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Relativamente stupidi

Sempre in merito alle violenze perpetrate in mezzo mondo dagli islamici, mi è stato fatto notare da più persone che in realtà il film “The innocence of muslims” è solo un pretesto e che dietro c’è una regia politica. Beh, grazie tante! Proprio non ci ero arrivato! Non vedo, però, come questo fatto debba influenzare quanto finora ho dichiarato. Non vedo proprio come, una volta illuminato a riguardo, la mia opinione sulla cultura islamica debba essere ricalibrata. Il fatto che le azioni violente almeno in parte siano state pianificate da qualche entità ostile alle politiche di Stati Uniti e/o altri paesi occidentali non cambia un beneamato accidente. Questa gente non ha imbracciato armi, impugnato sassi e bottiglie molotov per protestare contro i governi delle nazioni che da secoli giocano con i loro territori come fossero quelli dei Risiko. Le violenze in questione si possono nella stragrande maggioranza sintetizzare in una semplice frase:

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Mogli e bit dei paesi tuoi

Oggi su facebook sono stato infastidito da una nuova pubblicità di un sito per incontri. Si chiama muslima.com e, come probabilmente avete intuito dalla foto, è riservato ad un utenza islamica. Dopo una breve indagine, ho scoperto che dietro il sito non si cela la solita associazione islamica che cerca di trasportare i precetti coranici sul web, come avvenne con i motori di ricerca imhalal.com, (vedi post “Perle ai porci“) muslumanoogle.com e altri siti riservati o comunque progettati per maomettiani. A realizzare e gestire il portale è stata la Cupid Media, un’azienda australiana che da più di dieci anni realizza siti di incontri.
«E allora?» direte voi. «Che differenza fa? Qual’è il punto?»
Beh, il punto è che se fosse stata la trovata dei soliti “pseudo fanatici religiosi v2.0” che si sbattono per non far mischiare i musulmani con i miscredenti, la cosa avrebbe avuto poco seguito e sarebbe sfumata. Il fatto però che il portale porti la firma di un’azienda specializzata in siti di incontri significa che l’idea ha mercato. Ergo c’è una considerevole quota di musulmani che non considera neanche l’idea di sposare o uscire con una persona non musulmana. Se a questo sommiamo la nascita in Europa di assicurazioni auto, banche, scuole, eccetera, tutte riservate agli islamici appare evidente come alcune tipologie di immigrati stiano, a tutti gli effetti, fondando delle società parallele, culturalmente impermeabili, all’interno della nostra. Società fortemente ispirate dai sistemi dei paesi di provenienza; il risultato è un sorta di modello socio-culturale parassitizzante, ben lieto di attingere a piene mani dai modelli europei quando si tratta di risorse sociali, welfare, libertà individuali e diritti ma che non accetta in alcun modo di farsi influenzare intellettualmente e culturalmente. Poco importa agli immigrati in questione se il pacchetto di diritti ai quali si possono appellare non appena posano piede in Europa sia l’essenza del modello autoctono. Possono rimanere ottusi e ignoranti, arroccarsi sulle proprie posizioni, conservare le proprie usanze (per tribali che siano), rifiutare il confronto intellettuale e il pluralismo, giovando comunque del succitato pacchetto. Non hanno bisogno di evolversi, per loro è un po’ come essere rimasti a casa e aver vinto la lotteria. Non è un caso che negli ultimi due secoli tutte le riforme progressiste e laiciste avvenute nei paesi a maggioranza islamica sono state calate dall’alto, con la forza tipica delle dittature (vedi post “Inversione di Marcia“). Certi popoli sono culturalmente ottusi e conservatori: dare loro delle libertà per le quali non hanno combattuto serve solo a svilirle.
Il mercato, che a differenza della politica non ha i paraocchi, ha preso coscienza della realtà e vi si è adatto. Muslima.com è solo un esempio tra tanti, basta vedere la pubblicità degli operatori telefonici sugli autobus per averne riprova di quanto sostengo. È triste ammetterlo ma il mercato, ancora una volta, si è dimostrato essere la cartina tornasole più affidabile di tutti, esso rispecchia le tendenze e le mutazioni assai meglio degli studi sociologici, antropologici, politici, ecc.
In questo post (non certo il migliore) non si dice nulla di nuovo, lo sanno anche i sassi che gli islamici, i cinesi e altre etnoculture di importazione sono profondamente endogeni o omogenici (si riproducono solo all’interno del loro ambito). Scrivo queste poche righe dopo mesi di silenzio solamente per stimolare i neuroni dei sostenitori del melting pot, di chi ancora crede nella pacifica convivenza dei popoli nei medisimi spazi sociali, nel reciproco arricchimento culturale, nella valorizzazione delle differenze e altre utopie del genere.

