L’Italia fatta a pezzi (nel 1993)

Riporto un editoriale de Il Corriere della Sera datato 12 febbraio 1993 riguardante lo studio di un politologo americano circa le differenze culturali, sociali, politiche ed economiche delle diverse regioni italiane. La ricerca evidenzia come lo sviluppo economico nulla ha a che vedere con la natura del pensiero meridionale. Si tenga presente che le conclusioni sono riferite, appunto, al 1993, alcune situazioni sono sensibilmente modificate ma principalmente al centro-nord.
Il testo l’ho copiato dal blog dell’amico Lucio Brignoli sul quale trovo spesso interessanti spunti.
Una ricerca di Robert Putnam (“Making democracy work, Civic tradition in Modern Italy”), politologo di Harvard, sul nostro senso civico boccia senza appello il Sud.
Un’ inchiesta sull’ efficienza del modello regionale inaugurato nel nostro paese nel 1970. nella classifica delle regioni meglio amministrate al primo posto Umbria e Emilia Romagna, fanalino di coda Calabria e Campania. Secondo lo studioso la rovina del Meridione dipende dal “familismo amorale” e dal “legame di clan”.
VISTI DA LONTANO Una ricerca di Robert Putnam, politologo di Harvard, sul nostro senso civico boccia senza appello il Sud dal nostro inviato GIANNI RIOTTA. Secondo lo studioso la rovina del Meridione dipende dal “familismo amorale” e dal “legame di clan” La tradizione dei Comuni dietro le “virtù” delle regioni del centro nord.
NEW YORK Il Sud d’Italia è una società amorale, familista, fuorilegge, con un governo locale inefficiente e un’economia paludosa. Le future riforme politiche non lo trasformeranno, perchè troppo antiche sono le radici dell’arretratezza. Anzi: il malessere del Mezzogiorno e’ la prova scientifica di come sia difficile innestare la democrazia dove manca il tessuto civile. “Palermo potrebbe rappresentare il futuro di Mosca”, scrive il professor Robert Putnam, in un suo saggio che è campana a morto per ogni speranza di rinascita del Sud e monito severo per l’Est e il Terzo Mondo. Robert Putnam e’ un politologo di Harvard, il suo libro Making democracy work, Civic tradition in Modern Italy (far funzionare la democrazia, tradizione civica in Italia, scritto in collaborazione con Robert Leonardi e Raffaella Nanetti) è appena stato pubblicato dall’ Università di Princeton. La mole della ricerca è mostruosa. Per vent’anni, dall’approvazione delle Regioni, il professor Putnam e la sua equipe hanno viaggiato nel nostro Paese, studiandone storia, tradizioni, economia, società. Migliaia di politici intervistati a varie riprese, insieme a centinaia di giornalisti, studiosi, gente comune, amministratori. Dozzine di sondaggi di massa, fin qui inediti, rilevazioni statistiche, inchieste ad hoc. La metodologia del lavoro occupa un’intera appendice. Secondo lo studioso Daniel Bell si tratta di “un classico dell’indagine e della teoria politica”. A Princeton si dice “Putnam ha fatto per l’Italia quel che Tocqueville ha fatto per l’America“. Il settimanale Economist non ha dubbi: “dopo avere letto questo libro si capirà se c’è speranza per i Paesi dell’Est che somigliano alla Calabria più che all’Emilia”. La risposta è no. La monumentale inchiesta durata un quarto di secolo parte da una semplice questione, perchè alcuni governi democratici funzionano ed altri no? Il laboratorio prescelto è l’Italia dove, nel 1970, debutta il modello regionale. Putnam segue l’ evoluzione delle giunte, dalle speranze tecnocratiche alla primavera rossa del 15 giugno 1975, al 1992, e stila una classifica di efficienza dei governi locali. Usando un modello assai sofisticato, mette in testa Umbria e Emilia Romagna, poi Piemonte, Toscana e Friuli, seguono Lombardia, Trentino, Liguria, Veneto, più in giù il Lazio, la Puglia, la Sicilia, fanalino di coda Calabria e Campania. Come si spiega il divario Nord Sud? Tradizionalmente, con lo sviluppo maggiore del Settentrione. Al Mezzogiorno povero mancano le risorse, e quindi si stenta a governare. Ma la montagna di dati di Harvard e Princeton contraddice la vecchia teoria. L’Emilia è più povera della Lombardia, ma meglio governata. L’Umbria ha meno risorse della Liguria e del Piemonte, ma è più efficiente. La Campania è più ricca del Molise e della Basilicata, ma cede il passo nella performance di governo. L’intera biblioteca della questione meridionale incanutisce davanti ai computer di Putnam. Le risorse c’entrano poco. Se la democrazia ha funzionato meglio al Nord, producendo soddisfazione