Tag Archives: immigrazione

Perché la sinistra stravede per l’Islam

La sinistra politica nasce, storicamente, insieme alla Rivoluzione Francese. Il suo motto di allora era “Libertà, uguaglianza, fraternità”, poi sono arrivate le ideologie dell’800 e del 900. Ma questa è un’altra storia.

In queste poche righe vorrei sviscerare quali sono, secondo me, le ragioni per le quali la sinistra simpatizza tanto con i musulmani.

1. L’esotismo.  La cultura occidentale è una delle meno tradizionaliste del pianeta e ciò che viene da fuori è storicamente accolto con entusiasmo e tolleranza. Una tendenza che ha portato tanti benefici ma che talvolta è d’ostacolo ad un’analisi razionale della realtà. A questa peculiarità culturale si aggiunge il disprezzo per l’Occidente, le sue incoerenze (specie in politica estera) e la sua opulenza. Per compensazione, la sinistra vede con ingiustificata simpatia tutto ciò che viene da fuori, soprattutto se anch’esso è dichiaratamente ostile all’Occidente.

2. L’anti-individualismo. Islam e comunismo sono squisitamente anti-individualisti, i diritti del singolo sono facilmente sacrificabili per l’interesse della comunità. Un’analogia ideologica che ha portato tanti giovani europei a convertirsi all’Islam.

Palastine-Trade-Union.3. Resistenza, anti-imperialismo e Palestina. Nella guerra contro le “superpotenze neocolonialiste occidentali”, l’islam e la sinistra hanno perduto militarmente e politicamente quasi ovunque e sono accomunate dall’ideale romantico della resistenza e della lotta al potere indebitamente costituito. A questo si va ad aggiungere lo storico sodalizio che durante la guerra fredda si è consolidato tra il movimento palestinese di Arafat e le nazioni del blocco sovietico.

4. L’immigrazione. Le battaglie per i diritti dei migranti hanno portato, con un’acrobazia intellettuale, la sinistra europea ad estendere la sua solidarietà alla religione dei migranti, ne deriva la criminalizzazione di quei soggetti politici (e non) che, come la sinistra col cristianesimo, legittimamente criticano la religione islamica.

islamFatta eccezione per il punto 2, da una prospettiva politica e filosofica, islamismo e sinistra si trovano agli antipodi. I valori illuministi (tra cui la laicità) sono apertamente disprezzati e combattuti dagli islamisti e la sharia farebbe sembrare progressiste e tolleranti persino le leggi fasciste. In sostanza, più che  i valori, islam e sinistra condividono i nemici. Se l’alleanza in questione produrrà in futuro delle vittorie politiche non lo possiamo sapere ma di certo in quel caso l’ingenua sinistra, esattamente come successe dopo la rivoluzione iraniana, si troverà emarginata dai suoi stessi alleati e chissà…  …forse rimpiangerà i suoi nemici.

Umberto Bosco

Perché Papa e Dalai Lama hanno torto sull’immigrazione

In questi giorni ho scherzato parecchio sulla dicotomia tra la posizione sostenuta dal Dalai Lama circa la legittimità di dire basta all’immigrazione e la politica dell’accoglienza promossa attivamente e passivamente da Papa Bergoglio. Sono arrivato (scherzosamente s’intende) a suggerire ai miei colleghi leghisti di convertirsi e donare l’8×1000 ai buddisti anziché alla Chiesa Cattolica Apostolica Romana, proprio in forza del buon senso dimostrato dal leader religioso tibetano e del buonismo dimostrato dai porporati nostrani (che però, in Vaticano il reato d’immigrazione clandestina non lo cancellano, anzi).

 

Il virgolettato delle parole del Dalai Lama ripreso dai maggiori giornali è questo:

Se si chiamano rifugiati vuol dire che fuggono da qualcosa ma il buon cuore per accoglierli non basta e bisogna avere il coraggio di dire quando sono troppi e di intervenire nei loro Paesi per costruire lì una società migliore

Una posizione senz’altro preferibile a quella promossa da Chiesa, centrosinistra italiano, Bruxelles e buonisti vari ma pur sempre la sparata di un leader, sì, capace di stimolare riflessioni e cambiamenti di mentalità ma che, come la maggior parte dei capi religiosi, parla senza grande cognizione di causa ed entra in contraddizione.

I fenomeni migratori, semplificati al massimo si riducono a questa semplice equazione che mi ricorda una canzone di Elio e le storie tese: Persone nate nello Stato A, nel tentativo di migliorare le proprie condizioni, si spostano nello Stato B.

Naturalmente, quanto questo fenomeno raggiunge certi livelli, le ripercussioni vanno a interessare non solo chi migra ma anche chi resta nello Stato A e chi già si trova nello Stato B.

Quando i sopra elencati apologeti dell’accoglienza si appellano alla morale, all’etica e ai diritti umani, non fanno i conti con la sostenibilità delle loro tesi politiche, trascurando il prezzo che va pagato da tutti i soggetti interessati: chi parte, chi accoglie e chi rimane.

  • Chi parte ha aspettative, non sempre realiste, aspettative che, se deluse, possono trasformare chiunque in un delinquente.
  • Chi accoglie non tollera di veder peggiorare la propria società a causa (la causa non è necessariamente una colpa) dei nuovi arrivati.
  • Chi resta si trova in una civiltà decadente, dove chi avrebbe potuto fare la differenza è scappato altrove lasciando “a casa” i troppo vecchi e i troppo giovani, entrambi incapaci di avviare il cambiamento che servirebbe alle loro società.

Se non si lavora alla sostenibilità sociale (prima ancora che economica) dell’immigrazione, anche al punto di esporre il cartello “no vacancy”, si rischia di far degenerare, presto o tardi, il problema. E la storia c’insegna che quando i problemi degenerano, le democrazie sono in grado di partorire dei mostri. La generazione di mio nonno sa a cosa mi riferisco.

Tornando al Dalai Lama, pur preferendolo al teocrate argentino, non fornisce argomentazioni a supporto delle sue posizioni. Dovrebbe spiegarci essenzialmente dove i paesi democratici (ai quali ancora si contesta il colonialismo) troverebbero la legittimità per agire e aggiustare le società degli altri paesi. A forza di girare il mondo, Tenzin Gyatso, ha forse dimenticato che la sua nazione, il Tibet, da più di 50 anni non gode di molta autonomia proprio perché un’altra nazione, la Cina, superiore politicamente e militarmente si è arrogata il diritto di decidere, al posto loro, cos’è meglio per i tibetani. Sta forse proponendo all’Africa di fare la fine del Tibet?

Oltre alla legittimità, ci sarebbe anche la questione della “competenza”. Come possono i governi europei, incapaci di superare la crisi economica e costretti a contrarre la spesa sociale, pretendere di risolvere i problemi di nazioni culturalmente così diverse? Voi affidereste un’auto ad un povero senza patente?

