronte alla Caserma riesce, soccorso dai militari, ad introdursi all’interno dei cancelli ed  ad innescare la bomba.
Solo un decimo del materiale componente l’ordigno è esploso, dirà il giorno successivo Maroni,  forse a causa di un malfunzionamento del dispositivo, o dell’imperizia dell’improvvisato bombarolo. Risultato: l’attentatore si trova una mano in meno e, forse, non riacquisterà mai più la vista. Ora è ricoverato all’Ospedale Fatebenefratelli. Purtroppo, prima che gli inquirenti abbiano avuto modo di interrogarlo, è stato messo in coma farmacologico. Con un po’ di fortuna non ce la farà.
Il militare che aveva soccorso il maldestro attentatore e gli era vicino al momento della detonazione se l’è cavata con ferite di lieve entità, curate sul posto dal personale del 118.
Da una prima ricostruzione sulla vita di Mohammed Game, è emerso quanto segue:
  • libico, residente in Italia da 10 anni;
  • convivente con un italiana non convertita e 4 figli dei quali 2 non suoi;
  • totalmente disinteressato alla religione fino alla perdita del lavoro, da allora ha incominciato una sporadica frequentazione di ambienti legati al fondamentalismo islamico (moschee);
  • viveva con la famiglia in un appartamento occupato abusivamente nella periferia milanese.
Due mesi prima dell’attentato, Mohammed e la compagna avevano invitato i giornalisti di Cronaca qui, giornale locale low cost, a visitare l’appartamento nel quale vivono abusivamente da 7 anni, lamentandosi, guarda caso, della mancanza di aiuto da parte del Comune di Milano.
Un ritratto, quello di Game, che non collima esattamente con quello del musulmano ultra-ortodosso, capace, pur di danneggiare il Satana occidentale, di immolarsi nel ventre del nemico. Come non ricalca nemmeno il ritratto del ragazzino palestinese in piena pubertà, cresciuto nei campi profughi che disintegra se stesso ed un autobus affollato per riuscire, almeno nel paradiso islamico, a tocciare il “biscottino”.
Come da copione, la moglie, udito l’accaduto, è caduta dalle nuvole ed i vicini lo hanno definito da qualche giorno losco e schivo.
Gli inquirenti che, quando ricevono una telefonata dal Ministero, diventano improvvisamente rapidi ed efficienti, hanno già arrestato un paio di complici e sequestrato parecchio materiale esplosivo. Entro pochi giorni, confido, avremo maggiori dettagli riguardo la vicenda.
Da notare che Game, prima di lasciare una mano sul cortile della Caserma, pare abbia urlato “Via da Kabul” ai militari presenti.

La vicenda è ambigua e mi lascia non poco perplesso. Le meningi, non abituate allo sforzo, mi frullano così forte da darmi il mal di testa. Ecco cos’hanno partorito:

Opzione A

Qualcuno degli amichetti conosciuti in moschea, al corrente della sua situazione economica, lo ha convinto a  commettere il folle gesto promettendo soldi e stabilità economica alla, di lui, famiglia.

Opzione B

Essendo un fallito senza arte né parte e non avendo un cazzo da fare tutto il giorno, si è messo a coltivare la causa dell’anti neo-colonialismo. Il paese in questione, l’Afganistan, non è il suo ma pazienza! Noi musulmani siamo tutti fratelli, tocchi uno di noi, ci tocchi tutti!

In entrambi i casi ed indipendentemente dalle sue convinzioni politiche, una cosa è sicura, è/era un idiota:
  1. come ingegnere (vantava tale qualifica) devi fare davvero pena se non riesci a collegare un detonatore contemporaneamente a più cariche;
  2. gli attentati si fanno alle ore di punta, non alle 7.45 del mattino;
  3. se non vuoi che risalgano ai tuoi complici entro tre quarti d’ora, disfati dei tuoi documenti e dei titoli di viaggio con i quali possono ricostruire i tuoi spostamenti;
  4. che bisogno c’era tenere in mano l’ordigno? Pesava 5 chili! Lanciarlo e scappare no?
Il gesto di Game, anche se goffo e fallimentare, apre nuovi inquietanti scenari sull’intreccio e le conseguenze di due importanti fenomeni come l’immigrazione islamica e la disoccupazione conseguente alla crisi. Per carità, si sa che, anche gli italiani, quando restano senza lavoro possono compiere gesti folli ed azzardati (fingere di non vedere la sbarra del passaggio a livello, indossare il costume da bagno con un masso legato al collo, cospargersi di benzina e giocare con i fiammiferi di fronte all’azienda che ti ha licenziato, votare il centro-sinistra). Tutte opzioni senz’altro discutibili ma comunque generalmente innocue per la collettività.

Con l’islam no! Tutto è diverso! Un problema economico diventa un problema politico che diventa  un problema religioso che diventa un mussulmano diviso in tanti pezzettini distribuiti su un raggio che va 10 a 50 metri e un indice variabile di vittime e danni collaterali. Il centrosinistra come prevede di integrare tali soggetti? Li vuole mischiare ai brigatisti? Comunista combattente/mussulmano dilaniante: – “Marx è grande” Kaboom!!!

Già mi immagino le manifestazioni sindacali con tanto di proteste suicide di fronte alle aziende: – “O ci date l’aumento o dovrete raschiarci via dai muri…”
P.S.
Addosso ai complici del libico, acuti almeno quanto lui, sono state ritrovate anche le ricevute dell’acquisto dell’esplosivo (nitrato di ammonio). Piccolo particolare: mancano 80 kg all’appello. Non so voi, ma io prevedo fuochi d’artificio a breve…

Alla faccia vostra

Ieri la Lega Nord ha presentato un Disegno di Legge la cui approvazione (improbabile) metterebbe la parola “fine” a qualsivoglia ambiguità politica o giudiziaria sulla questione “Burqa, niqab e simili”.

In realtà la Legge italiana è già piuttosto chiara in merito e dispone il divieto, in assenza di una ragionevole motivazione, di coprirsi il volto in pubblico, ostacolando l’identificazione. La Legge è la n. 152 del 1975, nota anche col nome di Legge Reale, dal nome del redattore, l’allora Ministro, Oronzo Reale.
Proprio la questione sulla ragionevole motivazione, inserita per consentire ai cittadini di poter indossare il casco quando si è in moto, la maschera a Carnevale o quella da saldatore, ha permesso alle toghe italiche di pronunciarsi sempre a favore delle diversamente vestite, ritenendo i precetti religiosi islamici una ragionevole motivazione. Leggiamo il testo del disegno di legge leghista che altro non è un emendamento della succitata Legge ma che, nonostante questo, ha suscitato numerose polemiche.

Legge n°152 del 1975 e successive modificazioni.

È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino.

Il contravventore è punito con l’arresto da uno a due anni e con l’ammenda da 1.000 a 2.000 euro. 

Per la contravvenzione di cui al presente articolo è facoltativo l’arresto in flagranza.

Se la proposta di legge dovesse passare, la parte in rosso, tanto cara alla magistratura italiana, sarebbe rimossa.

Si. Tutto qui. Che razzisti quelli della Lega! Vero?

Vediamo le reazioni molto eterogenee e originali della politica italiana:

Fabio Granata (PDL): “L’uso del burqa si supera con politiche, e leggi, di integrazione e cittadinanza, non con il carcere o strappandolo”. Lo dice Fabio Granata, capogruppo Pdl in commissione Cultura. Di tutto c’e’ bisogno tranne che di proposte legislative o gesti che aumentino la conflittualita’ con il variegato mondo islamico, verso il quale solo coltivando rispetto e dialogo favoriremo l’integrazione e isoleremo le spinte fondamentaliste”.

Marta Vincenzi, Sindaco di Genova (PD) è d’accordo. O, meglio, no. Nel senso che è d’accordo a vietare il Burqa ma non per le ragioni della Lega: “Sono d’accordo col divieto di usare il burqa ma non per le motivazioni della Lega dalle quali prendo le distanze. Prima di tutto vengono i diritti delle persone e quindi delle donne a mostrare il loro volto. Un diritto che non può essere negato sulla base di un’ipotetica religione di provenienza. Non mi sfuggono le motivazioni della Lega connesse al tema della sicurezza e non le condivido. Ritengo che prima di tutto debbano essere rispettati i diritti individuali delle persone, che devono essere meglio ribaditi, e quindi dico no al relativismo culturale, al burqa, all’infibulazione e a qualsiasi tipo di mutilazione. Sono in accordo con Emma Bonino sull’argomento e invito i miei compagni di partito a non essere ”timorosi” e auspica che ci siano proposte anche da parte della sinistra. Ho messo ben in chiaro questi concetti nella convenzione firmata con la comunità islamica genovese, che dovrebbe portare alla costruzione della moschea nel capoluogo ligure.”

Donatella Ferranti (PD): “È una norma incostituzionale che lede la libertà religiosa e sono del tutto strumentali i richiami all’ordine pubblico. La verità è che si vuole colpire gli immigrati islamici nel loro intimo. Ma come può una legge parlare di affiliazione religiosa? Le suore sarebbero affiliate? Ma stiamo scherzando? Come si puo’ pensare di modificare una cultura con una norma? L’unico effetto dell’entrata in vigore di questa legge sarebbe quello di segregare in casa le donne islamiche.” Mi sfugge dov’è che la legge parla di religione ma sarà una mia svista. Poi, giustamente, fa osservare che,  sempre per colpa della Lega, queste povere donne, prive del burqa non potranno più uscire di casa.

Alessandra Mussolini (PDL): Manderebbe in galera chi costringe la moglie a indossare il burqa ma è contraria a vietarlo. Vorrei essere sicuro quanto lei sul fatto le donne islamiche, oggetto di soprusi del genere, denunceranno i consorti alle autorità preposte.

Emma Bonino (Radicale in forza PD): “È da tempo immemorabile che sostengo che indossare il burqa o il niqab integrale in pubblico viola non solo le leggi dello Stato in materia di sicurezza, ma soprattutto un concetto base della democrazia e dello Stato di diritto, quello della piena assunzione della responsabilità individuale. Per questo a nessuno è concesso di celare la propria identita’, anche se in nome di usanze tribali. Di questo si tratta e non di Islam, come da anni ci spiega l’Imam Tantawi ed altre alte cariche della sunna islamica, compreso in questi stessi giorni. Cosa c’entri poi il fatto di garantire la libertà religiosa, come affermato da qualche collega del Pd (Marta Vincenzi, vedi sopra) è un mistero”.

Ad aggiungere pittoricità alla vicenda c’è anche il fatto che il burqa (afganistan) e il niqab (arabia) mentre stanno spopolano in Europa, siano ormai demodè nei paesi originari e non pochi intellettuali islamici del posto, che guarda caso sono sempre anche leader religiosi, gli hanno ampiamente “scomunicati”. Si può quindi affermare che un ulteriore ostacolo all’emancipazione della donna islamica sia rappresentato da quella schiera di post-sessantottini e vetero democristiani che, pur di difendere la libertà di religione di qualcuno, sono disposti a privare lo stesso di molte altre libertà.
A proposito di emancipazione, avete visto il tiggì di oggi?
Una quindicenne di origini islamiche si è presentata dai carabinieri perché temeva di fare la stessa fine di Hina e Saana, ora è ospitata in una struttura pubblica e il padre è stato denunciato per maltrattamenti domestici. Suggerisco di integrare il soggetto con il fondo del mediterraneo, scafisti docet.

Terremoti

La giornata del 30 settembre ha avuto, giornalisticamente parlando, come principale soggetto: i terremoti.
Partiamo da lontano:

Tsunami a Samoa (un terremoto sottomarino = 4 onde anomale): decine di villaggi rasi al suolo, ambienti paradisiaci devastati e, come in Indonesia, centinaia di morti e dispersi.

Terremoto in Indonesia: più di mille di morti, molti corpi ancora da recuperare.

Terremoto nel centrodestra italiano: il Premier, dopo aver consegnato 400 nuovi alloggi ai terremotati abruzzesi ha generato un terremoto politico in Veneto, confermando, seppur in maniera informale, Galan come candidato Presidente alle prossime Elezioni regionali. 

Senza smentire il campanilismo di cui mi fregio, tratterò unicamente il terremoto con epicentro a me più vicino, quello del Veneto. 
L’annuncio che Galan sarà il prossimo candidato alle regionali in Veneto, come prevedibile, non è stato preso molto di buon grado dalla dirigenza del Carroccio che contava di mettere alla guida dell’ex repubblica uno dei suoi purosangue: Luca Zaia, attuale ministro delle Politiche agricole e forestali oppure Flavio Tosi, attuale Sindaco di Verona. La presenza di un leghista alla guida di Palazzo Balbi era qualcosa che, fin da ieri mattina, davano tutti (o quasi) per scontato; vuoi per le voci sugli accordi “regionali” tra il Cavaliere e il Senatùr che da mesi circolavano, vuoi per il fatto che Galan stia terminando il suo terzo mandato come Presidente e affidargli il quarto consoliderebbe uno strapotere politico che sarebbe inusuale persino in meridione, vuoi che, anche se il PDL ha battuto di un soffio la Lega Nord alle Europee, i sondaggi danno il Partito di Bossi diversi punti sopra al Popolo della Libertà.
Per quanto il tiro mancino del Cavaliere mi urti non poco, devo riconoscere che tutto ciò apre scenari molto interessanti. I colpi bassi, di scena e le previsioni elettorali si sprecheranno.
La Legge elettorale per la Regione Veneto prevede che la coalizione che appoggia il candidato Presidente vincente, conquista il 60% dei seggi (37 si 60), quindi, se PDL e Lega dovessero correre separati, ci sarebbero tre possibili diversi epiloghi:
  1. La Lega Nord (36% nei sondaggi) vince con Tosi o Zaia Presidenti, PD e PDL all’opposizione, sai che ridere… 
  2. Il PDL vince con Galan, Lega Nord e PD all’opposizione, Galan diventerebbe il Gheddafi del Veneto. 
  3. Vince il PD, sono cazzi amari per tutti! 
Paradossalmente, in una delle regioni dove il PDL e la Lega fanno da padroni, il ruolo determinante potrebbe spettare a un partito minore, l’UDC, che venderebbe a caro prezzo il suo 6,36%. Infatti, chi riesce a portare dalla sua parte il partito di Casini, compreso il PD, ha ottime possibilità di vincere. Sappiamo però che i rapporti tra Lega e UDC sono sempre stati pessimi, cosa che non si può dire per Galan che, invece, ha ottimi rapporti con il Segretario regionale, De Poli.
Un’altra interessante incognita potrebbe essere rappresentata dal Partito Democratico la cui ala centrista, pur di fare le scarpe al Carroccio, sarebbe ben lieta di votare per un Galan quarter. Per loro perdere con il 25% o con il 20% cambia poco ma tenere la Lega fuori dal Governo Veneto non avrebbe prezzo.
Insomma, una bella gatta da pelare e tutto senza considerare che gli strascichi di una rottura tra i due principali partiti di centrodestra arriverebbero fino ai palazzi romani, aggiungendo tensioni inutili e veicolando le energie di Governo e Parlamento nella direzione sbagliata.
Per fortuna quello che dice il premier può essere smentito dallo stesso e non sarebbe la prima volta che Berlusconi ritratta sensibilmente quello che il giorno prima era considerato un editto.
Confido che la solita chiacchierata tra Umberto e Silvio sistemi il tutto. In caso contrario, guerra sia…