Game over

Il titolo, lo so, non è dei migliori ma forse, assieme alla foto, un mezzo sorriso ve lo ha strappato.
Oggi vi parlerò di guerra, di terrorismo e di guerra al terrorismo, lo farò riportando e commentando la vicenda accaduta qualche giorno fa alla Caserma Santa Barbara di Milano.
Lunedì 12 ottobre, ore 7.45, Mohammed Game, libico trentasettenne si presenta di fronte alla Caserma di Piazzale Perrucchetti a Milano, ha con sé una cassetta degli attrezzi contenente 5 kg di esplosivo ed un detonatore artigianale. Fingendo un malore di fronte alla Caserma riesce, soccorso dai militari, ad introdursi all’interno dei cancelli ed  ad innescare la bomba.
Solo un decimo del materiale componente l’ordigno è esploso, dirà il giorno successivo Maroni,  forse a causa di un malfunzionamento del dispositivo, o dell’imperizia dell’improvvisato bombarolo. Risultato: l’attentatore si trova una mano in meno e, forse, non riacquisterà mai più la vista. Ora è ricoverato all’Ospedale Fatebenefratelli. Purtroppo, prima che gli inquirenti abbiano avuto modo di interrogarlo, è stato messo in coma farmacologico. Con un po’ di fortuna non ce la farà.
Il militare che aveva soccorso il maldestro attentatore e gli era vicino al momento della detonazione se l’è cavata con ferite di lieve entità, curate sul posto dal personale del 118.
Da una prima ricostruzione sulla vita di Mohammed Game, è emerso quanto segue:
  • libico, residente in Italia da 10 anni;
  • convivente con un italiana non convertita e 4 figli dei quali 2 non suoi;
  • totalmente disinteressato alla religione fino alla perdita del lavoro, da allora ha incominciato una sporadica frequentazione di ambienti legati al fondamentalismo islamico (moschee);
  • viveva con la famiglia in un appartamento occupato abusivamente nella periferia milanese.
Due mesi prima dell’attentato, Mohammed e la compagna avevano invitato i giornalisti di Cronaca qui, giornale locale low cost, a visitare l’appartamento nel quale vivono abusivamente da 7 anni, lamentandosi, guarda caso, della mancanza di aiuto da parte del Comune di Milano.
Un ritratto, quello di Game, che non collima esattamente con quello del musulmano ultra-ortodosso, capace, pur di danneggiare il Satana occidentale, di immolarsi nel ventre del nemico. Come non ricalca nemmeno il ritratto del ragazzino palestinese in piena pubertà, cresciuto nei campi profughi che disintegra se stesso ed un autobus affollato per riuscire, almeno nel paradiso islamico, a tocciare il “biscottino”.
Come da copione, la moglie, udito l’accaduto, è caduta dalle nuvole ed i vicini lo hanno definito da qualche giorno losco e schivo.
Gli inquirenti che, quando ricevono una telefonata dal Ministero, diventano improvvisamente rapidi ed efficienti, hanno già arrestato un paio di complici e sequestrato parecchio materiale esplosivo. Entro pochi giorni, confido, avremo maggiori dettagli riguardo la vicenda.
Da notare che Game, prima di lasciare una mano sul cortile della Caserma, pare abbia urlato “Via da Kabul” ai militari presenti.