In conclusione, se accoglienza e  “intervento a domicilio” sono impraticabili o insostenibili, magari la soluzione sta proprio nel chiudere le frontiere. So che, detta così, suona male, ma riflettiamoci un attimo:

  1. ne guadagnerebbe chi è rimasto nello Stato A, che presto o tardi risolverà i problemi interni.
  2. ne guadagnerebbe chi vive nello Stato B il quale potrà investire le risorse oggi sperperate in polizia, burocrazia, cie e carceri nel nella sostenibilità a lungo termine di un welfare che, ad oggi, fa acqua da tutte le parti.

Ovviamente gli equilibri politici ed economici del mondo rimarranno grosso modo gli stessi, paesi (e aziende) forti e potenti continueranno a manipolare quelli deboli e instabili e a questo problema non vedo grandi soluzioni. Possiamo continuare a sentirci in colpa o in debito nei confronti di questi paesi o accettare la realtà: i rapporti di forza esistono e non è realistico pensare di poterli cancellare con una risoluzione dell’ONU. Quando i paesi in via di sviluppo si saranno “sviluppati”, sapranno, in un modo o nell’altro, scacciare gli invasori e diventare artefici del proprio destino.

Fino ad allora, per il bene di tutti, meglio chiudere le frontiere o, almeno, socchiuderle.

skeptic

Terrorismo e dogmatismo

Cos’hanno in comune la datata querelle relativa alla mezza censura da parte del Corsera dell’editoriale di Giovanni Sartori nel quale il politologo smontava senza mezzi termini la figura del Ministro Kyenge e gli attacchi, verbali e non, di recente indirizzati al politologo Angelo Panebianco da alcuni collettivi universitari?

Apparentemente niente. Ma sostanzialmente sono il risultato della stessa pericolosa tendenza a censurare posizioni in qualche modo disallineate su temi spinosi. Ritengo però che sia giunta l’ora di fare una riflessione.
Una di quelle serie.
Perché l’imbarbarimento della politica non si misura solamente con il consenso raccolto dall’anti-politica di Grillo o da quello dei movimenti di estrema destra. Che gli ingranaggi del nostro già imperfetto sistema politico e dialettico comincino a perdere colpi si avverte anche quando il concordia discors, il fecondo confronto/scontro di idee, viene “azzoppato” dal dogmatismo ideologico.
Quando, cioè, su alcuni argomenti (Panebianco ne ha toccato proprio uno) il dibattito cessa di essere legittimo e l’opinione “diversa” viene criminalizzata.

Si badi bene che non sto difendendo il diritto di chiunque a dire qualsiasi panzana voglia, a questo bastano le garanzie costituzionali e non sto neanche dicendo che chi le panzane le dice davvero debba, in qualche modo, essere esente da pressioni sociali anche forti. C’è chi dice che tutte le persone meritano rispetto. Forse. Ma le idee no! A mio parere nessuna idea deve, in alcun caso, essere esente da critiche. Criticare non significa, però, criminalizzare. La criminalizzazione delle idee (e dei suoi portatori) è un esercizio pericolosissimo e quasi sempre dannoso.
Significa, di fatto, mettere in gabbia l’idea senza un processo. Se l’idea èoggettivamente giusta, criminalizzandola, si impedisce al genere umano di goderne. Un mancato guadagno a livello di civiltà. Se, invece l’idea èoggettivamente sbagliata, lo scenario è anche peggiore. Non si formulano ipotesi, controdeduzioni, congetture, decostruzioni delle idee ingabbiate. Non ce n’è bisogno.
Non si partoriscono, non si sviluppano, non si integrano, non si migliorano le idee (oggettivamente positive) che a queste (oggettivamente negative) si oppongono. Non ce n’è bisogno. Ma se un giorno queste idee, rinvigorite dal vittimismo e dalla brama di vendetta e riscatto tipica di chi è stato ingiustamente incarcerato, romperanno le catene,  ci troveremo tutti impreparati ad affrontarle. E potrebbero essere cazzi amari!

Gli esempi riguardanti i due politologi calzano perfettamente. Si è trattato di, goliardico uno, subdolo l’altro, vili e scorretti tentativi di ingabbiare idee perché qualcuno le ritiene pericolose per le proprie.

Panebianco e Sartori, come tutti i personaggi pubblici, possono piacere o meno, si possono condividere o meno le loro posizioni ma essendo politologi (e non politici), ogni loro riflessione, ogni proposta, ogni appello è puntualmente argomentato e condito da elementi oggettivi, quindi inconfutabili. Se e quando questa pratica virtuosa cesserà, possiamo star certi che i loro colleghi saranno felicissimi di far loro le scarpe sottraendogli un po’ di visibilità.

In tempi non sospetti (2000) Panebianco scrisse un bellissimo editoriale in cui spiegava come i veri padri della xenofobia non fossero i movimenti identitari o quelli che si opponevano alla politica del “venite pure” bensì quei terzomondisti di formazione marxista e cattolica che si fanno guidare dagli ideali anche quando ci portano del burrone dell’irragionevolezza. E sembra proprio che, tra un Grillo ammutinato sul tema della clandestinità e un Renzi intento a non scontentate l’elettorato di sinistra, si stia affidando il Paese ai padri della xenofobia che puntano dritto verso quel burrone.

Relativamente stupidi

Sempre in merito alle violenze perpetrate in mezzo mondo dagli islamici, mi è stato fatto notare da più persone che in realtà il film “The innocence of muslims” è solo un pretesto e che dietro c’è una regia politica. Beh, grazie tante! Proprio non ci ero arrivato! Non vedo, però, come questo fatto debba influenzare quanto finora ho dichiarato. Non vedo proprio come, una volta illuminato a riguardo, la mia opinione sulla cultura islamica debba essere ricalibrata. Il fatto che le azioni violente almeno in parte siano state pianificate da qualche entità ostile alle politiche di Stati Uniti e/o altri paesi occidentali non cambia un beneamato accidente. Questa gente non ha imbracciato armi, impugnato sassi e bottiglie molotov per protestare contro i governi delle nazioni che da secoli giocano con i loro territori come fossero quelli dei Risiko. Le violenze in questione si possono nella stragrande maggioranza sintetizzare in una semplice frase:

Continue reading Relativamente stupidi

Mogli e bit dei paesi tuoi

Oggi su facebook sono stato infastidito da una nuova pubblicità di un sito per incontri. Si chiama muslima.com e, come probabilmente avete intuito dalla foto, è riservato ad un utenza islamica. Dopo una breve indagine, ho scoperto che dietro il sito non si cela la solita associazione islamica che cerca di trasportare i precetti coranici sul web, come avvenne con i motori di ricerca imhalal.com, (vedi post “Perle ai porci“) muslumanoogle.com e altri siti riservati o comunque progettati per maomettiani. A realizzare e gestire il portale è stata la Cupid Media, un’azienda australiana che da più di dieci anni realizza siti di incontri.
«E allora?» direte voi. «Che differenza fa? Qual’è il punto?»
Beh, il punto è che se fosse stata la trovata dei soliti “pseudo fanatici religiosi v2.0” che si sbattono per non far mischiare i musulmani con i miscredenti, la cosa avrebbe avuto poco seguito e sarebbe sfumata. Il fatto però che il portale porti la firma di un’azienda specializzata in siti di incontri significa che l’idea ha mercato. Ergo c’è una considerevole quota di musulmani che non considera neanche l’idea di sposare o uscire con una persona non musulmana. Se a questo sommiamo la nascita in Europa di assicurazioni auto, banche, scuole, eccetera, tutte riservate agli islamici appare evidente come alcune tipologie di immigrati stiano, a tutti gli effetti, fondando delle società parallele, culturalmente impermeabili, all’interno della nostra. Società fortemente ispirate dai sistemi dei paesi di provenienza; il risultato è un sorta di modello socio-culturale parassitizzante, ben lieto di attingere a piene mani dai modelli europei quando si tratta di risorse sociali, welfare, libertà individuali e diritti ma che non accetta in alcun modo di farsi influenzare intellettualmente e culturalmente. Poco importa agli immigrati in questione se il pacchetto di diritti ai quali si possono appellare non appena posano piede in Europa sia l’essenza del modello autoctono. Possono rimanere ottusi e ignoranti, arroccarsi sulle proprie posizioni, conservare le proprie usanze (per tribali che siano), rifiutare il confronto intellettuale e il pluralismo, giovando comunque del succitato pacchetto. Non hanno bisogno di evolversi, per loro è un po’ come essere rimasti a casa e aver vinto la lotteria. Non è un caso che negli ultimi due secoli tutte le riforme progressiste e laiciste avvenute nei paesi a maggioranza islamica sono state calate dall’alto, con la forza tipica delle dittature (vedi post “Inversione di Marcia“). Certi popoli sono culturalmente ottusi e conservatori: dare loro delle libertà per le quali non hanno combattuto serve solo a svilirle.
Il mercato, che a differenza della politica non ha i paraocchi, ha preso coscienza della realtà e vi si è adatto. Muslima.com è solo un esempio tra tanti, basta vedere la pubblicità degli operatori telefonici sugli autobus per averne riprova di quanto sostengo. È triste ammetterlo ma il mercato, ancora una volta, si è dimostrato essere la cartina tornasole più affidabile di tutti, esso rispecchia le tendenze e le mutazioni assai meglio degli studi sociologici, antropologici, politici, ecc.
In questo post (non certo il migliore) non si dice nulla di nuovo, lo sanno anche i sassi che gli islamici, i cinesi e altre etnoculture di importazione sono profondamente endogeni o omogenici (si riproducono solo all’interno del loro ambito). Scrivo queste poche righe dopo mesi di silenzio solamente per stimolare i neuroni dei sostenitori del melting pot, di chi ancora crede nella pacifica convivenza dei popoli nei medisimi spazi sociali, nel reciproco arricchimento culturale, nella valorizzazione delle differenze e altre utopie del genere.

Baricentri e contromosse

Mentre in Iran proseguono le rivolte contro il regime democratico di Ahmadinejad, in Italia i mussulmani affilano le lame (quelle legali) e lo fanno in risposta alla pioggia di ordinanze e divieti che vengono sempre più spesso adottati a loro danno. I comuni più emblematici del fenomeno sono, manco a farlo apposta, quelli con Sindaco leghista; i divieti riguardano principalmente l’apertura di fastfood etnici (kebabberie) all’interno dei centri storici, la possibilità per le amministrazioni locali di vietare manifestazioni religiose, il poter indossare il Burka e l’ultima trovata in materia d’integrazione islamica: il burkini.

La contromossa dell”UCOII (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche italiane) non si è fatta attendere e, forte dei finanziamenti sauditi, ha annunciato di aver affidato ai propri legali un centinaio di ricorsi che, data l’indole della magistratura italiana, hanno ottime probabilità di essere accolti. Dall’altra parte la maggioranza non è molto compatta e trasmette messaggi un po’ ambigui e contraddittori; così, mentre la Lega calca la mano e applica la tolleranza zero, il Presidente della Camera, On. Gianfranco Fini è riuscito a spiazzare tutti ancora una volta con la solita dichiarazione che smentisce e annulla tutte le sue precedenti: “Il nuovo moderno e strategico impegno delle istituzioni deve inoltre essere quello di far sentire l’Italia come patria anche a coloro che vengono da paesi lontani e che sono già o aspirano a diventare cittadini italiani. Non si può chiedere a questi nuovi italiani di identificarsi totalmente con la nostra storia e i nostri costumi. Sarebbe ingiusto e sbagliato pretendere di assimilarli alla nostra cultura“. Cosa risponderei all’ex missino potete immaginarlo, per fortuna mi hanno preceduto con maggior stile sia Roberto Calderoli: “Fini dica qualcosa di destra ogni tanto”, sia Roberto Cota: “La cittadinanza è una cosa seria: non si può dare né all’ultimo che arriva né a chi, per caso, nasce nel nostro territorio”. Ma usciamo dalla bagarre della politica romana e soffermiamoci su cosa sta realmente accadendo in Italia e soprattutto al Nord. Le ragioni che hanno indotto gli amminstratori locali del Carroccio (ma non solo) ad adottare queste misure sono talvolta ovvi, altre volte molto difficili da comprendere e, a giudicare dalle dichiarazioni degli stessi promotori, anche da illustrare. Vediamoli assieme:
  • qualcuno si è forse accorto di quanto sia paradossale e insensato che, facendo un gita fuori porta, magari visitando una città storica, nelle vie centro, anzichè le botteghe storiche e i ristoranti tipici, si trovino solo maleodoranti kebabberie? La Regione Lombardia sì e qualche mese fa ha approvato un Legge Regionale che pone non poche restrizioni agli esotici ristoratori i quali, oltre a non poter più aprire le loro botteghe nei centri storici, saranno oggetto di frequenti e zelanti verifiche da parte dell’AUSL;
  • per quanto riguarda invece le manifestazioni religiose, alcune amministrazioni hanno realizzato che, se la manifestazione in questione non è autorizzata, gli islamici, quando si degnano di segnalarlo alle autorità, semplicemente se ne fregano e manifestano ugualmente. Vi ricordate quando in sincrono si presentarono i diverse piazze italiane per mettersi a cul busone e pregare? Il Consiglio comunale di Milano sta studiando una soluzione per evitare il ripetersi dell’episodio e ben presto confido che saprà sorprenderci con effetti speciali;
  • la questione Burka è la più semplice: in Italia, occultarsi il volto, rendendo impossibile l’identificazione è semplicemente vietato dalla Legge (salvo il Carnevale e celebrazioni simili); il fatto che i giudici con le loro sentenze la pensino diversamente è un altro paio di maniche. Le donne islamiche hanno poco da appellarsi alle loro usanze religiose. Come la mettiamo se la mia religione mi imponesse di andare in giro nudo? Lo potrei fare liberamente? Non credo? Come minimo, mi becco un multone;
  • il burkini, che potete ammirare nell’illustrazione qua accanto è, a sorpresa, l’argomento più complesso. In teoria, non c’è motivo di vietarlo; il volto resta ben visibile e consente alle donne islamiche più “ortodosse” di fare il bagno con le “impurità occidentali in bikini“. La questione è, però, ben altra e argomentarla non è facile; io ci voglio provare, non me ne vogliano i lettori se fallisco nell’intento:
    • un secolo fa non esisteva il Bikini, non esisteva neanche il costume intero come oggi lo conosciamo, figuriamoci il topless. Le ragazze d’inizio secolo, persino quelle più disinibite indossavano, infatti, dei ridicoli costumi: una via di mezzo tra un pigiama e una divisa da carcerato; li avrete senz’altro visti in qualche film o in una foto d’epoca. Il costume intero, seguito dal bikini e dal topless, anche se furono solo delle trovate commerciali, hanno scandito il percorso di emancipazione sociale e sessuale femminile che ha caratterizzato il secolo scorso.