itagliani in cincue hanni

La classe politica italiana non si smentisce mai. Il Carroccio, dopo aver combattuto aspre battaglie in Parlamento e fuori, ha ingenuamente pensato di aver vinto il duello contro le lobby terzomondiste e assistenzialiste di entrambi gli schieramenti; si sbagliava di grosso. Come da copione, l’altro ieri una Proposta di Legge bipartisan è stata presentata alla Camera dei Deputati: il documento, partito dai banchi dei fedelissimi di Fini, è stato sottoscritto da una cinquantina di deputati appartenenti a tutti i gli schieramenti tranne, appunto, la Lega Nord. La cosa strana non sta nel fatto che i deputati del PDL disattendano palesemente gli impegni elettorali del 2008, oggetto, tra l’altro, di un massiccia campagna mediatica (vedi illustrazioni) con tanto di modulo per la raccolta firme che circolava già durante il Governo Prodi, bensì il fatto che lo stiano facendo a pochi mesi dalle elezioni regionali. Vogliono forse i pidiellini consegnare alla Lega, oltre al Veneto, anche la Lombardia? Proprio non capisco! Cosa si nasconde dietro l’iniziativa dei radical-finiani, tanto affannosamente condivisa dall’opposizione?
Di certo sono tante le critiche che si potrebbero muovere all’indirizzo del Presidente della Camera e la sua claque ma non si può certo definirli degli stupidi: avranno, senz’altro, fatto i loro conti. Se sono corretti o meno, lo scopriremo a fine marzo; per ora, azzardiamo un’ipotesi.
Forse il PDL, spaventato dalla Lega, sta facendo lo stesso errore che alla sinistra è costato molto, cioè vezzeggiare gli immigrati nella speranza di carpire il loro voto. Disegno politico discutibile ma senza dubbio sensato: gli immigrati non hanno molto in simpatia i borghesucoli della sinistra italiana, molti di loro provengono, addirittura, da paesi che hanno o hanno avuto regimi di stampo marxista. Sentendoli parlare, inoltre, sembrano decisamente più inclini a destra che a sinistra, nonostante le politiche di accoglienza e assistenza di quest’ultima. Quindi, ammesso che siano interessati a partecipare alla vita democratica del paese, se non votano per il PDL è solo perché è alleato con la Lega Nord, tanto al Governo nazionale, quanto in molte Amministrazioni locali.
In cuor mio spero vivamente di sbagliarmi; se così non fosse, vorrebbe dire che, in tema d’immigrazione, abbiamo già raggiunto la massa critica, che siamo arrivati al punto nel quale il voto degli immigrati, (quelli con già la cittadinanza s’intende) è politicamente rilevante. Fortunatamente, vuoi la trafila burocratica, vuoi i 10 anni di residenza necessari, vuoi che gli immigrati non sono molto interessati a votare, la loro croce sulla scheda, anche se politicamente rilevante, non è ancora politicamente determinante. Quindi come accelerare il percorso democratizzazione dei nuovi arrivati, senz’altro più facili da abbindolare con false promesse rispetto agli smaliziati autoctoni?
Detto, fatto e la trovata dei cinque anni per avere la cittadinanza, messa in naftalina dal centro sinistra, viene recuperata da Gianfranco & Co. sul quale sembra avere ragione Bossi: l’iniziativa altro non è che il canto del cigno dell’ex leader di AN; sicuramente saranno più i voti che l’iniziativa farà perdere al PDL rispetto a quelli che potrebbe guadagnare. Se consideriamo anche che, con l’attuale Maggioranza, le probabilità che il testo diventi Legge dello Stato sono scarsine, i finiani e sinistri stanno facendo un sacco di fatica per niente.

Una cattiva musulmana

Ci risiamo. È successo ancora. Una ragazza musulmana ha scelto di vivere all’occidentale, con un occidentale. In occidente, da un non occidentale, è stata uccisa. Si chiamava Sanaa, 18 anni, aveva lasciato la casa dei genitori per andare a vivere con il suo ragazzo, un imprenditore trentunenne del luogo. I due convivevano da circa tre mesi e lei lavorava come cameriera nel locale del fidanzato. Il padre della ragazza, un marocchino di 45 anni, non aveva mai accettato la loro relazione, non tanto per i 13 anni di età che separavano i due ragazzi, ma per il fatto che lui non fosse musulmano. Una storia per molti aspetti simile a quella di Hina, la ragazza pachistana, uccisa dal padre con la complicità di alcuni parenti e sepolta nel giardino di casa. Anche Hina aveva scelto di percorrere la propria strada, anche a costo di contravvenire alle usanze e agli obblighi sociali della sua etnia che l’avrebbero voluta moglie del candidato scelto dalla famiglia, un lontano cugino mai conosciuto e ancora residente in Pakistan. Saana, come Hina, aveva trovato il coraggio di ribellarsi ai propri genitori, ai loro medievali retaggi culturali e vivere in libertà la propria vita. Saana come Hina, ha trovato la morte per mano del padre, un “integratissimo” lavoratore, residente regolarmente nel nostro paese da molti anni.
In molti paesi islamici e non solo, combinare i matrimoni è una pratica ancora molto diffusa, tanto comune che le famiglie emigrate in occidente non fanno eccezione. Il modello familiare islamico è tra quelli maggiormente patriarcali; l’intera famiglia, in particolar modo le femmine, è suddita del patriarca e, in alcuni stati islamici, il padre è legalmente legittimato a uccidere la propria prole se essa dovesse disonorare la famiglia o vi si dovesse ribellare. Emigrare in occidente, patria di libertà, opportunità e pluralismo, non aiuta affatto; anzi, spesso le famiglie emigrate e le successive generazioni si dimostrano ancor più conservatrici di chi è rimasto in patria. Si chiama “identità reattiva”: trovarsi in ambienti etnicamente e culturalmente eterogenei, anziché favorire lo scambio interculturale, tende ad accentuare le differenze, ad allontanare i punti di vista, a ingigantire le divisioni. L’islam è una delle principali culture che stiamo importando (o lasciamo esportare) nel nostro territorio e qui, come in altri stati europei, ha ampiamente dimostrato di non voler avere molto a che fare con noi “infedeli”. I matrimoni tra la popolazione nostrana e gli immigrati musulmani (quando non si tratta di meri strumenti per ottenere la cittadinanza) sono piuttosto rari e, quando ciò accade, è quasi sempre l’occidentale a doversi convertire.
Sui quotidiani di oggi ci sono le dichiarazioni di Fatna, la madre di Sanaa (casalinga con quattro figlie) che, imboccata dall’imam di Pordenone ha già perdonato il marito per il suo gesto, ricordando che il marito è sempre stato un buon padre di famiglia e che sulla vicenda anche la vittima aveva la sua parte di responsabilità: “Non era una buona musulmana”.
Come dicevo in questo post “la società democratica è un insieme di individui che si danno regole per la convivenza. L’introduzione in un determinato contesto socio-etno-geo-culturale (scusate il parolone impossibile) di cittadini che hanno diversi valori e una diversa concezione di società non può che modificarne tutti gli equilibri”. So già cosa diranno gli xenomani sulle polemiche/riflessioni innescate sulla vicenda: “è un caso isolato, le violenze domestiche le fanno anche gli italiani, anche gli italiani uccidono, ecc.”; sarà anche vero ma non è questo il punto. Non è l’omicidio la questione, bensì la reazione che l’episodio ha suscitato e nella famiglia e nella comunità musulmana che, ci scommetto, nei corridoi delle moschee mormora: “Quella ragazza se l’è cercata! Servirà da monito a chi delle nostre donne vuole diventare un troia come le occidentali“.
Se tanto mi da tanto, mi chiedo (e spero non essere l’unico) in che direzione la nostra società stia andando, se certe culture siano pronte per quanto abbiamo da condividere con loro, ma soprattutto mi chiedo se il punto di non ritorno l’abbiamo già raggiunto.

Perle ai porci

È di una settimana fa la notizia della nascita di un nuovo motore di ricerca. Si chiama “ImHalal.com” ed è il primo motore di ricerca per l’appunto “halal” (lecito), appositamente studiato per navigatori mussulmani. Il servizio, oltre a indicizzare con attenzione particolare le pagine e le immagini che possono interessare l’utenza fedele ai precetti coranici, è in grado di censurare le pagine che trattano argomenti quali la birra, i suini, il sesso, l’omosessualità e tutti quei termini considerati “haram” (illeciti). In questo modo anche i più rigidi islamici, la cui sola visione di ragazze in bikini, birre, maiali o drag queen causerebbe grossi scompensi esistenziali, potranno usufruire degli infiniti strumenti che internet mette a disposizione. La prossima trovata probabilmente sarà il p2p “halal”, con programmi come emule e bittorrent che escluderanno dai risultati delle ricerche termini o titoli di film considerati inadatti ad un pubblico islamico. Magari nascerà anche l’ihmdb (internet halal movie database) e Halaltube. Persino internet, fino ad oggi indiscusso baluardo globale della libertà di espressione, sta scricchiolando sotto i colpi dell’ottusità mediorientale che, pur di scostarsi dallo stile occidentale, libertino e sacrilego, stravolge tutto, dal costume da bagno al motore di ricerca.

Si metta il cuore in pace chi pensava che la rete globale, assicurando libera informazione a tutto il mondo, avrebbe consentito a certe popolazioni di evolversi.
Dal canto mio, almeno per ora, resto fedele al solo e unico Dio: l’onnipresente e onniscente Google: una divinità che risponde sempre alle mie domande senza volere niente in cambio e che non ha bisogno di affidarsi a ministri e portavoce con buffi cappelli.
Tecnologia portami via.

P.S.
Sono proprio curioso di scoprire se l’ingegno maomettiano sarà in grado di mettere a punto un filtro antispam capace di bloccare quelle frequenti e fastidiose email con cui ti vogliono rifilare il Viagra o il Cialis.

ONU, UDC & Hatù

Vorrei rispondere all’On. Luca Volontè, Parlamentare UDC che dalle pagine de il Resto del Carlino di martedì ha sferrato un duro attacco a diverse agenzie dell’ONU, suggerendo di interompere i finanziamenti all’Organizzazione intergovernativa. Prima di rispondere, per correttezza, riporto integralmente il testo del deputato varesotto:
ONU, SOLDI BUTTATI TRA SESSO E ABORTO. 

Cosa succede all’Onu? Vale ancora la pena stanziare fondi per talune sue Agenzie? Due casi ci inducono a trarre conseguenze draconiane. In questi giorni, a Berlino, l’Organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa dei fondi per le popolazioni (Unfpa), in collaborazione con il governo tedesco ospita le 400 associazioni internazionali che si occupano dei «diritti riproduttivi», riuniti per discutere le strategie per introdurre nelle legislazioni interne di ogni Paese membro dell’Onu e nei documenti delle Organizzazioni Internazionali «la salute sessuale», incluso l’aborto. La conferenza nasce dall’idea di commemorare l’anniversario della Conferenza del Cairo, che aveva tutt’altro scopo. L’Onu, a cui si mandano milioni di euro per sconfiggere la fame nel mondo ed educare alla crescita civile, sociale ed economica, è impegnata a collaborare con le associazioni pro aborto, Ippf in primis, nella speranza che aumentino i fondi per combattere la natalità nei Paesi in via di sviluppo. Meno figli nascono e meno risorse si dovranno chiedere ai contribuenti occidentali, il peggio della teoria razzista di Malthus*. Una tentazione messa ben in chiaro nella recente Veritas in Caritate di Benedetto XVI: il pericolo di un nuovo ‘colonialismo’ che ogni Stato civile dovrebbe combattere, anche a costo di tagliare i propri fondi verso le organizzazioni Onu. In questi stessi giorni, riporta il New York Times, l’Unesco, in collaborazione con la stessa Unfpa, ha pubblicato due guide a fumetti: per insegnare ai bambini dai 5 agli 8 anni le tecniche di masturbazione e, per i ragazzi dai 9 ai 12 anni, prime nozioni su come abortire e procurarsi l’orgasmo. Per i maggiori di 15 anni, invece, è disponibile una guida ‘legale’ al diritto all’aborto. La chiamano educazione sessuale comprensiva, per rendere accessibile l’aborto a tutti i giovani del mondo e renderli sessualmente attivi, la più banale evocazione degli scritti di Marx ed Engels.O l’Onu torna a promuovere i diritti umani e dei fanciulli, oppure è meglio tagliare i fondi a talune Agenzie ormai ridotte a Minculpop della corruzione dei fanciulli e Agitprop dell’aborto.


Ill.mo On. Volontè, io, come lei (ma prima di lei) non sono esattamente un ammiratore dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, l’ho sempre considerata alla stregua di un carrozzone all’italiana applicato su scala globale; una struttura capace principalmente di sperperare i fondi generosamente elargiti dagli stati membri, soprattutto quelli industrializzati come l’Italia. Il numero di agenzie interne è spropositato e, come per ogni carrozzone che si rispetti, è amministrato da politici silurati o trombati messi lì in attesa della pensione. Fatto sta che dopo aver letto il suo commento sulle pagine del quotidiano bolognese, la mia antipatia per l’ONU ha registrato una leggera flessione. A farle storcere il naso, mi sembra di capire, è il fatto che le Nazioni Unite stiano direttamente o indirettamente promuovendo nuove e diverse politiche sociali e demografiche che pare non ricalchino esattamente quelle di matrice cattolica (andate e moltiplicatevi). L’Africa, converrà con me, è una bella gatta da pelare e forse siamo anche d’accordo sul fatto che quanto è stato fatto fino ad oggi per il continente nero ha portato risultati quantomeno deludenti. Personalmente ritengo che l’idea di insegnare ai giovani africani cos’è un preservativo e come si usa, come masturbarsi, cos’è l’aborto e quali sono le conseguenze di una gravidanza non pianificata è essenzialmente educazione sessuale; la stessa educazione sessuale della quale il sottoscritto ha potuto godere durante l’ultimo anno delle scuole medie (Salesiani). La storia che toccandosi si diventa ciechi, si deve rassegnare, non ha mai funziononato molto come deterrente, soprattutto in Africa. Inoltre, istruendo la popolazione africana daremo modo al libero arbitrio (una volta tanto caro al cristianesimo, oggi anticamera dell’eresia relativista) di consentire o impedire la nascita di un bambino povero e sieropositivo che avrà TANTO bisogno di cibo e costose medicine in modo da poter crescere a sufficienza per poter generare altri bambini, altrettanto poveri e seriopositivi, sfamati, come al solito, dal senso di colpa occidentale che non si decide a mettere in soffitta lo scheletro colonialista che ha nell’armadio.
Detto questo mi pongo una domanda: ai cristiani (i dirigenti s’intende) sta realmente a cuore l’Africa?
Se sì per quale motivo?
Spremendomi le meningi sono giunto a questa conclusione, magari è un po’ azzardata, magari è anche errata ma, le assicuro, intellettualmente onesta:

La Chiesa non sa cosa farsene di tutti questi cristiani fai da te che credono in Dio ma non nella Chiesa, che non vanno a Messa la domenica, che fanno sesso prima del matrimonio, che usano il preservativo e che si dimenticano di dare l’8 per mille alla Chiesa Cattolica. Per essa sono inutili, un sottoprodotto dello sviluppo sociale, economico e culturale che annebbia le coscienze, ecc. Ecco quindi che l’Africa, terra dimenticata da Dio, funge oggi da serbatoio di riserva per potenziali nuovi credenti; e se prima il continente africano era la scacchiera delle superpotenze colonialiste, oggi è la scacchiera delle superpotenze confessionali (Islam e Cristianesimo) che, grazie all’arretratezza culturale e alla miseria dei  suoi popoli, rappresenta un importantissimo e strategico bacino demografico, troppo appetitoso per lasciarselo strappare via dal buon senso e dalla logica. Perché lo scopo non è mai stato quello di salvare delle vite innocenti, bensì quello di salvare delle anime.

Non importa se sei vivo o morto, l’importante è che tu sia cristiano.

Volontè, la prego di trovare il tempo di rispondermi, pubblicherò integralmente ogni suo commento o osservazione.

* Le teorie di Malthus sono senz’altro discutibili ma cosa c’entra il razzismo?