e ricchezza, è perche’ il Sud difetta di “senso civico”. Non crede nell’ “eguaglianza politica”, e divide i cittadini tra “potenti” feudatari e “clienti” a caccia di favori. Non pratica solidarietà, fiducia e tolleranza. Soccombe sotto un “familismo amorale”, con il legame di clan a negare quello sociale. Per calcolare il senso civico degli italiani, Putnam assembla un nuovo modello (piu’ discutibile del primo), legato a quattro fattori, il voto di preferenza (dove è alto, alto è il voto di scambio, clientelare), la partecipazione ai referendum (si vota su opinioni, restano a casa i servi della gleba clientelare), la lettura dei giornali (dov’è forte e diffuso lo spirito civico, dove è scarsa impera il malcostume), la percentuale di associazioni, dalle politiche alle sportive (la gente si associa se è civile, si isola se primitiva). La classifica del senso civico assegna lo scudetto a Trentino, Toscana e Emilia. In zona Uefa Liguria, Lombardia, Friuli, poi Piemonte, Veneto, Umbria e Marche, indietro Sicilia, Basilicata e Puglia, retrocedono Campania e Calabria. E la carenza di senso civico, vale a dire “la sfiducia reciproca, l’isolamento, lo sfruttamento e la dipendenza dall’ alto, solitudine e disordine, criminalità e arretratezza”, non la povertà, che fa del Sud il Sud. Putnam, già librato tra Hobbes, Locke e Stuart Mill, comincia a questo punto un percorso all’indietro. Fino al Medioevo e al Rinascimento. L’Italia comunale del Nord, la Toscana di Guelfi e Ghibellini, fondano una societa’ civica, dove i valori di comunita’ e le prospettive dell’individuo si armonizzano storicamente. Finita l’era di Federico II, quando il Sud d’Italia era la California del mondo contemporaneo, Berkeley, Hollywood e Silicon Valley incluse, il mezzogiorno perde le virtù civiche e civili, sprofondando nell’assolutismo feudale, nella diffidenza. Un mondo da Hobbes di “uomo lupo dell’uomo” che arriva intatto dai Borboni a Toto’ Riina. Sì, Putnam intravede qualche miglioramento, i giovani del Sud sono scontenti delle proprie giunte in misura identica ai coetanei del Nord, ma il cambiamento sarà disperatamente lento. Non ci saranno riformatori, nè riforme, finchè in Calabria non arriveranno le virtù civiche (e le associazioni) della Val d’ Aosta. La vera cattedrale nel deserto è il “familismo amorale”. Dalla rovina del nostro Sud lo studioso anglosassone trae cattivi auspici per le nuove democrazie all’Est. Anche loro, sprovviste di senso civico, stenteranno. “Palermo e’ il futuro di Mosca”. Nella crudele diagnosi che arriva da Harvard ci sono eccessi di ottimismo, l’Emilia Romagna è ritratta con toni arcadici che ricordano le pubbliche dichiarazioni d’amore della filosofa Irigaray all’ex sindaco Imbeni. Ci sono imprecisioni (una su tutte, “fesso” non vuol dire “cornuto”, Toto’ docet), qualche ingenuità (“Abbiamo vissuto in prima persona il terremoto in Irpinia…”), la prosa – quando lascia lo stile scientifico – langue (“…dalla fertile valle del Po, alle fiere capitali del Rinascimento, alla periferia desolata di Roma, fino… alla punta dello stivale”). Non c’è distinzione tra metropoli e campagna (per esempio nella lettura dei giornali). La storia è stirata come serve. Da Alberto da Giussano a Carlo Cattaneo, c’è di mezzo la Milano spagnola del Manzoni, non esattamente patria del senso civico. Putnam non spiega dove si sono nascosti i valori civici ai tempi dell’Azzeccagarbugli. E trascura il movimento contadino del dopoguerra, gigantesca “associazione civica” di solidarietà, secondo lo storico Francesco Renda. Marta Petrusewicz, difesa dal Times Literary Supplement, ha ipotizzato che, forse, il latifondo preunitario non era poi quella Geenna che si dice. A tratti pare ancora che la crisi politica italiana sia spiegata meglio ne “I vecchi e i giovani” di Pirandello. Ma il libro di Putnam resta assai importante, magari non un classico, ma da digerire. Mandando in pensione il professor Miglio, potrebbe essere un formidabile supporto ideologico per un Umberto Bossi con ambizioni nazionali: venite con me, unifichero’ il Paese sul senso civico, siamo diversi, cresceremo lentamente. Uno dei politici intervistati, anonimo, implora Putnam di non rendere pubblici i suoi risultati, per non danneggiare la causa riformistica. Un altro impreca davanti alle conclusioni: “Ma allora non c’è speranza per il Sud!”. Resta un solo dubbio, come conciliare Tangentopoli con il “senso civico”. Questo Putnam, per ora, non ce lo dice.

