http://www.dreamstime.com/royalty-free-stock-photos-stamp-dalai-lama-papa-paul-ii-image10132238

Perché Papa e Dalai Lama hanno torto sull’immigrazione

In questi giorni ho scherzato parecchio sulla dicotomia tra la posizione sostenuta dal Dalai Lama circa la legittimità di dire basta all’immigrazione e la politica dell’accoglienza promossa attivamente e passivamente da Papa Bergoglio. Sono arrivato (scherzosamente s’intende) a suggerire ai miei colleghi leghisti di convertirsi e donare l’8×1000 ai buddisti anziché alla Chiesa Cattolica Apostolica Romana, proprio in forza del buon senso dimostrato dal leader religioso tibetano e del buonismo dimostrato dai porporati nostrani (che però, in Vaticano il reato d’immigrazione clandestina non lo cancellano, anzi).

 

Il virgolettato delle parole del Dalai Lama ripreso dai maggiori giornali è questo:

Se si chiamano rifugiati vuol dire che fuggono da qualcosa ma il buon cuore per accoglierli non basta e bisogna avere il coraggio di dire quando sono troppi e di intervenire nei loro Paesi per costruire lì una società migliore

Una posizione senz’altro preferibile a quella promossa da Chiesa, centrosinistra italiano, Bruxelles e buonisti vari ma pur sempre la sparata di un leader, sì, capace di stimolare riflessioni e cambiamenti di mentalità ma che, come la maggior parte dei capi religiosi, parla senza grande cognizione di causa ed entra in contraddizione.

I fenomeni migratori, semplificati al massimo si riducono a questa semplice equazione che mi ricorda una canzone di Elio e le storie tese: Persone nate nello Stato A, nel tentativo di migliorare le proprie condizioni, si spostano nello Stato B.

Naturalmente, quanto questo fenomeno raggiunge certi livelli, le ripercussioni vanno a interessare non solo chi migra ma anche chi resta nello Stato A e chi già si trova nello Stato B.

Quando i sopra elencati apologeti dell’accoglienza si appellano alla morale, all’etica e ai diritti umani, non fanno i conti con la sostenibilità delle loro tesi politiche, trascurando il prezzo che va pagato da tutti i soggetti interessati: chi parte, chi accoglie e chi rimane.

  • Chi parte ha aspettative, non sempre realiste, aspettative che, se deluse, possono trasformare chiunque in un delinquente.
  • Chi accoglie non tollera di veder peggiorare la propria società a causa (la causa non è necessariamente una colpa) dei nuovi arrivati.
  • Chi resta si trova in una civiltà decadente, dove chi avrebbe potuto fare la differenza è scappato altrove lasciando “a casa” i troppo vecchi e i troppo giovani, entrambi incapaci di avviare il cambiamento che servirebbe alle loro società.

Se non si lavora alla sostenibilità sociale (prima ancora che economica) dell’immigrazione, anche al punto di esporre il cartello “no vacancy”, si rischia di far degenerare, presto o tardi, il problema. E la storia c’insegna che quando i problemi degenerano, le democrazie sono in grado di partorire dei mostri. La generazione di mio nonno sa a cosa mi riferisco.

Tornando al Dalai Lama, pur preferendolo al teocrate argentino, non fornisce argomentazioni a supporto delle sue posizioni. Dovrebbe spiegarci essenzialmente dove i paesi democratici (ai quali ancora si contesta il colonialismo) troverebbero la legittimità per agire e aggiustare le società degli altri paesi. A forza di girare il mondo, Tenzin Gyatso, ha forse dimenticato che la sua nazione, il Tibet, da più di 50 anni non gode di molta autonomia proprio perché un’altra nazione, la Cina, superiore politicamente e militarmente si è arrogata il diritto di decidere, al posto loro, cos’è meglio per i tibetani. Sta forse proponendo all’Africa di fare la fine del Tibet?

Oltre alla legittimità, ci sarebbe anche la questione della “competenza”. Come possono i governi europei, incapaci di superare la crisi economica e costretti a contrarre la spesa sociale, pretendere di risolvere i problemi di nazioni culturalmente così diverse? Voi affidereste un’auto ad un povero senza patente?

In conclusione, se accoglienza e  “intervento a domicilio” sono impraticabili o insostenibili, magari la soluzione sta proprio nel chiudere le frontiere. So che, detta così, suona male, ma riflettiamoci un attimo:

  1. ne guadagnerebbe chi è rimasto nello Stato A, che presto o tardi risolverà i problemi interni.
  2. ne guadagnerebbe chi vive nello Stato B il quale potrà investire le risorse oggi sperperate in polizia, burocrazia, cie e carceri nel nella sostenibilità a lungo termine di un welfare che, ad oggi, fa acqua da tutte le parti.

Ovviamente gli equilibri politici ed economici del mondo rimarranno grosso modo gli stessi, paesi (e aziende) forti e potenti continueranno a manipolare quelli deboli e instabili e a questo problema non vedo grandi soluzioni. Possiamo continuare a sentirci in colpa o in debito nei confronti di questi paesi o accettare la realtà: i rapporti di forza esistono e non è realistico pensare di poterli cancellare con una risoluzione dell’ONU. Quando i paesi in via di sviluppo si saranno “sviluppati”, sapranno, in un modo o nell’altro, scacciare gli invasori e diventare artefici del proprio destino.

Fino ad allora, per il bene di tutti, meglio chiudere le frontiere o, almeno, socchiuderle.

skeptic

Leave a Reply