Relativismo alimentare

L’Italia, come la maggior parte dei paesi europei, è dodata di una rigidissima e articolata normativa in materia di produzione, conservazione e distribuzione alimentare. Aprire un ristorante o un’azienda di lavorazione alimentare non è cosa facile e, oltre a  dover possedere specifici strumenti e macchinari, è necessario rispettare procedure ben precise; le pene per chi le viola, a differenza di omicidi e stupri, sono severe e vengono applicate con rigore. Per quanto riguarda, ad esempio, la carne, ci sono un’infinità di regole su come e dove deve nascere e crescere l’animale, cosa può o non può mangiare, come si può abbattere, macellare, distribuire e vendere. Per l’argomento che voglio trattare in questo post, parleremo principalmente di abbattimento.
Dato che gli animali possono, come gli umani, provare dolore fisico, i movimenti animalisti fin dagli anni 60 hanno esercitato forti pressioni sui legislatori al fine di promuove procedure di macellazione rispettose dell’animale e che ne limitassero le sofferenze prima di spirare.
Quindi per uccidere un vitello, un maiale o una capra si deve, obligatoriamente, ricorrere a una delle seguenti procedure: pistola a proiettile captivo o libero, commozione cerebrale, elettronarcosi, biossido di carbonio, elettrocuzione, esposizione a biossido di carbonio. Sappiamo bene che in ambienti rurali e privati, quando si ammazza il maiale, questi obblighi non vengono sempre rispettati ma eseguire i controlli su queste pratiche è pressoché impossibile.

Sempre in tema di normativa, vi ricordate chi è Pisanu? Per chi no, Pisanu è stato il Ministro dell’Interno durante il secondo e il terzo Governo Berlusconi (2001-2006) e si accorse, che le prassi di macellazione islamica e ebraica erano ben lungi dal rispetto della vigente normativa. Fu così che il caro Ministro sardo, s’inventò la cosiddetta deroga per Macellazione rituale, autorizzando, di fatto, ogni tipo di atrocità e tortura sugli animali se.

Provate a immaginare quanti macelli, potendosi appellare a questa deroga, indipendentemente dal tipo di macellazione eseguita, possono risparmiarsi un sacco di fastidiose operazioni utili solo al risparmiare sofferenze all’animale. Pisanu, da buon democristiano, non si è smentito, permettendo ai dettami religiosi (tra l’altro neanche cristiani) di surclassare le leggi dello stato.
Vediamo ora come si pratica la macellazione rituale islamica, detta anche macellazione Halal:
  1. l’uccisione halal deve essere essere fatta in locali, con utensili e personale separati da quelli impiegati per l’uccisione non halal;
  2. il macellatore deve essere un mussulmano adulto, maschio, sano di mente e deve conoscere tutti i precetti religiosi islamici;
  3. gli animali devono essere halal (leciti, permessi) e devono poter essere consumati da un mussulmano senza commettere peccato;
  4. gli animali devono essere consci di morire e lucidi durante l’uccisione;
  5. l’uccisione deve avvenire tramite sgozzamento (recisione di trachea esofago) e l’animale deve morire lentamente dissanguato (circa 10 minuti);
  6. se qualcosa va storto la carcassa deve essere scartata.

Nonostante la legge venga loro incontro la macellazione dovrebbe avvenire all’interno di macelli autorizzati ma la maggior parte delle uccisioni e le successive lavorazioni avvengono spesso all’interno dei cortili o degli appartamenti. Molti credono, (finché non sentono una capra strillare nelle cantine condominiali), che questi metodi di macellazione siano praticati principalmente nei paesi islamici ma non è così; grazie ai numerosi immigrati di origine mussulmana è ormai diventata una prassi anche da noi. Così comune che qualche anno fa il comandante della Polizia Municipale di Reggio Emilia emise una circolare con la quale diffidava i subordinati dal perseguire queste pratiche. L’On. Angelo Alessandri, deputato reggiano del Carroccio, prima di presentare un progetto di legge che vieta tali barbarie, presentò un’interrogazione parlamentare e un’esposto alla Procura sull’accaduto. Alla rapidissima giustizia italiana l’ardua sentenza.

Per fortuna Pisanu è stato silurato dal Premier e il governo Prodi è durato pochino altrimenti, oltre non poter mangiare il maiale alle mense scolastiche, in Italia sarebbe diventata legale persino l’infibulazione femminile.
P.S.
Per i passionari del Kebab, ricordo che è realizzato tramite macellazione rituale Halal con tanto di certificato.

Baricentri e contromosse

Mentre in Iran proseguono le rivolte contro il regime democratico di Ahmadinejad, in Italia i mussulmani affilano le lame (quelle legali) e lo fanno in risposta alla pioggia di ordinanze e divieti che vengono sempre più spesso adottati a loro danno. I comuni più emblematici del fenomeno sono, manco a farlo apposta, quelli con Sindaco leghista; i divieti riguardano principalmente l’apertura di fastfood etnici (kebabberie) all’interno dei centri storici, la possibilità per le amministrazioni locali di vietare manifestazioni religiose, il poter indossare il Burka e l’ultima trovata in materia d’integrazione islamica: il burkini.

La contromossa dell”UCOII (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche italiane) non si è fatta attendere e, forte dei finanziamenti sauditi, ha annunciato di aver affidato ai propri legali un centinaio di ricorsi che, data l’indole della magistratura italiana, hanno ottime probabilità di essere accolti. Dall’altra parte la maggioranza non è molto compatta e trasmette messaggi un po’ ambigui e contraddittori; così, mentre la Lega calca la mano e applica la tolleranza zero, il Presidente della Camera, On. Gianfranco Fini è riuscito a spiazzare tutti ancora una volta con la solita dichiarazione che smentisce e annulla tutte le sue precedenti: “Il nuovo moderno e strategico impegno delle istituzioni deve inoltre essere quello di far sentire l’Italia come patria anche a coloro che vengono da paesi lontani e che sono già o aspirano a diventare cittadini italiani. Non si può chiedere a questi nuovi italiani di identificarsi totalmente con la nostra storia e i nostri costumi. Sarebbe ingiusto e sbagliato pretendere di assimilarli alla nostra cultura“. Cosa risponderei all’ex missino potete immaginarlo, per fortuna mi hanno preceduto con maggior stile sia Roberto Calderoli: “Fini dica qualcosa di destra ogni tanto”, sia Roberto Cota: “La cittadinanza è una cosa seria: non si può dare né all’ultimo che arriva né a chi, per caso, nasce nel nostro territorio”. Ma usciamo dalla bagarre della politica romana e soffermiamoci su cosa sta realmente accadendo in Italia e soprattutto al Nord. Le ragioni che hanno indotto gli amminstratori locali del Carroccio (ma non solo) ad adottare queste misure sono talvolta ovvi, altre volte molto difficili da comprendere e, a giudicare dalle dichiarazioni degli stessi promotori, anche da illustrare. Vediamoli assieme:
  • qualcuno si è forse accorto di quanto sia paradossale e insensato che, facendo un gita fuori porta, magari visitando una città storica, nelle vie centro, anzichè le botteghe storiche e i ristoranti tipici, si trovino solo maleodoranti kebabberie? La Regione Lombardia sì e qualche mese fa ha approvato un Legge Regionale che pone non poche restrizioni agli esotici ristoratori i quali, oltre a non poter più aprire le loro botteghe nei centri storici, saranno oggetto di frequenti e zelanti verifiche da parte dell’AUSL;
  • per quanto riguarda invece le manifestazioni religiose, alcune amministrazioni hanno realizzato che, se la manifestazione in questione non è autorizzata, gli islamici, quando si degnano di segnalarlo alle autorità, semplicemente se ne fregano e manifestano ugualmente. Vi ricordate quando in sincrono si presentarono i diverse piazze italiane per mettersi a cul busone e pregare? Il Consiglio comunale di Milano sta studiando una soluzione per evitare il ripetersi dell’episodio e ben presto confido che saprà sorprenderci con effetti speciali;
  • la questione Burka è la più semplice: in Italia, occultarsi il volto, rendendo impossibile l’identificazione è semplicemente vietato dalla Legge (salvo il Carnevale e celebrazioni simili); il fatto che i giudici con le loro sentenze la pensino diversamente è un altro paio di maniche. Le donne islamiche hanno poco da appellarsi alle loro usanze religiose. Come la mettiamo se la mia religione mi imponesse di andare in giro nudo? Lo potrei fare liberamente? Non credo? Come minimo, mi becco un multone;
  • il burkini, che potete ammirare nell’illustrazione qua accanto è, a sorpresa, l’argomento più complesso. In teoria, non c’è motivo di vietarlo; il volto resta ben visibile e consente alle donne islamiche più “ortodosse” di fare il bagno con le “impurità occidentali in bikini“. La questione è, però, ben altra e argomentarla non è facile; io ci voglio provare, non me ne vogliano i lettori se fallisco nell’intento:
    • un secolo fa non esisteva il Bikini, non esisteva neanche il costume intero come oggi lo conosciamo, figuriamoci il topless. Le ragazze d’inizio secolo, persino quelle più disinibite indossavano, infatti, dei ridicoli costumi: una via di mezzo tra un pigiama e una divisa da carcerato; li avrete senz’altro visti in qualche film o in una foto d’epoca. Il costume intero, seguito dal bikini e dal topless, anche se furono solo delle trovate commerciali, hanno scandito il percorso di emancipazione sociale e sessuale femminile che ha caratterizzato il secolo scorso.

      Fino a 10-20 anni fa, dove più, dove meno, era frequente e normale per le donne prendere il sole o passeggiare sulla spiaggia con le tette al vento e se il fenomeno sta progressivamente scomparendo è solo perchè si è scoperto che i capezzoli soffrono molto l’irradiazione solare. Dire Si al burkini di per se non è sbagliato ma rappresenta, di fatto, il primo pericolosissimo passo nella direzione sbagliata. Lo sanno bene le femministe svedesi che, dopo aver accettato di buon grado il costume islamico, hanno dovuto strenuamente lottare per riottenere la possibilità di frequentare le piscine in Topless. Le donne islamiche avevano, infatti, richiesto e ottenuto che venisse vietato. Riuscite a capire? Non si tratta più lottare per ottenere qualcosa: un diritto, una libertà; ma di lottare per poter conservare i propri usi e costumi perchè ai nuovi arrivati non vanno a genio.

La società democratica è un insieme di individui che si danno regole per la convivenza. L’introduzione in un determinato contesto socio-etno-geo-culturale (scusate il parolone impossibile) di cittadini che hanno diversi valori e una diversa concezione di società non può che modificarne tutti gli equilibri. Dovremmo, quindi, interrogarci se i nuovi baricentri culturali stiano arricchendo culturalmente la nostra società o meno. Perché, secondo me, dimostrarsi tolleranti e accoglienti oggi dicendo Si al Burkini significa dire No al Topless domani e, dati i nostri indici di natalità, dire No anche al Bikini dopodomani.

    Una vignetta satirica risalente a diversi anni fa, ben prima dell’invenzione del burkini

    Dovremmo tenere a mente che la democrazia e la libertà sono due cose ben diverse e l’una non prevede necessariamente l’altra.

    Fuori uno

    Per farsi un idea di dove i flussi migratori stiano conducendo l’Occidente, Europa in primis, è sufficiente scattare una foto del Regno Unito. Il Paese che ha dato i natali a grandi pensatori, lo stesso che per primo ha affrontato la rivoluzione industriale, il paese che, in assoluto, ha collezionato il maggior numero di colonie, quello che ha gettato le fondamenta di ciò che oggi chiamiamo Stati Uniti. Confermando di essere sempre un passo avanti rispetto agli altri paesi europei, l’Inghiltera è oggi l’emblema della società multiculturale. La Nazione d’oltre Manica, infatti, contava, già nel 2001, ben 1.600.000 mussulmani e 900.000 tra induisti e sikh e, salvo qualche bomba sui mezzi pubblici della capitale, è sempre riuscita a mantenere la pace sociale tra la popolozione autoctona e le new entry. Poco importa se, per poter giovare e godere di una società dai mille colori e dai mille costumi, è stato necessario scendere a compromessi, sacrificando alcune libertà e conquiste sociali ottenute dai loro antenati Ed ecco, lo stesso paese di Piccadilly Circus dove chiunque può mettersi in piedi su una cassetta di legno e dichiarare quello che vuole (anche che la Regina è una zoccola), rifiuta l’ingresso a Geert Wilders, parlamentare olandese e leader del secondo partito dei Paesi Bassi. Una decisione, quella del Ministero degli Interni britannico, assai discutibile per alcuni ma, a mio avviso, sensata. L’Amministrazione inglese si è, infatti, accorta che in tema di immigrazione la frittata è fatta e, siccome rivivere un incubo come quello degli attentati a Londra farebbe perdere a Brown e la sua clack un sacco di consensi, si è preferito assecondare e vezzeggiare i capricci della minoranza (per ora) islamica.
    Puramente economiche sono, invece, state le ragioni che hanno portato la Scozia a restituire alla Libia il terrorista che nel 1988 pianificò l’attentato di Lockerbie, costato la vita a 243 passeggeri, del volo Pan Am 103, ai 16 membri dell’equipaggio e a 11 persone a cui il relitto del velivolo è caduto in testa. Si dovette aspettare 11 anni per convincere la Libia, a suon di sanzioni, a consegnare i responsabili (007 libici) che da ieri, in cambio di una goccia di petrolio, sono potuti rientrare a Tripoli da eroi nazionali. Suggerisco a Brown, evidentemente a corto di liquidi, che l’India o la Cina sarebbero felici di pagare cifre astronomiche in cambio della Regina Elisabetta (viva o morta).
    Questi sono solo gli ennesimi esempi di come l’Europa stia, in cambio delle briciole, ipotecando la propria dignità e la propria memoria.
    L’inghilterra è già persa, poi sarà la volta della Francia e, se Wilders fallisce, dell’Olanda; l’Italia seguirà a ruota.