      Fino a 10-20 anni fa, dove più, dove meno, era frequente e normale per le donne prendere il sole o passeggiare sulla spiaggia con le tette al vento e se il fenomeno sta progressivamente scomparendo è solo perchè si è scoperto che i capezzoli soffrono molto l’irradiazione solare. Dire Si al burkini di per se non è sbagliato ma rappresenta, di fatto, il primo pericolosissimo passo nella direzione sbagliata. Lo sanno bene le femministe svedesi che, dopo aver accettato di buon grado il costume islamico, hanno dovuto strenuamente lottare per riottenere la possibilità di frequentare le piscine in Topless. Le donne islamiche avevano, infatti, richiesto e ottenuto che venisse vietato. Riuscite a capire? Non si tratta più lottare per ottenere qualcosa: un diritto, una libertà; ma di lottare per poter conservare i propri usi e costumi perchè ai nuovi arrivati non vanno a genio.

La società democratica è un insieme di individui che si danno regole per la convivenza. L’introduzione in un determinato contesto socio-etno-geo-culturale (scusate il parolone impossibile) di cittadini che hanno diversi valori e una diversa concezione di società non può che modificarne tutti gli equilibri. Dovremmo, quindi, interrogarci se i nuovi baricentri culturali stiano arricchendo culturalmente la nostra società o meno. Perché, secondo me, dimostrarsi tolleranti e accoglienti oggi dicendo Si al Burkini significa dire No al Topless domani e, dati i nostri indici di natalità, dire No anche al Bikini dopodomani.

    Una vignetta satirica risalente a diversi anni fa, ben prima dell’invenzione del burkini

    Dovremmo tenere a mente che la democrazia e la libertà sono due cose ben diverse e l’una non prevede necessariamente l’altra.

    Il medico pietoso

    Su La Repubblica di oggi c’è un titolone scritto a caratteri cubitali: “Immigrati, strage in mare “Morti in 73, nessun aiuto“. Chi si limita a leggere il titolo capisce che le autorità se ne sono lavate le mani lasciando gli immigrati a marcire sotto al sole ma, leggendo l’articolo, quanto accaduto si può sintetizzare così: 78 aspiranti immigrati hanno lasciato una ventina di giorni fa la Libia a bordo di un gommone con pochissima benzina e, pare, senza scafisti. Il carburante, naturalmente, è finito prima di arrivare a metà strada e i migranti hanno vagato alla deriva per diversi giorni, morendo uno ad uno. Stando al racconto dei cinque superstiti che (si spera dopo la loro morte) hanno gettato a mare gli altri, diverse imbarcazioni sono passate loro vicino ma forse non gli hanno avvistati, forse gli hanno ignorati, non lo sapremo mai. Solo un peschereccio, di sconosciuta identità e nazionalità si è avvicinato al gommone lanciando loro un po’ d’acqua e cibo per poi riprendere la rotta senza degnarsi di dare l’allarme. Se la sfortunata bagnarola non fosse stata avvistata da una motovedetta della Guardia di Finanza che ha prestato loro i primi soccorsi trasportandoli al centro di prima accoglienza di Lampedusa, i morti sarebbero stati 78 di cui uno solo sul gommone.
    Premetto che non ho alcuna intenzione di cimentarmi in riflessioni etiche e morali sul dramma vissuto da questi disperati ma vorrei discutere, se possibile, delle assurde polemiche che la vicenda ha innescato.
    Il centrosinistra, naturalmente, incolpa l’Esecutivo e ha annunciato che chiederà al Governo di risponderne in Parlamento. I gerarchi cattolici, dalle pagine di Avvenire, restano sul vago e incolpano l’occidente tutto, reo di essere cinico e indifferente alle sofferenze dell’Africa e dei disperati migranti che ambiscono a raggiungere le nostre coste. In vaticano, intanto, la clandestinità è reato e non sono soliti concederti asilo politico se non hai preso i voti.
    Ora vorrei pormi/vi un interrogativo, chiedendo, se possibile, anche il contributo di chi mi legge ma non condivide la mia posizione: in che modo le politiche del Governo in tema di contrasto all’immigrazione clandestina hanno causato o siano corresponsabili di quanto accaduto?
    1. Siamo forse noi i responsabili dell’incolumità e la sicurezza di tutte le imbarcazioni che navigano nel mediterraneo?
    2. Siamo noi i responsabili se il gommone non era dotato di radio?
    3. Siamo noi i responsabili se i trafficanti di esseri umani hanno fornito loro, con palese dolo, carburante insufficiente?
    4. È forse colpa del Governo se chi ha avvistato il gommone non ha dato l’allarme?
    5. Non hanno forse, le autorità italiane, soccorso gli improvvisati navigatori?
    Su un aspetto, devo ammetterlo, ha ragione i vescovi di Avvenire: la colpa è nostra! Sì, perché se noi avessimo un minimo di palle e di pelo sullo stomaco, questi miserabili avrebbero smesso da un pezzo di partire dall’Africa. Ma noi siamo buoni, noi siamo tolleranti, noi siamo accoglienti, pazienza se loro muoiono nel disperato tentativo di afferrare un miraggio chiamato Asilo politico.
    Certe domande, invece, dovrebbero porsele i buonisti di tutti gli schieramenti che non si rendono conto di essere produttori e i distributori della benzina ideologica che spinge i poveri di tutto il mondo a cercare asilo in Italia. Se davvero ‘sti moralisti fossero dotati di una coscienza vera e di un minimo di onestà intellettuale, dovrebbero semplicemente fare un enorme mea culpa e lasciare che il Viminale faccia il suo lavoro in pace.
    Citando un vecchio detto, Il medico pietoso fa la piaga puzzolente e l’Italia, oltre che dagli immigrati, è invasa anche da un esercito di “medici” pietosi capaci solo di curare il diabete con lo zucchero.