dal Corriere della Sera del 12 febbraio 1993

4 thoughts on “L’Italia fatta a pezzi (nel 1993)”

  1. Naturalmente questo articolo è stato scritto da chi non conosce veramente il Sud.
    Se lo conoscesse, saprebbe che al momento dell’unificazione d’Italia l’industria meridionale era molto più fiorente di quella del Nord, ma risultò immediatamente svantaggiata dalle politiche economiche che il nuovo governo sabaudo mise in atto (forse perchè risiedeva al Nord?).
    Inoltre è una bella giustificazione dietro cui nascondersi quella di ricondurre il sottosviluppo a cause culturali (e sono spiegazioni para-scientifiche che grazie a Dio oggi, dopo 20 anni, sono in parte superate). Il popolo meridionale ha storicamente dimostrato grande versatilità e ha messo in atto spettacolari performances negli episodi di diaspora. Ciò evidentemente vuol dire che le cause non sono antropologiche, ma semplicemente il risultato di un ambiente ostile. Perchè questo ambiente è ostile? Forse per la presenza del “familismo amorale” di Putnam? No. L’ambiente rimane ostile perchè forse conviene a chi ci governa: basti pensare che il nostro Capo del Governo (così come la maggior parte dei nostri politici) sono saliti al potere grazie all’appoggio di istituzioni mafiose, cercando intermediari discutibili (vedi Dell’Utri) e concorrendo di conseguenza al rafforzamento di tali istituzioni, a cui sono debitori. Si pensi anche alle recenti rivolte di Rosarno, generate in ultima istanza dalle necessità del governo nazionale, il quale aveva interesse a mantenere un tale status quo che gli consentisse di trarne notevoli profitti.
    Infine una precisazione. Molti studi dimostrano che il “familismo amorale” di cui parlava Putnam si manifesta soprattutto in legami parentali e amicali che risultano benefici allo sviluppo economico. E’ così che nascono le più grandi imprese (ma non solo al Sud) o i cosiddetti “distretti industriali”. Chi viene dal Sud sa che spesso è proprio la famiglia e le conoscenze varie che ti permettono di avviare un attività anche con scarse risorse iniziali. Questo tipo di economia rappresenta il futuro in un mondo spersonalizzato e vittima di shock finanziari che, senza il “familismo MORALE” e l’economia familiare, lasciano l’individuo indifeso e privo di qualsiasi riparo.

  2. Caro Anomimo, ti ringrazio per il tuo commento, è raro che qualcuno manifesti disaccordo con quello che scrivo avendo anche gli attributi per argomentare le proprie posizioni.
    Detto questo mi permetto di controreplicare ad alcune delle tue affermazioni.

    Premetto che sono d’accordo con te in merito alle cause che hanno portato l’industria del nord a svilupparsi più velocemente del sud ma, come anche spiegato da Putnam, motivare la forte arretratezza culturale, sociale ed economica del sud riducendo il tutto al solito “ambiente ostile” è fortemente deresponsabilizzante. Certo fare la vittima è più comodo che assumersi delle responsabilità, ammettere i propri limiti, difetti ed errori.

    Sarà anche vero che lo status quo del meridione è funzionale ad una classe politica collusa con la malavita ma oggi, lasciatelo dire, come scusa non può più reggere.

    Putnam, con i suoi studi ha inoltre demolito il vecchio dogma che vuole lo sviluppo socioculturale vincolato a quello industriale. L’industria potrà anche rappresentare la benzina dello sviluppo ma se gli ingranaggi non funzionano o funzionano male, se i materiali usati sono di seconda scelta, partire sarà parecchio dura, figuriamoci arrivare o restare al passo con gli altri concorrenti.

    Quelli che identifichi come colpevoli della condizione meridionale (politici e mafiosi) sono solo i registi e gli attori della commedia; sono però gli spettatori addormentati (cittadini meridionali) a dar loro un seguito, a riempire ogni volta le sale giustificando così infinite repliche del triste spettacolo. I nordici, accecati dal benessere dello sviluppo industriale hanno la loro parte di colpe, ci mancherebbe, prima tra tutte, quella di essere troppo buoni continuando a pagare, senza ricevere nulla in cambio, l’affitto del teatro. Alcuni di loro vorrebbero smettere e, vista la crisi che imperversa, il numero sale; sono soliti chiamarli “leghisti”.

    Concludo ricordandoti che il familismo morale, come lo chiami tu, di rado è funzionale alla nascita di nuove imprese, ancor più di rado allo sviluppo di distretti industriali. Ammettilo, suvvia, che la sua più frequente applicazione interessa incarichi pubblici che di produttivo o virtuoso han poco.

    Nell’equazione meridionale che rende sempre un numero negativo dobbiamo infilarci anche te che alimenti e giustifichi il vittimismo preferendo rifilare le colpe agli antenati degli Agnelli rispetto all’ammettere che il gap in questione è, appunto, civico.

  3. Perchè il libro di Putnam “making democracy work….” non si trova in italiano.
    Cosa aspettate a pubblicizzarlo come si deve visto che è considerato dalla stampa internazionale un libro un testo fondamentale per spiegare lo sviluppo di una società (che va alla deriva). Non vorrei che fosse per quelle preferenze che Putnam rivolge alle cosidette regioni rosse(Emilia Toscana,Umbria..) come campioni di virtù civiche.
    Saluti da VICTOR

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