    Il medico pietoso

    Su La Repubblica di oggi c’è un titolone scritto a caratteri cubitali: “Immigrati, strage in mare “Morti in 73, nessun aiuto“. Chi si limita a leggere il titolo capisce che le autorità se ne sono lavate le mani lasciando gli immigrati a marcire sotto al sole ma, leggendo l’articolo, quanto accaduto si può sintetizzare così: 78 aspiranti immigrati hanno lasciato una ventina di giorni fa la Libia a bordo di un gommone con pochissima benzina e, pare, senza scafisti. Il carburante, naturalmente, è finito prima di arrivare a metà strada e i migranti hanno vagato alla deriva per diversi giorni, morendo uno ad uno. Stando al racconto dei cinque superstiti che (si spera dopo la loro morte) hanno gettato a mare gli altri, diverse imbarcazioni sono passate loro vicino ma forse non gli hanno avvistati, forse gli hanno ignorati, non lo sapremo mai. Solo un peschereccio, di sconosciuta identità e nazionalità si è avvicinato al gommone lanciando loro un po’ d’acqua e cibo per poi riprendere la rotta senza degnarsi di dare l’allarme. Se la sfortunata bagnarola non fosse stata avvistata da una motovedetta della Guardia di Finanza che ha prestato loro i primi soccorsi trasportandoli al centro di prima accoglienza di Lampedusa, i morti sarebbero stati 78 di cui uno solo sul gommone.
    Premetto che non ho alcuna intenzione di cimentarmi in riflessioni etiche e morali sul dramma vissuto da questi disperati ma vorrei discutere, se possibile, delle assurde polemiche che la vicenda ha innescato.
    Il centrosinistra, naturalmente, incolpa l’Esecutivo e ha annunciato che chiederà al Governo di risponderne in Parlamento. I gerarchi cattolici, dalle pagine di Avvenire, restano sul vago e incolpano l’occidente tutto, reo di essere cinico e indifferente alle sofferenze dell’Africa e dei disperati migranti che ambiscono a raggiungere le nostre coste. In vaticano, intanto, la clandestinità è reato e non sono soliti concederti asilo politico se non hai preso i voti.
    Ora vorrei pormi/vi un interrogativo, chiedendo, se possibile, anche il contributo di chi mi legge ma non condivide la mia posizione: in che modo le politiche del Governo in tema di contrasto all’immigrazione clandestina hanno causato o siano corresponsabili di quanto accaduto?
    1. Siamo forse noi i responsabili dell’incolumità e la sicurezza di tutte le imbarcazioni che navigano nel mediterraneo?
    2. Siamo noi i responsabili se il gommone non era dotato di radio?
    3. Siamo noi i responsabili se i trafficanti di esseri umani hanno fornito loro, con palese dolo, carburante insufficiente?
    4. È forse colpa del Governo se chi ha avvistato il gommone non ha dato l’allarme?
    5. Non hanno forse, le autorità italiane, soccorso gli improvvisati navigatori?
    Su un aspetto, devo ammetterlo, ha ragione i vescovi di Avvenire: la colpa è nostra! Sì, perché se noi avessimo un minimo di palle e di pelo sullo stomaco, questi miserabili avrebbero smesso da un pezzo di partire dall’Africa. Ma noi siamo buoni, noi siamo tolleranti, noi siamo accoglienti, pazienza se loro muoiono nel disperato tentativo di afferrare un miraggio chiamato Asilo politico.
    Certe domande, invece, dovrebbero porsele i buonisti di tutti gli schieramenti che non si rendono conto di essere produttori e i distributori della benzina ideologica che spinge i poveri di tutto il mondo a cercare asilo in Italia. Se davvero ‘sti moralisti fossero dotati di una coscienza vera e di un minimo di onestà intellettuale, dovrebbero semplicemente fare un enorme mea culpa e lasciare che il Viminale faccia il suo lavoro in pace.
    Citando un vecchio detto, Il medico pietoso fa la piaga puzzolente e l’Italia, oltre che dagli immigrati, è invasa anche da un esercito di “medici” pietosi capaci solo di curare il diabete con lo zucchero.

    Riflessioni da ombrellone

    Anche da sotto l’ombrellone vi assillo con l’ennesimo post. Questa volta vi parlerò di selezione della specie, fenomeno che, da quando abbiamo scoperto fuoco, medicine ed economia di mercato, preferiamo chiamare col politicamente corretto nome di “libera concorrenza”. Come dicevo in premessa, vi sto scrivendo dalla spiaggia, dove non ho potuto fare a meno di notare che il mercato di braccialetti, collanine e occhiali da due soldi, un tempo monopolio dei nigeriani, è ormai un’esclusiva dei venditori ambulanti cosiddettipakindiani“. Maggiore assortimento, artigianato di alta qualità, confezionato dalle esperte mani di dodicenni indonesiani e un’organizzazione impeccabile: i segreti del loro successo; senza considerare che le doti imprenditoriali dei nuovi e meno abbronzati ambulanti hanno permesso loro, a differenza dei colleghi africani, di estromettere dalla filiera fastidiosi e improduttivi intermediari italiani. Agli ex monopolisti, a questo punto, non è restato che far ricorso a virtù quali la stazza e la maggior resistenza ai colpi di sole e ripiegare così, quasi esclusivamente, sull’abbigliamento d’altra moda. Ed ecco che vedi girare questi ragazzoni, grondanti di sudore, con 40 o più chili di vestiti da donna sul groppone. Solo questione di tempo però, e anche l’abbigliamento passerà di mano ai pakindiani: ho, infatti, già avvistato alcuni di loro, aiutati dalla millenaria invenzione della ruota, trasportare intere collezioni di abiti estivi. Intanto l’italiano medio che, da bravo cattolico, sul bagnasciuga si sente in debito con chi è più sfortunato di lui, acquista, dopo la rituale contrattazione, un paio di inutili braccialetti della fortuna che spero gli portino tutta la sfiga del mondo.
    C’è chi si evolve e chi si estingue, c’è chi resta nel mercato e chi ne esce ma soprattutto: c’è chi sta al mare…

    Bada(n)te bene!

    Molti di voi avranno sicuramente sentito parlare o letto della vicenda della famiglia di Ancona che ospitava, come badanti, due albanesi immigrate irregolari e che ora rischia la confisca della casa.
    A destra e a (manca) ho sentito commenti piuttosto sconcertati sulla vicenda, conditi con i soliti richiami alla memoria delle leggi razziali del ventennio, del regime ecc.
    Analizziamo l’episodio ma prima, facciamone una fotografia:
    Ora riflettiamo un attimo: la signora deve essere messa parecchio male (fisicamente, s’intende) se, oltre al figlio convivente (che mi suona tanto di bamboccione), necessitava non di una ma di due badanti che, voglio supporre, lavorassero su turni.
    Le avevano assunte in nero per risparmiare l’onere di pagar loro i contributi, tanto sono clandestine, mica vanno all’INPS a denunciarti… Non so quanto venissero pagate ma, come ho scritto qualche post fa, se avessero avuto intenzione retribuire dignitosamente le due assistenti domestiche, non avrebbero di certo preso delle clandestine, bensì delle italiane, magari con un diploma da infermiera e pagando loro il giusto compenso.

    Ora, grazie alle nuove norme in materia di sfruttamento dell’immigrazione e della condizione di clandestinità, fortemente volute dal Viminale, il bell’appartamento è sequestrato, in attesa, se i giudici riterranno gli imputati colpevoli, della definitiva confisca; per le badanti, invece, sono state avviate le procedure di espulsione dal nostro paese.

    È indubbio che come sanzione, se mai sarà applicata (con le toghe italiane non si può mai sapere), è parecchio pesante, ma come dicevano i latini, che con le frasi fatte eran bravi: Dura lex, sed lex. Le leggi, per quanto ne dicano i ben pensanti, non devono essere “giuste” o “politicamente corrette”, le leggi devono funzionare regolando al meglio la nostra società. Se ci facciamo impietosire e ci scandalizziamo ogni volta che una sentenza punisce un “caso limite” gli altri “casi” continueranno a sguazzare nell’impunità in pieno stile italico; in questo modo, invece, se ne punisce uno educandone mille.
    Adesso le famiglie che necessitano di un aiutino per badare all’anziano congiunto dovranno rivolgersi ad una delle migliaia di aziende e cooperative che offrono questo servizio, in piena regola smettendo di alimentare il business criminoso che si cela dietro l’immigrazione irregolare. La nuova normativa, ora che si rischia la casa, mette seri pensieri anche a quei locatori che affittano un appartamento da 50mq a 15 clandestini, facendo loro pagare affitti altissimi.
    I buonisti, i catto-comunisti, della prima ora e dell’ultima, che ogni volta che parli d’immigrazione, ti tirano fuori la storia che la colpa è di noi italiani che li sfruttiamo, cosa diranno?
    Bravo Maroni che punisci chi sfrutta questi disperati…?
    Non credo proprio…
    Se non sei Ferrero e non distribuisci assegni vitalizi a migliaia di immigrati che adesso vivono a nostre spese nei rispettivi paesi di origine, facendo la vita da signori, non vai bene e non fai niente di buono, perchè sei un fascista, un razzista, un leghista di…
    Sbagliare è umano, perseverare è da italiano…

    Due pesi, due misure

    Quando ci si lamenta della faziosità dei giudici italiani sembra di fare eco alle dichiarazioni del Cavaliere che, a torto o a ragione, incolpa di ogni problema la stampa e la magistratura di sinistra. Silvio, si sa, non è molto bravo ad argomentare le proprie posizioni, resta che, di solito, ci prende. Io non ho certo le doti dell’Affarista di Arcore, come sono soliti chiamarlo certi giornalisti, ma proverò a verificare se, almeno per quanto riguarda le toghe, il premier ha ragione o meno.
    A tal proposito ho preso in esame due casi piuttosto noti:
    quello che ha visto in azione il GUP (Giudice per l’Udienza Preliminare) Clementina Forleo e il processo dei tre nordafricani accusati di terrorismo, l’altro riguarda, invece, il PM (Pubblico Ministero) Guido Papalia e i Serenissimi.

    I tunisini Maher Boujahia e Ali Toumi e il marocchino Mohamed Daki
    vennero arrestati nel 2003 con l’accusa di Associazione a delinquire finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e Associazione sovversiva finalizzata alla Terrorismo internazionale oltre ad altri reati “minori” come ricettazione, e falsificazione di documenti. I tre, secondo gli inquirenti, erano membri di una cellula terroristica che si occupava di reclutamento, raccolta fondi e pianificazione di attentati terroristici in Iraq e Afganistan. La Forleo, con la sua sentenza del gennaio 2005, rivide l’accusa principale di Associazione sovversiva finalizzata alla Terrorismo internazionale derublicandola in associazione sovversiva finalizzata alla guerriglia armata, cavillo legale che ha comportato una sensibile riduzione della pena e la conseguente scarcerazione dei tre. Otto mesi dopo la Corte d’Appello confermò la clamorosa assoluzione.
    A quel punto il Ministro dell’Interno, Pisanu, disarmato e irritato per quanto disposto dai giudici, dispose l’espulsione coatta dei tre islamici; spiegando che, anche se per la magistratura i tre soggetti non erano pericolosi, c’erano elementi sufficienti per poterli espellere dal Paese. Per fortuna (visto l’andazzo, chiamamola così) nel 2007 la seconda corte d’Assise d’Appello annullò le precedenti sentenze, riconfermando l’accusa di terrorismo e condannando Daki a 4 anni e gli altri due imputati a 6 anni.
    I tre mussulmani, che dopo le prime due sentenze, gridarono in aula “Viva la Giustizia italiana” hanno reagito male alla terza e, tramite i loro avvocati, hanno dichiarato che la Sentenza era stata fabbricata dalla Procura. Eh sì, lo hanno fatto per bocca dei loro legali, perché i tre terroristi (ora li possiamo chiamare così senza rischiare denuncie per diffamazione) sono nei rispettivi paesi d’origine, in piena libertà. Qualche anno dopo la carriera della Forleo, fino ad allora molto promettente e in costante ascesa, subì un forte arresto. La togata, infatti, si è fatta autogol volendo, ingenuamente, inquisire Fassino, D’Alema & Co. nel caso “UNIPOL”. Non credo che sentiremo parlare molto di lei nel futuro.
    Analizziamo adesso il caso che vide al lavoro il Pubblico Ministero Giudo Papalia.
    I Serenissimi, così furono rinominati dalla stampa, erano un gruppetto di nostalgici della Repubblica di Venezia, di cui volevano la restaurazione.
    La notte tra l’8 e il 9 maggio del 1997 i Serenissimi, partiti dal padovano, fecero irruzione, con l’ausilio di un autocarro camuffato da blindato, in piazza San Marco e, mentre alcuni tenevano “sotto tiro” la piazza con il carro, gli altri si introdussero sul campanile, interferendo sulle trasmissioni televisive e issando la storica bandiera della Repubblica di Venezia.
    Il gesto era puramente dimostrativo, il carro era palesemente inoffensivo e l’unica arma imbracciata dai dimostranti, oltre a risalire alla seconda guerra mondiale, era priva di munizioni.
    I Giudici italiani, su richiesta del PM Guido Papalia e su pressioni dello Stato inflissero ai Serenissimi pene durissime:
    Antonio Barisan: 6 anni; Gilberto Buson: 6 anni; Flavio Contin: 6 anni; Fausto Faccia: 6 anni; Cristian Contini: 4 anni e 9 mesi; Luca Peron: 4 anni e 9 mesi; Andrea Viviani: 4 anni e 9 mesi; Moreno Menini: 4 anni e 9 mesi; Luigi Faccia: 5 anni e 3 mesi (non partecipò all’azione, ma ne fu ritenuto l’ideologo); Giuseppe Segato: 3 anni e 7 mesi (non partecipò all’azione, ma ne fu ritenuto l’ideologo);

    In più di un occasione è stata chiesta, inutilmente, la Grazia per Luigi Faccia, ma nel 2000 l’allora Ministro della Giustizia, Piero Fassino (PD) blocco l’iter, ci riprovarono con la legislatura successiva, dove il Ministro della Giustizia era il leghista Roberto Castelli ma l’ultima parola spettava al Presidente della Repubblica, il Compagno Carlo Azelio Ciampi, che, naturalmente, rifiutò di firmarla.

    Ricapitolando:
    • rubi, ricetti, falsifichi documenti, lucri sull’immigrazione clandestina, organizzi e finanzi il terrorismo internazionale, reclutando aspiranti attentatori: ti condannano da 4 a 6 anni (pene che non verranno mai scontate)
    • organizzi un azione politica dimostrativa, non ferisci nessuno, ti condannano da 3 anni a 7 mesi a 6 anni (pene scontate)

    Non importa di che partito sei, non importa cosa pensi dei Serenissimi o dei terroristi islamici: questa non la puoi chiamare giustizia.



    Ciak, si taglia…

    Lunedì scorso diversi esponenti del mondo dello spettacolo si sono dati appuntamento davanti a Montecitorio, sede della Camera dei Deputati per protestare contro i tagli che il Governo in carica intende apportare al mondo dello spettacolo. Per il prossimo anno, infatti, i fondi versati dallo Stato al FUS (Fondo Unico dello Spettacolo) scenderanno dagli attuali 511 milioni di euro a 380, un taglio di 131 milioni previsto dal decreto anti crisi.

    Tra i tanti volti noti c’erano Carlo Verdone, Nanni Moretti, Mario Monicelli ed Ettore Scola, Luca Zingaretti e Mariangela Melato, Ricky Tognazzi ed Enrico Lucherini, Paolo Virzì e Giuliano Montaldo, Valerio Mastandrea e Ascanio Celestini. Sempre per restare in tema di spettacolo (in questo caso comico) hanno sfilato anche il Segretario del Partito Democratico, Dario Franceschini e il suo fortunato predecessore, Walter Veltroni.

    Per chi non lo sapesse, il Cinema italiano, come molti altri settori dello spettacolo, è tendenzialmente non autosufficiente, e molti dei film italiani che possiamo gustarci nelle sale cinematografiche hanno giovato di contributi pubblici. Anche molti dei film che non potremmo mai vedere perché talmente inguardabili che nessun distributore li ha voluti hanno goduto dei medesimi contributi; basti pensare che dal 1985 ad oggi lo Stato ha sperperato la bellezza di 2 miliardi e 170 milioni di euro.

    Qualche anno fa, per collana “Manuali di conversazione politica”, distribuita a cadenza regolare assieme al quotidiano “Libero” e stampata a spese del Cavaliere, usci il volume “Cinema Profondo Rosso” nella cui appendice era riprodotto un elenco dei film che maggiormente hanno goduto dei contributi statali e un confronto con gli incassi a botteghino. Sicuramente, molti dei lettori di Libero che hanno avuto la pazienza di scorrere questa lista saranno inclini a boicottare, e a ragion veduta, i prodotti cinematografici nostrani.

    Non so a voi ma al sottoscritto non sembra giusto che i cittadini, spesso e volentieri ignari, debbano pagare lo stipendio ad un branco di “cani” usciti dal DAMS o dall’Accademia delle Belle Arti solo perché lavorare al tornio non soddisferebbe le loro aspettative professionali ed artistiche.

    Consideriamo anche che la storia del Cinema è piena di pellicole cosiddette “Low Cost” che al botteghino hanno battuto lungometraggi con una generosa produzione. Qualche esempio? “Little Miss Sunshine” una divertente ma profonda commedia americana costata poco più di 8 milioni ma che, grazie anche a ottime politiche di distribuzione, un ne ha incassati più di 100, idem per “Sideways” e “Full Monty”.