    La solita liturgia

    Chi di voi mi conosce o legge il mio blog può immaginare che il mio esponente politico preferito sia Maroni e ha ragione. Nonostante la sua primeggiante posizione nella mia top ten, il Ministro dell’Interno è riuscito, ancora una volta, a sorprendermi piacevolemente.
    Senza tradire il proprio stile, lo ha fatto con una semplice e sintetica dichiarazione in risposta alle critiche mosse da numerosi esponenti del clero vaticano al tanto discusso Pacchetto sicurezza: “La solita liturgia…”
    Beh che dire, l’unico movimento politico (non extra-parlamentare) che si azzarda a zittire i gerarchi cattolici non poteva che essere la Lega.
    La situazione è piuttosto chiara: i cittadini hanno le gonadi sature di dover subire una dannosa e non integrabile immigrazione.
    Si perchè mentre i preti e i compagni, con la schiuma prodotta dalla gestione dei miserabili, acquistano immobili su immobili, sui quali i primi non pagano nemmeno le tasse, i cittadini, (la c.d. classe media) che pagano per suddetta gestione, assistono inermi al progressivo e talvolta irreversibile degrado dei propri spazi sociali.
    L’attuale maggioranza è molto sicura di se e sa di avere l’elettorato, anche quello devoto al Vaticano, dalla sua parte; perchè è dai tempi di Mazzini che chi governa, lo può fare senza preoccuparsi di quello che dice il Papa & Co.
    Come dicevo qualche post fa,
    …perchè Maroni non si chiama così a caso!

    CIE, Cure e Ronde

    Questo post l’ho cominciato diverse settimane fa, poi tra una cosa e l’altra e rimasto nel limbo dei post ancora da pubblicare, una manciata di 1 e 0 dimenticati nei meandri del web. Considerato che il tanto discusso pacchetto sicurezza non è ancora legge dello stato, manca, infatti, il “SI” definitivo del Senato che, per inciso, giusto l’altro ieri ha completato l’esame in commissione.
    Si è fatto un gran parlare delle nuove norme apportate dal pacchetto sicurezza, in particolare su tre temi:
    1) prolungamento della permanenza nei CPT fino a 18 mesi;
    2) possibilità per i medici di denunciare i clandestini che vanno al pronto soccorso;
    3) le fatidiche ronde;
    Polemiche di questo tipo te le aspetti dall’opposizione, a partire da Casini per arrivare a Ferrero (vabbè lui non è più opposizione) e invece sono arrivate anche da 101 paraculisti paraculati del PDL che hanno stretto accordi sottobanco con Casini, PD e IDV.
    Certo è che il messaggio che è giunto all’elettore medio, berlusconiano, di destra ma mai fascista, è che “se il pacchetto sicurezza viene messo in discussione dallo stesso PDL dev‘essere alla stregua delle leggi raziali del ventennio”.
    Andiamo ad analizzare (brevemente) il contenuto del Pacchetto che chiunque può scaricare e leggersi qui:
    PROLUNGAMENTO DEI TEMPI DI PERMANENZA NEI CPT.
    Prima del Pacchetto Sicurezza:
    L’immigrato arriva col solito barcone, gommone, bagnarola e, se e quando veniva sorpreso dalle forze dell’ordine, finiva nei CPT (centro permanenza temporanea). Naturalmente era stato preventivamente addestrato dagli scafisti su come comportarsi in casi come questi e, guarda caso in tasca aveva un biglietto da visita della CGIL. Le regole sono poche e semplici da ricordare, a prova di analfabeta sordo-cieco,
    1. chiedere subito asilo politico.
    2. disfarsi dei documenti e tenere la bocca ben chiusa riguardo la propria identità e nazionalità.
    Il Mohamed di turno a quel punto dormiva e mangiava a spese nostre nei CPT per 2-3 mesi. Se dopo 2 mesi le autorità italiane non riuscivano a identificarlo (i paesi d’origine non collaborano e la burocrazia necessita almeno di 6 mesi), l’ospite veniva rilasciato. Quindi ci ritrovavamo uno sconosciuto sul territorio nazionale, qualcuno che non può ambire a trovare un lavoro in regola e un regolare contratto d’affitto. Il che, volente o nolente (ma soprattutto volente) trasforma il nuovo ospite in un lavoratore al nero (nel migliore dei casi) o in un criminale (nel peggiore).
    Un po’ come una Crociera Costa: di notte navighi e di giorno ti godi le isole del Mediterraneo.
    Dopo il Pacchetto Sicurezza:
    Lo stesso Mohamed s’imbarca sul gommone e parte alla volta dello stivale, lo intercettiamo, gli lanciamo un panino con la mortadella e lo rimorchiamo fino in Libia. Mohamed non ha i documenti?! Ma chi glie li ha chiesti? Ciao Mohamed! Alla prossima!
    Guarda caso, dopo che una decina di barche sono rientrate in Libia, il numero di partenze è drasticamente calato e il CPT di Lampedusa è quasi vuoto.
    Per chi è già arrivato o per chi, eventualmente, riuscisse a eludere il Blocco Navale ecco che arriva la permanenza prolungata nei CPT fino a 18 mesi, il tempo di scoprire chi è, da dove viene, cosa vuole e rispedirlo a casa a calci in…
    POSSIBILITÀ DI DENUNCIARE I CLANDESTINI CHE VANNO AL PRONTO SOCCORSO
    Prima del Pacchetto sicurezza:
    • Un italiano con ferita da arma da fuoco si presentava al Pronto Soccorso per farsi ricucire, il personale era tenuto a chiamare le forze dell’ordine.
    • Un clandestino con ferita d’arma da fuoco si presentava al Pronto Soccorso per farsi ricucire, al personale era vietato informare le forze dell’ordine.
    Dopo il Pacchetto sicurezza:
    • Un italiano con ferita da arma da fuoco si presenta al Pronto Soccorso per farsi ricucire, il personale è tenuto a chiamare le forze dell’ordine.
    • Un clandestino con ferita d’arma da fuoco si presenta al Pronto Soccorso per farsi ricucire, al personale è consentito e facoltativo informare le forze dell’ordine.

