L’ipocrisia dell’accoglienza

Riporto integralmente un editoriale di Franco Cangini, pubblicato sul Resto del Carlino di sabato 9 maggio, è un po’ sofisticata per i più (me compreso) ma fa molto riflettere.

RIECCOLO, il “fardello dell’uomo bianco”. Poetica invenzione dei cantori ottocenteschi dell’imperialismo, preoccupati di vestire di buoni sentimenti la nuda prevaricazione esercitata dai “popoli della storia” sui “popoli della natura”, in nome del progresso dell’umanità e della legge del più forte. Grazie alla democrazia, “l’uomo bianco” credeva di essersi finalmente sbarazzato di quel faticoso fardello. Con la creazione dell’ONU, all’indomani del conflitto mondiale, tutti i popoli diventavano padroni del proprio destino. Tutti capaci di governarsi da sé, spezzate le catene coloniali. Ma l’evidenza dei fatti dimostra che l’autogoverno non sempre è alla portata di tutti i popoli. Serve molta ipocrisia per gabellare da problema umanitario il problema politico sollevato dall’esistenza, sulla carta geografica, di Stati destituiti di capacità di governo. E’ così che la storia di ripete, si direbbe (marxianamente) in chiave di farsa, se non fosse per l’immensa tragedia delle popolazioni ridotte alla scelta tra la morte per fame o nei massacri tribali, e la speranza di sopravvivenza offerta dalla conversione alla pirateria o dall’approdo alle sponde dell’Europa. Gli ex colonizzati hanno spezzato le loro catene per esserne gravati di più pesanti, da cui cercano scampo inseguendo gli ex colonizzatori a casa loro. E qui bisogna intendersi. Non è ragionevole pretendere che le nostre società del benessere si facciano carico degli effetti dei fallimenti dell’autogoverno, senza la minima possibilità di intervenire sulle cause. Più precisamente, è inaccettabile che anime belle senza vere responsabilità (all’Onu, ma non solo) impugnino nobili principi per indurre l’Italia a vergognarsi della decisione di riportare i migranti illegali alle sponde di partenza, o di tenerli sotto custodia in attesa di identificazione e magari di espulsione, ovvero di non elargire ai nuovi arrivati il trattamento teoricamente spettante ai cittadini in condizioni di bisogno. Non siamo un continente spopolato come l’Australia, o le Americhe d’una volta. Siamo fin troppi e con troppe aspettative insoddisfatte per poterci permettere il lusso della politica della porta aperta, senza rischiare le peggiori conseguenze sulla convivenza civile. L’Onu affronti, se può, le cause del dissesto globale, assumendo il fardello del potere sui territori senza governo e senza legge. Comodo scaricarsi la coscienza a spese altrui.

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