    Non mi sembra neanche che ci sia motivo per gli “artisti” e specie per gli “attori” di piangere tutta questa miseria dato che il settore cinematografico italiano è tutt’altro che in crisi. Un quarto dei biglietti staccati dalle maschere riguarda produzioni nostrane e qualità e quantità delle produzioni sono in lento ma costante aumento.

    Vuoi fare l’artista? Una chitarra in mano e girovagare per il mondo in cerca dell’ispirazione? Liberissimo! Ma non grazie al mio sudore e alle tasse che pago. Scrocca gli ultimi mille euro ai tuoi e vattene in India a trovare te stesso! Poi, magari, restaci!

    Smorzando i toni, è chiaro che emergere nel campo artistico è dura e senza un aiutino non vai da nessuna parte ma per come stanno le cose nel bel Paese, non sono i bravi a emergere bensì gli amici e gli amici degli amici dei politici che amministrano ed elargiscono. Ed ecco che la “Dandini & Co.”, le cui amicizie sono ben note, se ne esce con “Le Ragioni dell’Aragosta” commediola di serie B uscita in Agosto con un rapporto contributi-incassi di 10 a 1.

    Uscendo dall’ambito della macchina da ripresa, ricordo che a Bologna, qualche anno fa, fu promossa a spese dei contribuenti una mostra d’arte dal titolo “La Madonna piange sperma”, il tema della mostra era “omosessualità e fede”. Vi risparmio gli strascichi polemici che l’iniziativa ha generato.

    Quindi come valutare se un’iniziativa, un progetto, una storia è degna di essere finanziata e diventare un prodotto di spettacolo?

    Dato che, a giudicare dai risultati, la “macchina” pubblica non è in grado di fare le opportune valutazioni, perché non lasciamo l’arduo compito al privato? Privato che, notoriamente, è molto più capace e lungimirante. Se poi vogliamo proprio aiutare il settore, la soluzione è semplice: detassiamolo, magari così cala anche il prezzo del biglietto. Se non faremo così continueremo ad alimentare un altro carrozzone all’italiana e solite cicale continueranno a divertirsi alla faccia delle formiche.

    Ricordo, inoltre, a tutti che SIAMO IN CRISI e dobbiamo stringere tutti la cinghia, lo facciano anche i saltimbanco!

    Suggerisco, infine, la lettura di un interessante articolo di Filippo Cavazzoni dal titolo:

    “Il Cinema italiano è in crisi solo se lo finanzia lo stato”

    Per chi volesse approfondire segnalo inoltre un altro articolo di Filippo Cavazzoni dal titolo:

    “Uno spettacolo che non deve continuare – Perchè i tagli al FUS non vanno reintegrati”


    Partito Demo…lito

    Grillo ce l’ha fatta, è il tesserato numero 40 del circolo Martin Luther King di Paternopoli, un comune dell’avellinese. Il segretario del circolo, motivando la decisione di tesserare il comico genovese, ha dichiarato che, stando allo statuto, nulla ostava a Grillo di avere la sua tessera e ha così colto l’occasione per lanciare una forte provocazione ai vertici nazionali la cui popolarità, tra tesserati e non, è ai minimi storici.
    Beppe non è insolito a trovate del genere, qualche anno fa, convinse un gran numero di azionisti Telecom a delegarlo al congresso degli azionisti, diventando in questo modo il principale azionista dell’azienda di telecomunicazioni. La cosa finì in una bolla di sapone, un paio di leggi e regolamenti gli hanno, infatti, impedito di “votare” per conto dei deleganti. Ha comunque avuto un quarto d’ora per fare il suo discorso ai soci che poi lo hanno prontamente sfanculato.
    Quest’ennesima trovata di Grillo rappresenta un fulmine a cel sereno per i capoccia del PD, che da qualche settimana si stanno cimentando nella competizione interna per la Segreteria del partito. Il congresso che si terrà ad ottobre, vede tra i nomi più accreditati il Segretario uscente Dario Franceschini (ex DC, ex Margherita) e Pierluigi Bersani (ex PC, ex DS).
    Tutti erano impegnati a pianificare nuove alleanze, sotterfugi e colpi bassi quando l’incidentato partito si è visto piombare addosso un caterpillar politico, l’ennesimo. Beppe è solito piacere agli elettori di centro sinistra ed un recente sondaggio di Crespi darebbe Grillo a circa il 20%, una percentuale tutt’altro indifferente che scombina i piani di tutti gli altri candidati.
    La direzione campana del Partito democratico è adesso impegnatissima a cercare cavilli e clausole per estromettere il comico genovese dal movimento, questi, d’altro canto, dovrà darsi parecchio da fare per rimediare, in soli 2 giorni, le 2000 firme necessarie per presentare la candidatura alla segreteria nazionale.
    Personalmente dubito che vedremo il nome del comico nelle schede delle prossime primarie ma, se dovesse accadere, Grillo dovrà imparare ad affrontare un contradditorio pubblico, cosa che, abilmente, evita da anni.
    Pur non stimando il nuovo, sfortunato schieramento di centro sinistra mi auguro che alla fine la spunti Bersani facendo riconquistare al movimento qualche punto. Questo farà spaventare gli Amministratori di centro destra (Lega esclusa) che hanno recentemente strappato la poltrona alla sinistra, e che per attaccamento ad essa, s’impegneranno maggiormente nell’attività di governo, a beneficio del territorio e dei cittadini.

    Cari maniaci…

    Ieri la camera ha approvato il testo unificato in tema di contrasto alla violenza sessuale. Il testo è stato ottenuto dalla fusione di ben 12 progetti di legge redatti dai diversi schieramenti politici. Il testo uscito dalla Commissione Giustizia (referente) ha trovato l’accoglimento bipartisan di tutti i gruppi parlamentari, stando, almeno, alle dichiarazioni di voto dei Capigruppo.


    Il provvedimento, ha spiegato in aula la relatrice del documento, Carolina Lussana (Lega Nord), è «un ulteriore tassello di un più ampio e complesso disegno volto a garantire adeguate forme di tutela per le vittime di violenza sessuale, reato la cui gravità è tale da condizionare negativamente il resto della vita di chi lo subisce»

    Vediamo adesso quali cambiamenti saranno introdotti dalla nuova norma, che, prima di diventare Legge dovrà comunque attendere il passaggio (e l’approvazione) in Senato. (fonte “il Sole 24 ore”)
    1. Inasprito il regime sanzionatorio per violenza sessuale. Al posto della reclusione da 5 a 10 anni si prevede la prigione da 6 a 12 anni. Stessa pena per chi induce qualcuno a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa o la trae in inganno in inganno sostituendosi ad altra persona. Stralciata la norma che prevedeva l’ergastolo se dalla violenza deriva la morte della persona offesa: si è trattato di un emendamento tecnico, come spiega l’onorevole Manlio Contento (Pdl), che ha proposto la modifcia in aula alla Camera in quanto in sede di approvazione del provvedimento sullo stalking la norma era già stata introdotta.
    2. Raddoppiano i termini di prescrizione nei casi di violenza sessuale. Fra le novità raddoppiano i termini di prescrizione del reato nei casi di reato di violenza sessuale. L’aggravante scatta nei casi in cui la violenza sessuale è commessa sui minori di sedici anni (nel codice attuale la soglia d’età è quattordici anni), con l’uso di armi, di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti o di altri strumenti; o da persona travisata o che simula la qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio. Aggravante anche se la violenza è compiuta su una persona sottoposta a limitazioni di libertà personale, su una donna incinta, su persona in condizioni di inferiorità fisica o psichica, su un disabile. L’aggravante, cioè la reclusione dai sette ai quindici anni, scatta anche nel caso in cui la violenza sessuale venga commessa da un ascendente, da un genitore anche se adottivo o da un tutore o nel caso in cui il delitto avvenga sul luogo di lavoro con abuso di relazioni di ufficio o di prestazione d’opera. Aumentano gli anni di reclusione fino a sedici anni se il fatto è commesso su un minore di dieci anni.
    3. Sanzioni più forti per la violenza di gruppo. Reclusione da sette a sedici anni (la pena massima attuale è di 12 anni) per violenza di gruppo. Se ricorrono le circostanze aggravanti la pena può arrivare a 20 anni e non può essere comunque inferiore a dodici anni se la vittima ha meno di dieci anni o se dalla violenza deriva una lesione personale grave, se la lesione personale è gravissima la pena non può essere inferiore a quindici anni. La pena è aumentata fino alla metà nel caso di recidiva mentre diminuisce per il partecipante che abbia avuto una minima importanza nella preparazione o nell’esecuzione del reato.
    4. Ente locale e presidenza del Consiglio possono intervenire in giudizio. L’ente locale impegnato direttamente o tramite i servizi per l’assistenza della vittima e il centro antiviolenza possono intervenire in giudizio. Come può farlo pure la presidenza del Consiglio, anche attraverso l’osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile.
    5. Iniziative scolastiche contro la violenza e la discriminazione sessuale. Un emendamento inserito in aula prevede che il ministro dell’Istruzione, nei limiti degli ordinari stanziamento di bilancio, possa promuovere, nell’ambito di programmi scolastici delle scuole di ogni ordine e grado, iniziative di sensibilizzazione, informazione e formazione contro la violenza e discriminazione sessuale.

    È stata invece stralciata la norma cosiddetta “wanted”. La disposizione che prevedeva la possibilità per il questore di disporre l’affissione – in luoghi o esercizi pubblici e sui mezzi di trasporto – dell’identikit o della foto segnaletica dei ricercati per delitti di violenza sessuale, atti sessuali con minorenni o violenza sessuale di gruppo.

    La rimozione di questa norma, fortemente osteggiata dal PD e da parte del PDL ha consentito l’approvazione del testo con voto trasversale.
    Però, anche se la maggioranza ha srotolato i tappeti rossi all’opposizione, accogliendo molte delle modifiche richieste, il Partito Democratico ha avuto il coraggio e la sfacciatagine di richiedere il voto segreto.
    Ed ecco che 29 anonimi deputati hanno votato no. Forse il PD ha voluto evitare che sugli autobus, anzichè il faccione del Segretario di turno, ci finisse quello di qualche loro altro coordinatore di sezione con il vezzo del sesso non consensuale.

    Bah, io, oltre ai manifesti con i volti dei maniaci sessuali, vorrei che si appendessero quelli con i volti (e i nomi) di chi ha votato contro il provvedimento. Perchè, senz’altro non voglio che un maniaco viva difronte alla scuola dove va mio figlio, na non vorrei neanche che certi franchi tiratori (che hanno senz’altro un ossario nell’armadio) venissero rieletti.

    Democrazia, portami via…

    La Cassazione condanna Tosi

    I fatti risalgono al lontano 2001 quando Tosi era Consigliere Regionale in Veneto e promosse una raccolta firme per chiedere lo sgombero di un Campo nomadi abusivo a Verona.

    Ripercorriamo brevemente i passi della vicenda: (fonte Wikipedia)
    Nel 2001 Flavio Tosi viene rinviato a giudizio su accusa del PM veronese Guido Papalia per aver violato la legge Mancino ai danni di cittadini di etnia rom e sinti.
    Nell’agosto 2001 venne organizzata, dalla Lega Nord di Verona, una campagna di protesta contro un campo nomadi abusivo intitolata “Firma anche tu per mandare via
    gli zingari dalla nostra città”. Gli organizzatori (Flavio Tosi, Barbara Tosi, Matteo Bragantini, Enrico Corsi e Maurizio Filippi) vennero accusati di avere organizzato una campagna firme razzista.
    In primo grado, nel 2005, vennero condannati a sei mesi di reclusione e a tre anni di interdizione a partecipare ad elezioni politiche ed amministrative.
    A tutti gli imputati veniva riconosciuta la sospensione condizionale della pena. La sentenza condanna altresì gli imputati a rifondere le parti civili costiutuite del danno subito.
    Le motivazioni della sentenza di condanna adducono al fatto che gli imputato hanno «diffuso idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale ed etnico e incitato i pubblici amministratori competenti a commettere atti di discriminazione per motivi razziali ed etnici e conseguentemente creato un concreto turbamento alla coesistenza pacifica dei vari gruppi etnici nel contesto sociale al quale il messaggio era indirizzato.»

    Il 30 gennaio 2007 si svolgeva a Venezia il processo d’appello. Il giudice riduceva le pene, assolvendo i leghisti dall’accusa di “istigazione alla discriminazione” perché il fatto non sussiste, pur confermando la condanna per aver organizzato una propaganda di idee fondate sull’odio e sulla superiorità etnica e razziale. La Corte, infatti, riteneva che la petizione promossa dagli imputati fosse di per sé lecita, ma riconosceva che la campagna media
    tica promossa diffondesse idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale. All’attenzione dei Giudici di secondo grado venivano, in primo luogo, i manifesti che recavano gli slogans “firma anche tu per mandare via gli zingari”, “no ai campi nomadi. Sabato 15 settembre firma anche tu per mandare via gli zingari”, “via gli zingari da casa nostra”.
    I mesi di reclusione venivano, di conseguenza, ridotti da sei a due.

    Il 13 dicembre 2007 la Cassazione annullava la sentenza d’appello ritenendola carente sotto il profilo motivazionale, rinviando Tosi e gli altri imputati a nuovo giudizio.

    Il 20 ottobre 2008 la corte d’appello di Venezia ha confermato la condanna di Tosi e degli altri imputati a due mesi di reclusione, pena sospesa. La Corte si è riservata sessanta giorni per il deposito della motivazione. Tosi ha annunciato l’intenzione di ricorrere in Cassazione.

    E’ dell’11 luglio 2009 la notizia che Flavio Tosi è stato condannato in Cassazione a due mesi, con sospesione condizionale della pena, per propaganda di idee razziste.

    Che dire? Non è un novità che in Italia la libertà di parola sia diritto di pochi, come non è una novità che i giudici interpretino le leggi a loro piacimento.
    Durante le vicissitudini oggetto del processo, il Sindaco di Verona, assieme ai coimputati militanti ed eletti del Carroccio, dichiarò che gli zingari erano soliti sfruttare i loro figli, mandandoli a fare accattonaggio e che dove arrivavano loro si verificavano sistematicamente dei furti ed era quindi dovere delle Amministrazioni locali disincentivare la loro permanenza sul territorio. Sfido chiunque, di qualsiasi orientamento politico, a smentire quando dichiarato dall’esponente del Carroccio e se qualcuno dovesse dissentire sull’ultima affermazione, gli auguro che una roulotte gli parcheggi sotto casa.
    Sintetizzando, grazie a quel democristiano meridionale di Nicola Mancino, nel nostro Paese dire la verità o esprimere un’opinione può essere reato, punito con il carcere.
    Leggendo la vicissitudine in chiave politica appare chiaro il tentativo della sinistra veneta di escludere Tosi dal confronto democratico, un tentativo goffo e inutile a giudicare dal seguito che la carriera del politico veronese ha avuto. L’esponente del Carroccio, infatti, quando si ricandidò al Consiglio Regionale del Veneto, prese la bellezza di 28000 preferenze, un record assoluto. Due anni dopo lo stesso Tosi strappò la città di Verona al centrosinistra, umiliandolo al primo turno con un 60,7%. La riconferma della condanna da parte della Cassazione rappresenta un ultimo, disperato tentativo del centrosinistra di arginare il fenomeno LEGA che sta già guardando con ottimismo alla Presidenza della Regione Veneto. Non ho ben capito, leggendo le agenzie, se la condanna definitiva preveda anche l’esclusione degli imputati dall’attività democratica. In entrambi i casi la Liga Veneta sarà senz’altro in grado di proporre un ottimo candidato.
    A proposito di Giustizia all’italiana, vi ricordate di Marco Ahmetovic?