    Non lo commento neanche, vi basti sapere che la sinistra su questo emendamento ha fatto le barricate…

    LE RONDE
    Prima del Pacchetto Sicurezza:
    • Le ronde si facevano.
    Dopo il Pacchetto Sicurezza:
    • Le ronde si faranno
    Dov‘è la differenza? Semplice, sarà consentito ai Comuni di presentare dei bandi per l’espletamento della vigilanza del territorio, il che consentirà un maggiore e migliore controllo sui “rondisti” da parte dell’Amministrazione.
    N.B.
    Per chi crede che le ronde si svolgano con le camicie nere o verdi, il manganello e le molotov, faccio presente che sia prima che dopo le modifiche apportate dal Pacchetto Sicurezza, le ronde potranno solamente segnalare presunti illeciti alle forze dell’ordine e, al massimo, intervenire (senza armi) in caso di fragranza di reato (stupro, borseggio, aggressione, ecc.)
    __________________________________________________
    Possono credere i berludemocristiani che ben 101 dei loro degni rappresentanti al Parlamento hanno pubblicamente chiesto al Presidentissimo di mettere la fiducia sul provvedimento per poi votare segretamente “SI” agli emendamenti di Casini che annullavano le modifiche inficiandone, di fatto, gli effetti? Se no, si leggano i verbali della seduta.
    Assicuro i lettori che la maggioranza ha tremato! Per fortuna i dialoghi a porte chiuse tra Umberto e Silvio risolvono ogni tipo di problema interno, anche a suon di fiducia, unico strumento contro i franchi tiratori e l’ostruzionismo dei catto-comunisti.

    Boom di non ammessi all’esame

    I dati del Ministero dell’Istruzione: niente esame per 29 mila studenti (da “La Stampa” del 23 giugno 2009)

    Sfiorano quota 29 mila i non ammessi alla prossima maturità. Secondo fonti ministeriali la percentuale dei ragazzi che non hanno ottenuto il via libera per sostenere l’esame di Stato che conclude il ciclo delle superiori è decisamente lievitato. Alla sforbiciata hanno contribuito le nuove regole introdotte: quest’anno, infatti, per accedere al più importante appuntamento del percorso scolastico, i ragazzi hanno dovuto conseguire nello scrutinio finale almeno la media del sei, calcolata comprendendo anche il voto sul comportamento. E per chi ha avuto il 5 in condotta niente ammissione all’esame di Stato. L’anno scorso i non ammessi all’esame di maturità furono circa 22.000. Si registra, dunque, un aumento di 7.000 studenti – equivalente all’ incirca al 30 per cento – fermati dai propri insegnanti prima ancora di arrivare davanti ai temuti commissari d’esame.

    Era ora! Un po’ di meritocrazia anche nella scuola, feudo cattocomunista, garantista e assistenzialista.
    Certo siamo ben lungi dalla selettività scolastica di cui necessita la nostra economia, specie il mondo del lavoro, ma almeno è un inizio.
    Si perché ricordo com’era la scuola ai miei tempi (mi sono diplomato nel 2001) e, a parte a divertirmi, mi è servita davvero a poco. Gli ultimi anni delle superiori non ho nemmeno comprato i libri di testo, tanto non servivano: la promozione era assicurata o quasi.
    Dopo il diploma ho avuto il buon (o il cattivo) senso di fermarmi, mi sono cercato un lavoro e ho cominciato a portare il pane a casa senza pensare neanche per un momento all’Università benché l’idea di divertirmi e fare il mantenuto per altri 5-10 anni mi allettasse un pochino.
    I miei compagni delle superiori sono stati più furbi di me (tanto per cambiare) la stragrande maggioranza ha iniziato l’università, lasciando la provincia alla volta delle città universitarie. Più della metà ha abbandonato entro il 3° anno, chi “tiene duro” se la prende comoda, cambiando sovente facoltà e chi ce l’ha messa tutta ed è riuscito a laurearsi, magari a pieni voti, ha trovaro un “ottimo” lavoro precario da 3-400 al mese. (modello Tutta la vita davanti)

    Ma a cosa dobbiamo questa situazione? Perchè l’Italia è messa così male?

    Potrei dilungarmi in elecubrazioni (che parolona) storiche, sociologiche, politiche ecc. ma ve le risparmio anche perchè non posso certo vantare lauree o competenze in materia.

    La questione è molto semplice o almeno lo è per me: la totale assenza di meritrocazia e selettività nel bel paese ci sta facendo affondare, sia nella competizione globale, sia al nostro interno. Siamo in troppi a volere lavori qualificati con il risultato che:
    • il valore di questi incarichi si è inflazionato e così abbiamo laureati in giurisprudenza che fanno praticantato per 10 anni per compensi che anche l’immigrato spazzino rifiuterebbe quindi solo chi sta bene di famiglia e si può far mantenere fino ai 40 può ambire a diventare avvocato.
    • i ricercatori, lavorano per pochi spiccioli, sia che non facciano niente, sia che trovino la cura per il cancro, perchè la sola idea di privatizzare la ricerca è una bestemmia, si sa. Non vorremmo mai ritrovarci nella situazione americana dove le multinazionali finanziano la ricerca universitaria e, in cambio, godono delle scoperte per una decina d’anni.
    L’accesso all’istruzione è troppo semplice, mascherando il tutto come “libertà di studio” gli atenei permettono a chiunque di iscriversi e le rette sono ormai alla portata di tutti grazie ad una cospiqua elargizione statale alle università. Eppure non sarebbe così complicato: non puoi permetterti gli studi universitari?
    • se sei bravo ti diamo la borsa di studio e ti laurei senza spendere un euro
    • se non lo sei, c’è sempre il badile!

    in molti paesi funziona così, e funziona anche bene.


    Se la nostra fosse un economia sana in società sana al fenomeno dei “troppi laureati” corrisponderebbe l’aumento della retribuzione per i lavori manuali che stimolerebbe l’apertura di attività artigianali e piccole imprese ma, causa immigrazione = “manodopera scarsamente sindacalizzata”, stiamo assistendo al progressivo appiattimento delle retribuzioni su tutti i fronti a beneficio dei poteri forti e delle rendite di posizione.


    Provate voi a spiegarlo ai sinistri, io sono stanco…

    …troppo stanco e con la gola secca.

    Le società multietniche? Non esitono.

    Riporto integralmente un editoriale di Ida Magli, è scritto molto bene.