    Lo Zingaro, già incriminato per rapina, che ubriaco alla guida di un furgone ha spalmato quattro ragazzini sull’asfalto? È stato condannato a 6 anni e 6 mesi di reclusione. Naturalmente, siccome in Italia non si può discriminare nessuno ad eccezione, ovviamente, degli italiani, sta scontando la pena agli arresti domiciliari, che essendo un nomade, significa in un residence. Ora è in galera, ma solo perchè ha violato le limitazioni dei domiciliari.
    Soffermandoci un secondo sul significato di razzismo, mi chiedo cosa centri con la vicenda di Tosi. Come hanno motivato i giudici la loro decisione?
    Non sono i cromosomi dei Sinti e dei Rom la causa dei problemi che si trascinano dietro. Più che verso il loro patrimonio genetico, punterei piuttosto il dito verso il loro patrimonio culturale. Non sono i loro geni impazziti che mandano gli zingarelli negli appartamenti bensì i loro genitori. Mi chiedo per quale motivo non si possa discriminare un’etnia se ad essa siano palesemente riconducibili certi comportamenti che, dovete ammetterlo, sono parte integrante del loro bagaglio culturale.

    Matteo Salvini

    L’Italia è proprio un paese povero, culturalmente s’intende e, complice quello che sapete, il buonismo, il perbenismo e l’ipocrisia fanno da padroni.

    Salvini è merce rara, una mosca bianca (o bianco-verde), un politico atipico che, ovunque lo metti, si scosta dal gregge e non perché voglia apparire, ma solo perché è coerente con se stesso e, a differenza delle maggior parte dei politici, scommetto che non ha alcun problema con la propria coscienza e quando posa la testa sul cuscino, dorme come un pupo.
    Matteo non ha peli sulla lingua, dice quello che pensa e pensa quello che dice (e sappiamo tutti che in politica questo atteggiamento non è solito premiare). È il degno rappresentante di quell’elettorato che non ha paura delle proprie idee e delle proprie posizioni, di quei cittadini che preferiscono essere politicamente scorretti e un filo intolleranti che chinare il capo di fronte all’ennesimo sopruso istituzionalizzato o meno.
    Quando, qualche mese fa, il Consigliere Comunale di Milano fece la sparata sui posti riservati ai milanesi sul metrò, un’eco di critiche e insulti si è alzata bipartisan contro di lui, gli esponenti politici si dissero esterefatti, insultati e sgomenti dall’esternazione del deputato leghista. A differenza, forse, di quei milanesi, che ogni mattina prendono il metrò; di quelle vecchiette che si devono reggere forte ai manici delle carrozza perché i posti a sedere sono sistematicamente occupati da stranieri che, forti dei diritti che siamo soliti concedere a tutti, si sentono i padroni di casa, quando la casa l’abbiamo costruita noi.
    La colpa non è loro, ma nostra: è proprio a causa della quasi totale assenza di cittadini e politici come Salvini che la situazione è degenerata e i milanesi devono viaggiare in piedi perché non sia mai che priviamo Mohamed di un diritto che le passate generazioni hanno contribuito a garantire alla nostra.
    Ciò che emerge dai cori di Salvini a Pontida è il campanilismo, quello popolare, niente più. Ogni altra lettura è faziosa e ipocrita, perché queste sono l’Italia e la Padania. Per esempio, in Sicilia c’è un fortissimo campanilismo tra Palermo e Catania, a in ogni dove dell’Isola ci sono cori contro il paese o la città vicina. Semplici espressioni tipiche di una cultura campanilistica che però è ben lontana dal razzismo.
    Cosa ha fatto Salvini in definitiva? Niente di quanto non succeda quotidianamente in qualsiasi parte della penisola dei popoli, dei campanilismi e delle curve degli stadi. Ma si sa, in questo malato paese, un politico non può essere una persona normale, una persona di popolo, che ad una festa, dopo una birra, intona un simpatico e divertente coro.
    Preferiamo forse il modello Radical Chic? Dove la classe dirigente guida il corteo in modo ordinato, con toni pacati e slogan “politically correct” mentre la militanza qualche centinaio di metri più indietro mette a ferro e fuoco la città cantano 10, 100, 1000 Nasiriya.
    La Lega è diversa, eccome! Se un eletto leghista non si comporta in modo coerente, rischia assai più di non essere rivotato, alla prossima festa padana che presiede se la dovrebbe vedere con i militanti, rischiando di prendere una raffica di democratici schiaffoni. Quando si dice “Democrazia partecipata”.
    Sulle principali testate giornalistiche e quotidiani si parla già di dimissioni di Salvini associandole alla pubblicazione in rete del video incriminato; in realtà la decisione è antecedente, Matteo partirà, infatti, alla volta del Parlamento europeo ed essendo le due cariche incopatibili ha rassegnato le dimissioni dalla Camera dei Deputati.
    Certi che il neo eletto Eurodeputato rimarrà fedele al suo stile e alla sua natura anche dai banchi di Bruxelles, siamo ad augurargli buon lavoro.

    Sanatoria delle badanti

    Adesso che il Pacchetto Sicurezza è Legge e certi paletti sono ben conficcati nel terreno qualche politico si è accorto che una zia o un cugina, quando non si tratta della propria madre, si avvale dei servizi di una badande straniera che anche nel caso fosse in regola con il permesso di soggiorno, sarebbe comunque assunta “in nero”.
    Mons. Carlo Giovanardi, teodeputato del PDL (Ex UDC, Ex CCD, Ex DC, Ex infanzia da chirichetto) ha chiesto a gran voce una sanatoria per le badanti, la Lega, naturalmente, ha risposto picche!
    Giovanardi dovrebbe fare una telefonata alla zia e chiederle: “perchè hai assunto la straniera in nero?”. La zia, molto probabilmente, risponderebbe: “Cretino! Se avessi dovuto inquadrarla a norma di legge avrei preso un’italiana, magari qualificata”. Carlo avrebbe simulato un disturbo nella comunicazione e avrebbe riattaccato.
    È già, perchè se queste straniere hanno un lavoro lo devono al fatto che costano poco e non rompono le scatole con ferie, permessi, malattia, ecc.
    La linea di Maroni che, tra l’altro, prevede forti sanzioni a chi assume in nero mi sembra la più corretta, vedremo presto se oltre alla legge, si effettuaranno anche le verifiche.
    In questo caso, chi resta riceverà uno stipendio dignitoso, le altre andranno a fare le cassiere al supermercato o torneranno al loro paese.
    Le famiglie che non potranno permettersi una badante in regola dovranno accogliere la vecchia in casa, come si faceva una volta, e prendersi cura di lei.

    La solita liturgia

    Chi di voi mi conosce o legge il mio blog può immaginare che il mio esponente politico preferito sia Maroni e ha ragione. Nonostante la sua primeggiante posizione nella mia top ten, il Ministro dell’Interno è riuscito, ancora una volta, a sorprendermi piacevolemente.
    Senza tradire il proprio stile, lo ha fatto con una semplice e sintetica dichiarazione in risposta alle critiche mosse da numerosi esponenti del clero vaticano al tanto discusso Pacchetto sicurezza: “La solita liturgia…”
    Beh che dire, l’unico movimento politico (non extra-parlamentare) che si azzarda a zittire i gerarchi cattolici non poteva che essere la Lega.
    La situazione è piuttosto chiara: i cittadini hanno le gonadi sature di dover subire una dannosa e non integrabile immigrazione.
    Si perchè mentre i preti e i compagni, con la schiuma prodotta dalla gestione dei miserabili, acquistano immobili su immobili, sui quali i primi non pagano nemmeno le tasse, i cittadini, (la c.d. classe media) che pagano per suddetta gestione, assistono inermi al progressivo e talvolta irreversibile degrado dei propri spazi sociali.
    L’attuale maggioranza è molto sicura di se e sa di avere l’elettorato, anche quello devoto al Vaticano, dalla sua parte; perchè è dai tempi di Mazzini che chi governa, lo può fare senza preoccuparsi di quello che dice il Papa & Co.
    Come dicevo qualche post fa,
    …perchè Maroni non si chiama così a caso!

    Religiolus – Vedere per credere

    Dallo stesso regista del celeberrimo “Borat”, un altra pellicola sarcastica e irriverente. Il titolo originale è “Religulous” italianizzato in “Religiolus – Vedere per credere”.
    Bill Maher, comico statunitense mezzo ebreo e mezzo cristiano, incontra esponenti delle principali religioni mettendoli di fronte alle enormi contraddizioni logiche e storiche dei rispettivi credi. Sfoggiando competenze teologiche di gran lunga più ampie dei suoi “intonacati” interlocutori, Maher predica il dubbio come alternativa alle dogmatiche e insensate certezze delle religioni. Da non confondere con la docu-fiction di Borat, il film, anche se spassosissimo, è un documentario a tutti gli effetti; il protagonista, infatti, assicura sempre l’opportunità di argomentare e rispondere agli intervistati che però restano puntualmente disarmati di fronte alle osservazioni del comico.
    Da notare che Maher riesce a ottenere udienza da numerosissimi leader religiosi: dal rabbino anti-israele ai mullah palestinesi, agli ebrei ultraortodossi, ai rapper islamici ma da nessun esponente del clero vaticano.
    Il film, distribuito dalla Eagle Picture, è uscito in Italia a febbraio in appena una trentina di sale e per pochissimi giorni. Non vi è traccia di un edizione in DVD e il film si trova unicamente in inglese nei canali p2p.
    Quando si dice “l’ingerenza”…
    Io ho avuto la fortuna di vederlo in un cinemino di Bologna e non ricordo aver mai riso tanto.
    Ho scritto alla Eagle pictures, protestando per la non distribuzione in dvd. Servirà? Non credo, la Curia possiede numerose sale parrocchiali

    Fatto!

    Dopo un iter parlamentare durato più di un anno e diversi incidenti di percorso, il c.d. Pacchetto Sicurezza è Legge dello Stato. Stamane il Senato ha approvato mediante voto di fiducia i 3 maxi emendamenti proposti dal Governo.
    È stata una battaglia lunga e ardua che ha visto la Lega combattere da sola contro tutti, compresa la maggioranza dei democristiani e dei radical finiani.
    Oggi, finalmente, è con immensa gioia che posso dire:
    Ciao, Mohamed!




    Ci vediamo…

    CIE, Cure e Ronde

    Questo post l’ho cominciato diverse settimane fa, poi tra una cosa e l’altra e rimasto nel limbo dei post ancora da pubblicare, una manciata di 1 e 0 dimenticati nei meandri del web. Considerato che il tanto discusso pacchetto sicurezza non è ancora legge dello stato, manca, infatti, il “SI” definitivo del Senato che, per inciso, giusto l’altro ieri ha completato l’esame in commissione.
    Si è fatto un gran parlare delle nuove norme apportate dal pacchetto sicurezza, in particolare su tre temi:
    1) prolungamento della permanenza nei CPT fino a 18 mesi;
    2) possibilità per i medici di denunciare i clandestini che vanno al pronto soccorso;
    3) le fatidiche ronde;
    Polemiche di questo tipo te le aspetti dall’opposizione, a partire da Casini per arrivare a Ferrero (vabbè lui non è più opposizione) e invece sono arrivate anche da 101 paraculisti paraculati del PDL che hanno stretto accordi sottobanco con Casini, PD e IDV.
    Certo è che il messaggio che è giunto all’elettore medio, berlusconiano, di destra ma mai fascista, è che “se il pacchetto sicurezza viene messo in discussione dallo stesso PDL dev‘essere alla stregua delle leggi raziali del ventennio”.
    Andiamo ad analizzare (brevemente) il contenuto del Pacchetto che chiunque può scaricare e leggersi qui:
    PROLUNGAMENTO DEI TEMPI DI PERMANENZA NEI CPT.
    Prima del Pacchetto Sicurezza:
    L’immigrato arriva col solito barcone, gommone, bagnarola e, se e quando veniva sorpreso dalle forze dell’ordine, finiva nei CPT (centro permanenza temporanea). Naturalmente era stato preventivamente addestrato dagli scafisti su come comportarsi in casi come questi e, guarda caso in tasca aveva un biglietto da visita della CGIL. Le regole sono poche e semplici da ricordare, a prova di analfabeta sordo-cieco,
    1. chiedere subito asilo politico.
    2. disfarsi dei documenti e tenere la bocca ben chiusa riguardo la propria identità e nazionalità.
    Il Mohamed di turno a quel punto dormiva e mangiava a spese nostre nei CPT per 2-3 mesi. Se dopo 2 mesi le autorità italiane non riuscivano a identificarlo (i paesi d’origine non collaborano e la burocrazia necessita almeno di 6 mesi), l’ospite veniva rilasciato. Quindi ci ritrovavamo uno sconosciuto sul territorio nazionale, qualcuno che non può ambire a trovare un lavoro in regola e un regolare contratto d’affitto. Il che, volente o nolente (ma soprattutto volente) trasforma il nuovo ospite in un lavoratore al nero (nel migliore dei casi) o in un criminale (nel peggiore).
    Un po’ come una Crociera Costa: di notte navighi e di giorno ti godi le isole del Mediterraneo.
    Dopo il Pacchetto Sicurezza:
    Lo stesso Mohamed s’imbarca sul gommone e parte alla volta dello stivale, lo intercettiamo, gli lanciamo un panino con la mortadella e lo rimorchiamo fino in Libia. Mohamed non ha i documenti?! Ma chi glie li ha chiesti? Ciao Mohamed! Alla prossima!
    Guarda caso, dopo che una decina di barche sono rientrate in Libia, il numero di partenze è drasticamente calato e il CPT di Lampedusa è quasi vuoto.
    Per chi è già arrivato o per chi, eventualmente, riuscisse a eludere il Blocco Navale ecco che arriva la permanenza prolungata nei CPT fino a 18 mesi, il tempo di scoprire chi è, da dove viene, cosa vuole e rispedirlo a casa a calci in…
    POSSIBILITÀ DI DENUNCIARE I CLANDESTINI CHE VANNO AL PRONTO SOCCORSO
    Prima del Pacchetto sicurezza:
    • Un italiano con ferita da arma da fuoco si presentava al Pronto Soccorso per farsi ricucire, il personale era tenuto a chiamare le forze dell’ordine.
    • Un clandestino con ferita d’arma da fuoco si presentava al Pronto Soccorso per farsi ricucire, al personale era vietato informare le forze dell’ordine.
    Dopo il Pacchetto sicurezza:
    • Un italiano con ferita da arma da fuoco si presenta al Pronto Soccorso per farsi ricucire, il personale è tenuto a chiamare le forze dell’ordine.
    • Un clandestino con ferita d’arma da fuoco si presenta al Pronto Soccorso per farsi ricucire, al personale è consentito e facoltativo informare le forze dell’ordine.

    Non lo commento neanche, vi basti sapere che la sinistra su questo emendamento ha fatto le barricate…

    LE RONDE
    Prima del Pacchetto Sicurezza:
    • Le ronde si facevano.
    Dopo il Pacchetto Sicurezza:
    • Le ronde si faranno
    Dov‘è la differenza? Semplice, sarà consentito ai Comuni di presentare dei bandi per l’espletamento della vigilanza del territorio, il che consentirà un maggiore e migliore controllo sui “rondisti” da parte dell’Amministrazione.
    N.B.
    Per chi crede che le ronde si svolgano con le camicie nere o verdi, il manganello e le molotov, faccio presente che sia prima che dopo le modifiche apportate dal Pacchetto Sicurezza, le ronde potranno solamente segnalare presunti illeciti alle forze dell’ordine e, al massimo, intervenire (senza armi) in caso di fragranza di reato (stupro, borseggio, aggressione, ecc.)
    __________________________________________________
    Possono credere i berludemocristiani che ben 101 dei loro degni rappresentanti al Parlamento hanno pubblicamente chiesto al Presidentissimo di mettere la fiducia sul provvedimento per poi votare segretamente “SI” agli emendamenti di Casini che annullavano le modifiche inficiandone, di fatto, gli effetti? Se no, si leggano i verbali della seduta.
    Assicuro i lettori che la maggioranza ha tremato! Per fortuna i dialoghi a porte chiuse tra Umberto e Silvio risolvono ogni tipo di problema interno, anche a suon di fiducia, unico strumento contro i franchi tiratori e l’ostruzionismo dei catto-comunisti.

    Boom di non ammessi all’esame

    I dati del Ministero dell’Istruzione: niente esame per 29 mila studenti (da “La Stampa” del 23 giugno 2009)

    Sfiorano quota 29 mila i non ammessi alla prossima maturità. Secondo fonti ministeriali la percentuale dei ragazzi che non hanno ottenuto il via libera per sostenere l’esame di Stato che conclude il ciclo delle superiori è decisamente lievitato. Alla sforbiciata hanno contribuito le nuove regole introdotte: quest’anno, infatti, per accedere al più importante appuntamento del percorso scolastico, i ragazzi hanno dovuto conseguire nello scrutinio finale almeno la media del sei, calcolata comprendendo anche il voto sul comportamento. E per chi ha avuto il 5 in condotta niente ammissione all’esame di Stato. L’anno scorso i non ammessi all’esame di maturità furono circa 22.000. Si registra, dunque, un aumento di 7.000 studenti – equivalente all’ incirca al 30 per cento – fermati dai propri insegnanti prima ancora di arrivare davanti ai temuti commissari d’esame.

    Era ora! Un po’ di meritocrazia anche nella scuola, feudo cattocomunista, garantista e assistenzialista.
    Certo siamo ben lungi dalla selettività scolastica di cui necessita la nostra economia, specie il mondo del lavoro, ma almeno è un inizio.
    Si perché ricordo com’era la scuola ai miei tempi (mi sono diplomato nel 2001) e, a parte a divertirmi, mi è servita davvero a poco. Gli ultimi anni delle superiori non ho nemmeno comprato i libri di testo, tanto non servivano: la promozione era assicurata o quasi.
    Dopo il diploma ho avuto il buon (o il cattivo) senso di fermarmi, mi sono cercato un lavoro e ho cominciato a portare il pane a casa senza pensare neanche per un momento all’Università benché l’idea di divertirmi e fare il mantenuto per altri 5-10 anni mi allettasse un pochino.
    I miei compagni delle superiori sono stati più furbi di me (tanto per cambiare) la stragrande maggioranza ha iniziato l’università, lasciando la provincia alla volta delle città universitarie. Più della metà ha abbandonato entro il 3° anno, chi “tiene duro” se la prende comoda, cambiando sovente facoltà e chi ce l’ha messa tutta ed è riuscito a laurearsi, magari a pieni voti, ha trovaro un “ottimo” lavoro precario da 3-400 al mese. (modello Tutta la vita davanti)

    Ma a cosa dobbiamo questa situazione? Perchè l’Italia è messa così male?

    Potrei dilungarmi in elecubrazioni (che parolona) storiche, sociologiche, politiche ecc. ma ve le risparmio anche perchè non posso certo vantare lauree o competenze in materia.

    La questione è molto semplice o almeno lo è per me: la totale assenza di meritrocazia e selettività nel bel paese ci sta facendo affondare, sia nella competizione globale, sia al nostro interno. Siamo in troppi a volere lavori qualificati con il risultato che:
    • il valore di questi incarichi si è inflazionato e così abbiamo laureati in giurisprudenza che fanno praticantato per 10 anni per compensi che anche l’immigrato spazzino rifiuterebbe quindi solo chi sta bene di famiglia e si può far mantenere fino ai 40 può ambire a diventare avvocato.
    • i ricercatori, lavorano per pochi spiccioli, sia che non facciano niente, sia che trovino la cura per il cancro, perchè la sola idea di privatizzare la ricerca è una bestemmia, si sa. Non vorremmo mai ritrovarci nella situazione americana dove le multinazionali finanziano la ricerca universitaria e, in cambio, godono delle scoperte per una decina d’anni.
    L’accesso all’istruzione è troppo semplice, mascherando il tutto come “libertà di studio” gli atenei permettono a chiunque di iscriversi e le rette sono ormai alla portata di tutti grazie ad una cospiqua elargizione statale alle università. Eppure non sarebbe così complicato: non puoi permetterti gli studi universitari?
    • se sei bravo ti diamo la borsa di studio e ti laurei senza spendere un euro
    • se non lo sei, c’è sempre il badile!

    in molti paesi funziona così, e funziona anche bene.


    Se la nostra fosse un economia sana in società sana al fenomeno dei “troppi laureati” corrisponderebbe l’aumento della retribuzione per i lavori manuali che stimolerebbe l’apertura di attività artigianali e piccole imprese ma, causa immigrazione = “manodopera scarsamente sindacalizzata”, stiamo assistendo al progressivo appiattimento delle retribuzioni su tutti i fronti a beneficio dei poteri forti e delle rendite di posizione.


    Provate voi a spiegarlo ai sinistri, io sono stanco…

    …troppo stanco e con la gola secca.

    Radical leghista

    Lo so, sembra un controsenso, un aggettivo coniato alla c…o, ma non lo è, fatemi spiegare…
    Nello sterminato mappamondo della politica non è facile trovare una collocazione ben definita, ognuno ha la sua testa, si sa, ma ovviamente non è che possiamo fare un partito per ogni persona, specie con lo sbarramento al 5%. 😛 Raggrupparsi diventa d’obbligo, ma non bisogna esagerare o fai la fine di AN. Non vi pare?
    Il mio partito è la Lega Nord e, salvo grandi e profonde delusioni, prevedo che lo sarà per sempre.
    Come l’ho scelto?
    Beh, è stato piuttosto semplice, ho confrontato le posizioni politiche dei vari partiti e movimenti su vari tematiche con le mie idee e quello che le ricalcava maggiormente ha vinto il mio voto e, dato che in politica mi sbatto, anche il mio tempo.
    La Lega, nella spietata competizione per accaparrarsi la mia croce sulla scheda, batte gli altri partiti di diverse lunghezze, tanto da lasciare pochissime chance a i contendenti.
    È però doveroso precisare che la Lega Nord non ricalca in toto il mio pensiero, altrimenti mi chiamerei Umberto Bossi e non Umberto Bosco. Comunque sia le differenze, come per i nostri nomi, non sono molte…
    Ma bando alle ciance e veniamo al dunque: cosa intendo per “radical leghista”?
    Qualcuno sarebbe portato a pensare che significhi “un po’ leghista e un po’ radicale”, qualcun’alcun penserebbe, invece, ad un leghista radicale (nel senso di estremo).
    Paradossalmente le opzioni sono entrambe corrette.
    Sono un po’ radicale (sì, quelli di Pannella e Bonino), forse un residuo del mio periodo “Peace & Love” adolescenziale o forse no. Comunque sia, a differenza della maggior parte degli elettori e dei militanti leghisti sono assolutamente favorevole ad aborto ed eutanasia oltre a volere un stato il più laico possibile, detestando l’ingerenza del clero nella politica.
    Con queste premesse vi chiederete cosa c’è di leghista in me, ed eccovi la risposta.
    Sono leghista perchè:
    • voglio fortemente la secessione del Nord e, se proprio non la posso avere, almeno il federalismo vero (i primi passi sembrano fatti almeno);
    • voglio meno immigrazione possibile, specie se proveniente da Africa ed Asia;
    • ritengo che le culture e le religioni africane e asiatiche, soprattutto l’Islam, siano una grossa minaccia per l’Europa e l’Occidente in genere;
    • ritengo che una società multiculturale sia molto più retrograda rispetto ad una monoculturale;
    • ritengo che il populismo sia patrimonio di tutte le forze politiche ma che il pragmatismo sia patrimonio di pochi (noi);
    • ritengo che finchè non capiremo chi siamo e a rispettare noi stessi nessuno ci darà il rispetto che meritiamo;
    • credo che il buonismo, sia esso di matrice cattolica o comunista sia controproducente;
    • credo che sia meglio un po’ di egoismo e intolleranza prima che i campi di sterminio dopo;
    • credo che la democrazia abbia i suoi limiti e che per funzionare bene debba operare ai limiti;
    • credo che abbiamo toccato l’apice e che il fondo ci stia aspettando, quindi è meglio aprire il paracadute, costi quello che costi;
    • credo in un Europa dei popoli e non burocrati e delle lobbie;
    • credo che PD e PDL siano solo altri acromini per dire Democrazia Cristiana;
    • credo che il Comunismo sia come una religione ma potenzialmente più dannoso.
    • credo cha Maroni non si chiami così a caso;
    Ecco fatto.
    Ammesso che ve ne freghi qualcosa, questo è quello che sono.

    Le società multietniche? Non esitono.

    Riporto integralmente un editoriale di Ida Magli, è scritto molto bene.

    Non esistono «società» multietniche. Quale che sia la buona fede o l’ingenuità di coloro che si affannano in questi giorni ad affermare il contrario, una società multietnica non può esistere perché una «società» non è data dalla somma di singoli individui, ma dal loro appartenere e vivere in una «cultura». Ogni cultura possiede una sua «forma», creata dalle particolari caratteristiche che distinguono un popolo dall’altro e che si manifestano nella diversa visione del mondo, nella diversa sensibilità nei confronti della natura, nella diversità delle lingue, delle religioni, delle arti, dei costumi, dei sentimenti. Ciò che mantiene in vita una cultura è la «personalità di base» del popolo che l’ha creata, quel particolare insieme di comportamenti che ci fa dire con molta semplicità: gli inglesi sono fatti così, gli americani sono fatti così, gli spagnoli sono fatti così, e che ci permette di riconoscere immediatamente come «tedesca» una sinfonia di Wagner e come «italiana» una sinfonia di Rossini. La diversità delle culture costituisce la maggiore ricchezza della storia umana. Ma le culture muoiono. La storia ci dimostra che anche le più forti, le più ricche, le più potenti, a un certo punto spariscono e non sempre perché distrutte da conquistatori di guerra. È sparita quella straordinaria dell’antico Egitto di cui ci rimane, oltre all’immensa ammirazione per le piramidi, anche la consapevolezza di essere talmente diversi da non sapere come abbiano fatto a costruirle; è sparita quella di Omero, di Fidia, della cui morte non riuscivano a darsi pace prima di tutto i romani che hanno fatto l’impossibile per conservarla in vita, ma in seguito innumerevoli pensatori, poeti, artisti d’Occidente così che a un certo punto Hegel ha perso la pazienza e gli ha gridato in faccia brutalmente l’unica risposta: «Laddove un tempo il sole splendeva sui greci, oggi splende sui turchi, dunque smettetela di affannarvi e non ci pensate più!». È così, infatti: sono gli uomini i creatori e portatori di una cultura; non appena sopraggiungono altri uomini, portatori di un’altra personalità di base, di un’altra cultura, quella invasa deperisce e muore. Non è necessario neanche che gli invasori siano numericamente in maggioranza: l’invasore è sempre il più forte per il fatto stesso che si è impadronito del territorio di un altro e che si aggrappa, molto più che a casa propria, ai costumi, ai cibi, ai riti, alla religione della sua cultura nel timore di perdere la propria identità.
    Chiunque neghi questo, nega agli esseri umani, invasori o invasi che siano, ciò che li contraddistingue come «uomini», riducendone i bisogni e gli scopi alla sopravvivenza biologica. «Non di solo pane vive l’uomo». La Conferenza episcopale italiana sembra essersene dimenticata e tocca a noi, italiani e convinti che la nostra «cultura» debba essere salvaguardata, come e più delle altre, anche per tutto quello che contiene della bellezza del messaggio evangelico, domandare ai vescovi se non sia il caso che essi si interroghino, prima di tutto su che cosa significhi per loro definirsi «italiani», e poi su quale sarà il prossimo (vicinissimo) futuro del cristianesimo in Italia. Riteniamo anche che tocchi a noi, proprio perché laici e convinti che la libertà del pensiero sia il patrimonio irrinunciabile dell’Occidente, difendere il messaggio di Gesù dal tentativo sempre più pressante, e tragicamente traditore, di ridurlo a una variante dell’Antico Testamento e, di conseguenza, anche dell’islamismo. Senza la ribellione di Gesù alla mentalità normativa e tabuistica dell’ebraismo, senza la forza del suo comando: «La vostra parola sia: sì sì, no no», così simile all’assoluto valore riposto dai romani nella propria parola, i suoi seguaci non avrebbero capito che il destino del cristianesimo era Roma.
    E la sinistra? Strano a dirsi, si comporta più o meno come la Chiesa. Cosa pensa di fare degli italiani, della cultura italiana, quella sinistra che per tanti anni è stata l’unica forza politica a interessarsi di antropologia, a pubblicare Lévi-Strauss, Malinowski, Foucault, Leroi-Gourhan? Perché adesso tace di fronte alla morte della cultura italiana, dopo aver tanto pianto sulla morte delle culture primitive? Perché ci odia? Perché non fa per gli immigrati l’unica cosa giusta e che sarebbe in grado di fare molto meglio degli altri partiti, ossia aiutarli a rimanere nel proprio Paese? Non è iscrivendoli all’anagrafe come italiani che gli stranieri creeranno le melodie di Monteverdi o di Puccini, dipingeranno le Madonne di Raffaello o di Mantegna, scriveranno i versi di Petrarca o di Leopardi. Né si dica che gli stranieri servono a combattere il decremento demografico. Gli italiani fanno pochi figli per tre motivi principali. Il primo: siamo troppi per l’estensione del nostro territorio (260 abitanti per chilometro quadrato contro, per esempio, i 22 abitanti per chilometro quadrato degli Stati Uniti), senza tener conto del fatto che la maggior parte del territorio italiano è formato da montagne. La natura segue le sue leggi di sopravvivenza e, a causa dell’eccessiva densità, fa diminuire la prolificità. Non può sapere che i politici lavorano contro le sue leggi, col risultato che più gente entra, più la natura cerca di far diminuire gli abitanti, ossia gli italiani dato che è nell’interesse degli immigrati fare più figli che possono diventare maggioranza. Il secondo motivo consiste proprio nel senso di condanna a morte che si respira nell’aria. Non c’è bisogno di spiegazioni antropologiche: la gente sente benissimo di essere assediata e che non le è permesso neanche il più piccolo gesto di difesa. A che pro fare figli se non servono a conservare ciò che è italiano? Infine, il terzo motivo: la difficoltà concreta di provvedere ai figli. Questo sarebbe superabile se tutte le forze, il denaro, gli interessi della nazione fossero concentrati sui bisogni della procreazione, delle madri, delle famiglie. Ma non è così. Quel poco che ha fatto il governo Berlusconi, è soltanto un segno di buona volontà, non ciò che sarebbe necessario: una nuova organizzazione impegnata psicologicamente ed economicamente a far nascere molti italiani. E soprattutto, al di là delle cose concrete: cominciare a far sentire agli italiani che qualcuno li ama e vuole che essi vivano.