    Non esistono «società» multietniche. Quale che sia la buona fede o l’ingenuità di coloro che si affannano in questi giorni ad affermare il contrario, una società multietnica non può esistere perché una «società» non è data dalla somma di singoli individui, ma dal loro appartenere e vivere in una «cultura». Ogni cultura possiede una sua «forma», creata dalle particolari caratteristiche che distinguono un popolo dall’altro e che si manifestano nella diversa visione del mondo, nella diversa sensibilità nei confronti della natura, nella diversità delle lingue, delle religioni, delle arti, dei costumi, dei sentimenti. Ciò che mantiene in vita una cultura è la «personalità di base» del popolo che l’ha creata, quel particolare insieme di comportamenti che ci fa dire con molta semplicità: gli inglesi sono fatti così, gli americani sono fatti così, gli spagnoli sono fatti così, e che ci permette di riconoscere immediatamente come «tedesca» una sinfonia di Wagner e come «italiana» una sinfonia di Rossini. La diversità delle culture costituisce la maggiore ricchezza della storia umana. Ma le culture muoiono. La storia ci dimostra che anche le più forti, le più ricche, le più potenti, a un certo punto spariscono e non sempre perché distrutte da conquistatori di guerra. È sparita quella straordinaria dell’antico Egitto di cui ci rimane, oltre all’immensa ammirazione per le piramidi, anche la consapevolezza di essere talmente diversi da non sapere come abbiano fatto a costruirle; è sparita quella di Omero, di Fidia, della cui morte non riuscivano a darsi pace prima di tutto i romani che hanno fatto l’impossibile per conservarla in vita, ma in seguito innumerevoli pensatori, poeti, artisti d’Occidente così che a un certo punto Hegel ha perso la pazienza e gli ha gridato in faccia brutalmente l’unica risposta: «Laddove un tempo il sole splendeva sui greci, oggi splende sui turchi, dunque smettetela di affannarvi e non ci pensate più!». È così, infatti: sono gli uomini i creatori e portatori di una cultura; non appena sopraggiungono altri uomini, portatori di un’altra personalità di base, di un’altra cultura, quella invasa deperisce e muore. Non è necessario neanche che gli invasori siano numericamente in maggioranza: l’invasore è sempre il più forte per il fatto stesso che si è impadronito del territorio di un altro e che si aggrappa, molto più che a casa propria, ai costumi, ai cibi, ai riti, alla religione della sua cultura nel timore di perdere la propria identità.
    Chiunque neghi questo, nega agli esseri umani, invasori o invasi che siano, ciò che li contraddistingue come «uomini», riducendone i bisogni e gli scopi alla sopravvivenza biologica. «Non di solo pane vive l’uomo». La Conferenza episcopale italiana sembra essersene dimenticata e tocca a noi, italiani e convinti che la nostra «cultura» debba essere salvaguardata, come e più delle altre, anche per tutto quello che contiene della bellezza del messaggio evangelico, domandare ai vescovi se non sia il caso che essi si interroghino, prima di tutto su che cosa significhi per loro definirsi «italiani», e poi su quale sarà il prossimo (vicinissimo) futuro del cristianesimo in Italia. Riteniamo anche che tocchi a noi, proprio perché laici e convinti che la libertà del pensiero sia il patrimonio irrinunciabile dell’Occidente, difendere il messaggio di Gesù dal tentativo sempre più pressante, e tragicamente traditore, di ridurlo a una variante dell’Antico Testamento e, di conseguenza, anche dell’islamismo. Senza la ribellione di Gesù alla mentalità normativa e tabuistica dell’ebraismo, senza la forza del suo comando: «La vostra parola sia: sì sì, no no», così simile all’assoluto valore riposto dai romani nella propria parola, i suoi seguaci non avrebbero capito che il destino del cristianesimo era Roma.
    E la sinistra? Strano a dirsi, si comporta più o meno come la Chiesa. Cosa pensa di fare degli italiani, della cultura italiana, quella sinistra che per tanti anni è stata l’unica forza politica a interessarsi di antropologia, a pubblicare Lévi-Strauss, Malinowski, Foucault, Leroi-Gourhan? Perché adesso tace di fronte alla morte della cultura italiana, dopo aver tanto pianto sulla morte delle culture primitive? Perché ci odia? Perché non fa per gli immigrati l’unica cosa giusta e che sarebbe in grado di fare molto meglio degli altri partiti, ossia aiutarli a rimanere nel proprio Paese? Non è iscrivendoli all’anagrafe come italiani che gli stranieri creeranno le melodie di Monteverdi o di Puccini, dipingeranno le Madonne di Raffaello o di Mantegna, scriveranno i versi di Petrarca o di Leopardi. Né si dica che gli stranieri servono a combattere il decremento demografico. Gli italiani fanno pochi figli per tre motivi principali. Il primo: siamo troppi per l’estensione del nostro territorio (260 abitanti per chilometro quadrato contro, per esempio, i 22 abitanti per chilometro quadrato degli Stati Uniti), senza tener conto del fatto che la maggior parte del territorio italiano è formato da montagne. La natura segue le sue leggi di sopravvivenza e, a causa dell’eccessiva densità, fa diminuire la prolificità. Non può sapere che i politici lavorano contro le sue leggi, col risultato che più gente entra, più la natura cerca di far diminuire gli abitanti, ossia gli italiani dato che è nell’interesse degli immigrati fare più figli che possono diventare maggioranza. Il secondo motivo consiste proprio nel senso di condanna a morte che si respira nell’aria. Non c’è bisogno di spiegazioni antropologiche: la gente sente benissimo di essere assediata e che non le è permesso neanche il più piccolo gesto di difesa. A che pro fare figli se non servono a conservare ciò che è italiano? Infine, il terzo motivo: la difficoltà concreta di provvedere ai figli. Questo sarebbe superabile se tutte le forze, il denaro, gli interessi della nazione fossero concentrati sui bisogni della procreazione, delle madri, delle famiglie. Ma non è così. Quel poco che ha fatto il governo Berlusconi, è soltanto un segno di buona volontà, non ciò che sarebbe necessario: una nuova organizzazione impegnata psicologicamente ed economicamente a far nascere molti italiani. E soprattutto, al di là delle cose concrete: cominciare a far sentire agli italiani che qualcuno li ama e vuole che essi vivano.

    Maroni avanti tutta, clandestini indietro tutta

    Quando si dice “finalmente”, si vede che l’unico modo che avevamo per rispedirli da dove vengono era avere un Ministro dell’Interno leghista. Non ho idea di quanto ci sia costato (non tanto l’accordo con Libia, bensì il suo mantenimento degli impegni sottoscritti con il Governo italiano) ma di sicuro un botto, e non credo neanche che riportarli in terra libica li terrà lontani dal vecchio continente a lungo ma è stato comunque un successone di cui, salvo colpi di scena, sono sicuro vedremo diverse repliche. Come già specificato nel precedente post, i numero dei migranti che usa il gommone o la bagnarola è una “goccia nel mare” dei flussi. Ma non importa! Quello che è davvero importante è il messaggio politico, anzi i messaggi politici che la fermezza maroniana dispensano:
    1) il trucchetto dell’Asilo politico e dei documenti distrutti non funziona più, in Italia non ci metti piede! Ti intercettiamo prima e senza passare dal via te ne torni da dove sei partito, non importata di quale nazionalità tu sia, semplicemente
    2) la pacchia è finità, in Italia la musica è cambiata, vuoi emigrare, trovati un altro posto o resta nel tuo paese e combatti per le tue conquiste sociali che se stai ad aspettare che te le porti Bush, stai fresco.
    2bis) sei un nuotatore professionista? sei bravo ad eludere i pattugliamenti? riesci ad arrivare fino alla costa? Bene, intanto te ne stai 18 mesi nel CPT (ora CEI) finchè non ci dici chi sei, da dove vieni e cosa vuoi poi, che ti piaccia o no, torni a casa.