    Selezionare l’immigrazione

    Riporto integralmente il post pubblicato su svulazen.blospost.com

    Il 22 agosto 2005 ne Il Castello , quando non era ancora trasformato in aggregatore ma raccoglieva i post dei vari partecipanti, scrissi un intervento con lo stesso titolo odierno: selezionare l’immigrazione.
    Purtroppo, dopo quattro anni, è tuttora attualissimo e la circostanza è ancor più grave se si pensa che il post era ispirato dalla lettura di un discorso del Cardinale Giacomo Biffi , già arcivescovo di Bologna, che risale al settembre 2000 e che ho ritenuto opportuno recuperare e lasciare a disposizione a questo link .
    Con buona pace di laici, laicisti e anticlericali viscerali, fu un Cardinale a porre l’accento sul problema dell’immigrazione e, a differenza dei demagoghi odierni che pullulano nell’Italia formale delle istituzioni, mentre l’Italia reale del Popolo con maggioranze bulgare approva la “linea dura” appena accennata da Lega e Berlusconi, indicò anche una soluzione: selezionare l’immigrazione.
    E’ opportuno ricordare le chiarissime parole del Cardinale Biffi:
    Una consistente immissione di stranieri nella nostra penisola è accettabile e può riuscire anche benefica, purché ci si preoccupi seriamente di salvaguardare la fisionomia propria della nazione. L’Italia non è una landa deserta o semidisabitata, senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza una inconfondibile fisionomia culturale e spirituale, da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto.”.
    Diventa dunque un obbligo considerare che
    A questo fine, le concrete condizioni di partenza degli immigrati non sono ugualmente propizie; e le autorità non dovrebbero trascurare questo dato della questione. In una prospettiva realistica, andrebbero preferite (a parità di condizioni, soprattutto per quel che si riferisce all’onestà delle intenzioni e al corretto comportamento) le popolazioni cattoliche o almeno cristiane, alle quali l’inserimento risulta enormemente agevolato (per esempio i latino-americani, i filippini, gli eritrei, i provenienti da molti paesi dell’Est Europa, eccetera); poi gli asiatici (come i cinesi e i coreani), che hanno dimostrato di sapersi integrare con buona facilità, pur conservando i tratti distintivi della loro cultura. Questa linea di condotta – essendo “laicamente” motivata – non dovrebbe lasciarsi condizionare o disanimare nemmeno dalle possibili critiche sollevate dall’ambiente ecclesiastico o dalle organizzazioni cattoliche. Come si vede, si propone qui semplicemente il “criterio dell’inserimento più agevole e meno costoso”: un criterio totalmente ed esplicitamente “laico”, a proposito del quale evocare gli spettri del razzismo, della xenofobìa, della discriminazione religiosa, dell’ingerenza clericale e perfino della violazione della Costituzione, sarebbe un malinteso davvero mirabile e singolare; il quale, se effettivamente si verificasse, ci insinuerebbe qualche dubbio sulla perspicacia degli opinionisti e dei politici italiani.“.
    E non temeva di affrontare, un anno prima dell’11 settembre 2001 !, la questione musulmana, dichiarando che:
    Gli islamici – nella stragrande maggioranza e con qualche eccezione – vengono da noi risoluti a restare estranei alla nostra “umanità”, individuale e associata, in ciò che ha di più essenziale, di più prezioso, di più “laicamente” irrinunciabile: più o meno dichiaratamente, essi vengono a noi ben decisi a rimanere sostanzialmente “diversi”, in attesa di farci diventare tutti sostanzialmente come loro.”.
    Parole che, se ascoltate e se adottati i provvedimenti necessari, proseguendo sulla strada aperta dalla Bossi-Fini, ci consentirebbero di guardare al problema dell’immigrazione con minori preoccupazioni.
    Siamo, invece, ancora al punto di partenza, anzi siamo in una situazione peggiore, perché degenerata e perché le politiche lassiste di tutti questi anni, unite alle pressioni della curia romana, dell’onu, della sinistra e, adesso, anche di personaggi che si ritrovano nell’ala radicalfiniana del pdl, il partito di Berlusconi !, sono in grado di costringere a compromessi in perdita anche la Lega che pure della lotta all’illegalità e per la sicurezza ha fatto un suo cavallo di battaglia, “scippandolo” alla Destra.
    Così se si istituisce il reato di clandestinità, questo è sanzionato dalla sola ammenda e consegna del foglio di via (del cui uso potete ben immaginare cosa farà l’illegale se non sarà accompagnato coattivamente ed immediatamente alla frontiera!).
    E nonostante il reato di clandestinità, si consentirà a medici e presidi di curare illegali e di accogliere studenti figli di clandestini, senza doverne segnalare la presenza all’Autorità di Polizia per i relativi provvedimenti di espulsioni.
    Si istituiscono le Ronde ma disarmate, invece di consentire loro gli stessi poteri (e magari anche qualche necessaria e opportuna libertà in più …) delle Forze dell’Ordine.
    Ci troviamo così a dover giustificare, contro una canea mondiale ostile, un provvedimento essenziale ma tardivo: il respingimento dei barconi prima che entrino nelle nostre acque internazionali.
    In sostanza l’onu, la curia romana, la sinistra capeggiata dal pci/pds/ds/pd, ma anche l’udc di Casini e i radicalfiniani del pdl, vorrebbero che fosse consentito l’ingresso in Italia di chiunque, senza poi fornire alcuna soluzione sul loro trattamento.
    Ma se il respingimento continuerà anche dopo le elezioni del 6 e 7 giugno, l’accordo (vergognoso per la sua motivazione ufficiale) di Berlusconi con Gheddafi varrà tutto l’oro che ci costa, perché avere la possibilità di trattare i clandestini in campi a ciò deputati in Libia, libererà l’Italia da un onere improprio e ingiusto.
    La Libia, infatti, ha presieduto la commissione per i diritti umani dell’onu e, pertanto, è la nazione più indicata per il trattamento degli eventuali profughi.
    E dovrà essere un trattamento che coinvolga tutte le nazioni, per cui se saranno individuati dei soggetti aventi diritto all’asilo politico, questi dovranno essere equamente ripartiti fra tutte le nazioni dell’onu, in proporzione alla loro popolazione e non scaricati tutti in Italia.
    Dove dovremo accogliere – a braccia aperte – anche chi verrà per lavorare, accettando le nostre regole, leggi, costumi e tradizioni, in base ai posti che verranno resi liberi da apposite comunicazioni e non in numero superiore a questi, per garantire loro un lavoro e i relativi mezzi di sostentamento.
    In sostanza chi si oppone ad una selezione dell’immigrazione secondo i concetti ispirati al discorso precursore del Cardinale Biffi, con una attuazione di un blocco degli ingressi come è consentito dal respingimento attivo purchè continui anche oltre il periodo elettorale e sia completata da una bonifica interna nei confronti degli illegali che già hanno fatto metastasi in Italia, si ispira a concetti teorici di indubbio impatto emotivo.
    Non dicono però queste verginelle sante come si possa gestire l’arrivo in Italia di milioni di irregolari, che entrerebbero se dovessimo dar loro retta, in termini di lavoro, igiene, sicurezza, rapporti sociali, istruzione.
    Non lo dicono perché non hanno alcuna soluzione e non possono averla perché non esiste, l’unica essendo la trasformazione radicale dell’Italia in una società priva di identità, di memoria e di coesione sociale.
    Quanti (dall’onu alla curia romana, dal pci/pds/ds/pd ai radicalfiniani del pdl) contestano la politica del respingimento (che, da sola, limita ma non risolve il problema per il quale occorre una cura da cavallo come indicata !) si riempiono la bocca di “diritti umani”, ma non sanno proporre alcuna soluzione.
    Piegarsi alla loro demagogia significa solo porre le basi per scontri sociali e violenze di ogni genere, perché l’Italia è uno stato che insiste su un territorio già densamente popolato, con cittadini già pesantemente tassati e l’ingresso di milioni di diseredati impoverirebbe drammaticamente il Popolo italiano e scatenerebbe la logica e conseguente reazione nei confronti di chi ha causato tale perdita di benessere.
    Chi contrasta una politica rigida e selezionatrice dell’immigrazione lo fa in danno del Popolo italiano.
    E questo non è né razzismo, né xenofobia, paroloni sprecati a sproposito per cercare (senza riuscirci, perché l’abuso di tali termini equivale al gridare “al lupo, al lupo” quando il lupo non c’è) di screditare e criminalizzare un fenomeno giusto e sacrosanto che il Popolo dimostra di aver ben compreso e recepito: la difesa dell’Identità nazionale.

    Maroni avanti tutta, clandestini indietro tutta

    Quando si dice “finalmente”, si vede che l’unico modo che avevamo per rispedirli da dove vengono era avere un Ministro dell’Interno leghista. Non ho idea di quanto ci sia costato (non tanto l’accordo con Libia, bensì il suo mantenimento degli impegni sottoscritti con il Governo italiano) ma di sicuro un botto, e non credo neanche che riportarli in terra libica li terrà lontani dal vecchio continente a lungo ma è stato comunque un successone di cui, salvo colpi di scena, sono sicuro vedremo diverse repliche. Come già specificato nel precedente post, i numero dei migranti che usa il gommone o la bagnarola è una “goccia nel mare” dei flussi. Ma non importa! Quello che è davvero importante è il messaggio politico, anzi i messaggi politici che la fermezza maroniana dispensano:
    1) il trucchetto dell’Asilo politico e dei documenti distrutti non funziona più, in Italia non ci metti piede! Ti intercettiamo prima e senza passare dal via te ne torni da dove sei partito, non importata di quale nazionalità tu sia, semplicemente
    2) la pacchia è finità, in Italia la musica è cambiata, vuoi emigrare, trovati un altro posto o resta nel tuo paese e combatti per le tue conquiste sociali che se stai ad aspettare che te le porti Bush, stai fresco.
    2bis) sei un nuotatore professionista? sei bravo ad eludere i pattugliamenti? riesci ad arrivare fino alla costa? Bene, intanto te ne stai 18 mesi nel CPT (ora CEI) finchè non ci dici chi sei, da dove vieni e cosa vuoi poi, che ti piaccia o no, torni a casa.


    Silvio teme la Lega e rassicura il suo elettorato con l’ennesima sparata

    Berlusconi, politicamente, lo si può apprezzare o meno ma nessuno, con un minimo di onesta intellettuale, può affermare che non sia abile a restare sulla cresta del dibattito politico, sul come lo faccia, con questa o quella uscita anziché gossip da rotocalco di serie B è tutt‘altro discorso. È poi del tutto insignificante, ai fini elettorali e mediatici, che la stessa possa, a breve o grande distanza, essere seccamente smentita, negando persino di averla pronunciata e incolpando la solita stampa di sinistra di aver manipolato e strumentalizzato le sue dichiarazioni. Sarei curioso di vedere anche solo uno dei numerosi intellettuali, plurilaureati, editorialisti, che per lavoro “criticano in Grande Puffo“, con sterili e inutili appellativi, rifacendosi a valori ormai triti e ritriti quali l’anti-fascismo, il pluralismo, millantando chissà quale pericolo per la democrazia del nostro paese. Nessuno mai che abbia il coraggio professionale o politico di analizzare oggettivamente i suoi comportamenti e gli effetti che essi hanno sull’elettorato. Io, nonostante la mia inesperienza ci voglio provare. Prendiamo, a titolo di esempio, l’ultimo tema del dibattito politico pre-elettorale: l’immigrazione irregolare, i rimpatri dei clandestini e l’imminente approvazione del Pacchetto Sicurezza al Senato e l’ultima sparata del Puffo con il cappello rosso in tema di multiculturalismo. Un anno di governo ci è voluto affinché il nostro Ministro Bobo (probabilimente il migliore della squadra) riuscisse nel difficile (perché lo vedremo un’altra volta) compito di rimpatriare i soliti clandestini che hanno tentato la fortuna attraversando il mediterraneo. Fermo restando che, numeri alla mano, il fenomeno degli sbarchi è una porzione davvero irrisoria del problema clandestinità, il fatto che alla fine il barcone abbia dovuto virare alla volta del continente nero rappresenta una vera e propria dimostrazione di fermezza, costanza e personalità politica che, senza rimpiangerlo, nella penisola non si vedeva dai tempi del ventennio. Non sono tardati ad arrivare i commenti dei vari schieramenti, il PD gioca di sponda con Franceschini che lancia l’allarme leggi raziali e deportazioni da una parte e Fassino che precisa come il rimpatrio dei clandestini sia assolutamente legittimo. Ha sbagliato chi ha pensato alla solita divisione interna all’interno del mal partorito partito di centro-centro-centro-sinistra; in realtà, in vista delle imminenti elezioni, l’ex esponente del PCI e l’ex DC stanno cercando di salvare, elettoralmente parlando, capra e cavolo facendo breccia sia su quell’elettorato di sinistra che ancora teme un ritorno del fascismo, sia su quello che, nonostante l’appartenenza politica, non ne può più dell’immigrazione regolare che lo ha messo in cassa integrazione sia di quella irregolare che non lo fa più uscire la sera. Poi abbiamo Casini che, leggendo il pizzino di Ratzingher (si scrive così?),si dice sconcertato e ricorda come il nostro paese abbia bisogno di muli da soma per le nostre fabbriche e badanti per i nostri anziani. Anche Fini (il più probabile mandante dei franchi tiratori al Pacchetto sicurezza) che non perde occasione per rinnegare le proprie origini, critica fortemente i rimpatri, facendo eco a Franceschini. Come potevano mancare le critiche dalle solite associazioni umanitarie buoniste e dalla Curia&Co.® Ma Silvio no, lui non guarda in faccia a nessuno, Vaticano compreso e, come a voler competere con Salvini (la cui uscita merita un post tutto per lui) afferma di non volere un Italia multiculturale spiazzando tutti, soprattutto i suoi. In realtà polemica a parte le sue intenzioni sono molto chiare: dopo i casini con le vallette candidate alle europee e il divorzio (e fanno due) con la Lario il Presidente del Consiglio cerca di recuperare un po’ dei voti che la Lega gli sta portando via al Nord, dimostrando ancora una volta di essere avanti anni luce rispetto a la sua schiera di tirapiedi.

    L’ipocrisia dell’accoglienza

    Riporto integralmente un editoriale di Franco Cangini, pubblicato sul Resto del Carlino di sabato 9 maggio, è un po’ sofisticata per i più (me compreso) ma fa molto riflettere.

    RIECCOLO, il “fardello dell’uomo bianco”. Poetica invenzione dei cantori ottocenteschi dell’imperialismo, preoccupati di vestire di buoni sentimenti la nuda prevaricazione esercitata dai “popoli della storia” sui “popoli della natura”, in nome del progresso dell’umanità e della legge del più forte. Grazie alla democrazia, “l’uomo bianco” credeva di essersi finalmente sbarazzato di quel faticoso fardello. Con la creazione dell’ONU, all’indomani del conflitto mondiale, tutti i popoli diventavano padroni del proprio destino. Tutti capaci di governarsi da sé, spezzate le catene coloniali. Ma l’evidenza dei fatti dimostra che l’autogoverno non sempre è alla portata di tutti i popoli. Serve molta ipocrisia per gabellare da problema umanitario il problema politico sollevato dall’esistenza, sulla carta geografica, di Stati destituiti di capacità di governo. E’ così che la storia di ripete, si direbbe (marxianamente) in chiave di farsa, se non fosse per l’immensa tragedia delle popolazioni ridotte alla scelta tra la morte per fame o nei massacri tribali, e la speranza di sopravvivenza offerta dalla conversione alla pirateria o dall’approdo alle sponde dell’Europa. Gli ex colonizzati hanno spezzato le loro catene per esserne gravati di più pesanti, da cui cercano scampo inseguendo gli ex colonizzatori a casa loro. E qui bisogna intendersi. Non è ragionevole pretendere che le nostre società del benessere si facciano carico degli effetti dei fallimenti dell’autogoverno, senza la minima possibilità di intervenire sulle cause. Più precisamente, è inaccettabile che anime belle senza vere responsabilità (all’Onu, ma non solo) impugnino nobili principi per indurre l’Italia a vergognarsi della decisione di riportare i migranti illegali alle sponde di partenza, o di tenerli sotto custodia in attesa di identificazione e magari di espulsione, ovvero di non elargire ai nuovi arrivati il trattamento teoricamente spettante ai cittadini in condizioni di bisogno. Non siamo un continente spopolato come l’Australia, o le Americhe d’una volta. Siamo fin troppi e con troppe aspettative insoddisfatte per poterci permettere il lusso della politica della porta aperta, senza rischiare le peggiori conseguenze sulla convivenza civile. L’Onu affronti, se può, le cause del dissesto globale, assumendo il fardello del potere sui territori senza governo e senza legge. Comodo scaricarsi la coscienza a spese altrui.