    Silvio teme la Lega e rassicura il suo elettorato con l’ennesima sparata

    Berlusconi, politicamente, lo si può apprezzare o meno ma nessuno, con un minimo di onesta intellettuale, può affermare che non sia abile a restare sulla cresta del dibattito politico, sul come lo faccia, con questa o quella uscita anziché gossip da rotocalco di serie B è tutt‘altro discorso. È poi del tutto insignificante, ai fini elettorali e mediatici, che la stessa possa, a breve o grande distanza, essere seccamente smentita, negando persino di averla pronunciata e incolpando la solita stampa di sinistra di aver manipolato e strumentalizzato le sue dichiarazioni. Sarei curioso di vedere anche solo uno dei numerosi intellettuali, plurilaureati, editorialisti, che per lavoro “criticano in Grande Puffo“, con sterili e inutili appellativi, rifacendosi a valori ormai triti e ritriti quali l’anti-fascismo, il pluralismo, millantando chissà quale pericolo per la democrazia del nostro paese. Nessuno mai che abbia il coraggio professionale o politico di analizzare oggettivamente i suoi comportamenti e gli effetti che essi hanno sull’elettorato. Io, nonostante la mia inesperienza ci voglio provare. Prendiamo, a titolo di esempio, l’ultimo tema del dibattito politico pre-elettorale: l’immigrazione irregolare, i rimpatri dei clandestini e l’imminente approvazione del Pacchetto Sicurezza al Senato e l’ultima sparata del Puffo con il cappello rosso in tema di multiculturalismo. Un anno di governo ci è voluto affinché il nostro Ministro Bobo (probabilimente il migliore della squadra) riuscisse nel difficile (perché lo vedremo un’altra volta) compito di rimpatriare i soliti clandestini che hanno tentato la fortuna attraversando il mediterraneo. Fermo restando che, numeri alla mano, il fenomeno degli sbarchi è una porzione davvero irrisoria del problema clandestinità, il fatto che alla fine il barcone abbia dovuto virare alla volta del continente nero rappresenta una vera e propria dimostrazione di fermezza, costanza e personalità politica che, senza rimpiangerlo, nella penisola non si vedeva dai tempi del ventennio. Non sono tardati ad arrivare i commenti dei vari schieramenti, il PD gioca di sponda con Franceschini che lancia l’allarme leggi raziali e deportazioni da una parte e Fassino che precisa come il rimpatrio dei clandestini sia assolutamente legittimo. Ha sbagliato chi ha pensato alla solita divisione interna all’interno del mal partorito partito di centro-centro-centro-sinistra; in realtà, in vista delle imminenti elezioni, l’ex esponente del PCI e l’ex DC stanno cercando di salvare, elettoralmente parlando, capra e cavolo facendo breccia sia su quell’elettorato di sinistra che ancora teme un ritorno del fascismo, sia su quello che, nonostante l’appartenenza politica, non ne può più dell’immigrazione regolare che lo ha messo in cassa integrazione sia di quella irregolare che non lo fa più uscire la sera. Poi abbiamo Casini che, leggendo il pizzino di Ratzingher (si scrive così?),si dice sconcertato e ricorda come il nostro paese abbia bisogno di muli da soma per le nostre fabbriche e badanti per i nostri anziani. Anche Fini (il più probabile mandante dei franchi tiratori al Pacchetto sicurezza) che non perde occasione per rinnegare le proprie origini, critica fortemente i rimpatri, facendo eco a Franceschini. Come potevano mancare le critiche dalle solite associazioni umanitarie buoniste e dalla Curia&Co.® Ma Silvio no, lui non guarda in faccia a nessuno, Vaticano compreso e, come a voler competere con Salvini (la cui uscita merita un post tutto per lui) afferma di non volere un Italia multiculturale spiazzando tutti, soprattutto i suoi. In realtà polemica a parte le sue intenzioni sono molto chiare: dopo i casini con le vallette candidate alle europee e il divorzio (e fanno due) con la Lario il Presidente del Consiglio cerca di recuperare un po’ dei voti che la Lega gli sta portando via al Nord, dimostrando ancora una volta di essere avanti anni luce rispetto a la sua schiera di tirapiedi.

    L’ipocrisia dell’accoglienza

    Riporto integralmente un editoriale di Franco Cangini, pubblicato sul Resto del Carlino di sabato 9 maggio, è un po’ sofisticata per i più (me compreso) ma fa molto riflettere.

    RIECCOLO, il “fardello dell’uomo bianco”. Poetica invenzione dei cantori ottocenteschi dell’imperialismo, preoccupati di vestire di buoni sentimenti la nuda prevaricazione esercitata dai “popoli della storia” sui “popoli della natura”, in nome del progresso dell’umanità e della legge del più forte. Grazie alla democrazia, “l’uomo bianco” credeva di essersi finalmente sbarazzato di quel faticoso fardello. Con la creazione dell’ONU, all’indomani del conflitto mondiale, tutti i popoli diventavano padroni del proprio destino. Tutti capaci di governarsi da sé, spezzate le catene coloniali. Ma l’evidenza dei fatti dimostra che l’autogoverno non sempre è alla portata di tutti i popoli. Serve molta ipocrisia per gabellare da problema umanitario il problema politico sollevato dall’esistenza, sulla carta geografica, di Stati destituiti di capacità di governo. E’ così che la storia di ripete, si direbbe (marxianamente) in chiave di farsa, se non fosse per l’immensa tragedia delle popolazioni ridotte alla scelta tra la morte per fame o nei massacri tribali, e la speranza di sopravvivenza offerta dalla conversione alla pirateria o dall’approdo alle sponde dell’Europa. Gli ex colonizzati hanno spezzato le loro catene per esserne gravati di più pesanti, da cui cercano scampo inseguendo gli ex colonizzatori a casa loro. E qui bisogna intendersi. Non è ragionevole pretendere che le nostre società del benessere si facciano carico degli effetti dei fallimenti dell’autogoverno, senza la minima possibilità di intervenire sulle cause. Più precisamente, è inaccettabile che anime belle senza vere responsabilità (all’Onu, ma non solo) impugnino nobili principi per indurre l’Italia a vergognarsi della decisione di riportare i migranti illegali alle sponde di partenza, o di tenerli sotto custodia in attesa di identificazione e magari di espulsione, ovvero di non elargire ai nuovi arrivati il trattamento teoricamente spettante ai cittadini in condizioni di bisogno. Non siamo un continente spopolato come l’Australia, o le Americhe d’una volta. Siamo fin troppi e con troppe aspettative insoddisfatte per poterci permettere il lusso della politica della porta aperta, senza rischiare le peggiori conseguenze sulla convivenza civile. L’Onu affronti, se può, le cause del dissesto globale, assumendo il fardello del potere sui territori senza governo e senza legge. Comodo scaricarsi la coscienza a spese altrui.