La vicenda è ambigua e mi lascia non poco perplesso. Le meningi, non abituate allo sforzo, mi frullano così forte da darmi il mal di testa. Ecco cos’hanno partorito:

Opzione A

Qualcuno degli amichetti conosciuti in moschea, al corrente della sua situazione economica, lo ha convinto a  commettere il folle gesto promettendo soldi e stabilità economica alla, di lui, famiglia.

Opzione B

Essendo un fallito senza arte né parte e non avendo un cazzo da fare tutto il giorno, si è messo a coltivare la causa dell’anti neo-colonialismo. Il paese in questione, l’Afganistan, non è il suo ma pazienza! Noi musulmani siamo tutti fratelli, tocchi uno di noi, ci tocchi tutti!

In entrambi i casi ed indipendentemente dalle sue convinzioni politiche, una cosa è sicura, è/era un idiota:
  1. come ingegnere (vantava tale qualifica) devi fare davvero pena se non riesci a collegare un detonatore contemporaneamente a più cariche;
  2. gli attentati si fanno alle ore di punta, non alle 7.45 del mattino;
  3. se non vuoi che risalgano ai tuoi complici entro tre quarti d’ora, disfati dei tuoi documenti e dei titoli di viaggio con i quali possono ricostruire i tuoi spostamenti;
  4. che bisogno c’era tenere in mano l’ordigno? Pesava 5 chili! Lanciarlo e scappare no?
Il gesto di Game, anche se goffo e fallimentare, apre nuovi inquietanti scenari sull’intreccio e le conseguenze di due importanti fenomeni come l’immigrazione islamica e la disoccupazione conseguente alla crisi. Per carità, si sa che, anche gli italiani, quando restano senza lavoro possono compiere gesti folli ed azzardati (fingere di non vedere la sbarra del passaggio a livello, indossare il costume da bagno con un masso legato al collo, cospargersi di benzina e giocare con i fiammiferi di fronte all’azienda che ti ha licenziato, votare il centro-sinistra). Tutte opzioni senz’altro discutibili ma comunque generalmente innocue per la collettività.

Con l’islam no! Tutto è diverso! Un problema economico diventa un problema politico che diventa  un problema religioso che diventa un mussulmano diviso in tanti pezzettini distribuiti su un raggio che va 10 a 50 metri e un indice variabile di vittime e danni collaterali. Il centrosinistra come prevede di integrare tali soggetti? Li vuole mischiare ai brigatisti? Comunista combattente/mussulmano dilaniante: – “Marx è grande” Kaboom!!!

Già mi immagino le manifestazioni sindacali con tanto di proteste suicide di fronte alle aziende: – “O ci date l’aumento o dovrete raschiarci via dai muri…”
P.S.
Addosso ai complici del libico, acuti almeno quanto lui, sono state ritrovate anche le ricevute dell’acquisto dell’esplosivo (nitrato di ammonio). Piccolo particolare: mancano 80 kg all’appello. Non so voi, ma io prevedo fuochi d’artificio a breve…

Una cattiva musulmana

Ci risiamo. È successo ancora. Una ragazza musulmana ha scelto di vivere all’occidentale, con un occidentale. In occidente, da un non occidentale, è stata uccisa. Si chiamava Sanaa, 18 anni, aveva lasciato la casa dei genitori per andare a vivere con il suo ragazzo, un imprenditore trentunenne del luogo. I due convivevano da circa tre mesi e lei lavorava come cameriera nel locale del fidanzato. Il padre della ragazza, un marocchino di 45 anni, non aveva mai accettato la loro relazione, non tanto per i 13 anni di età che separavano i due ragazzi, ma per il fatto che lui non fosse musulmano. Una storia per molti aspetti simile a quella di Hina, la ragazza pachistana, uccisa dal padre con la complicità di alcuni parenti e sepolta nel giardino di casa. Anche Hina aveva scelto di percorrere la propria strada, anche a costo di contravvenire alle usanze e agli obblighi sociali della sua etnia che l’avrebbero voluta moglie del candidato scelto dalla famiglia, un lontano cugino mai conosciuto e ancora residente in Pakistan. Saana, come Hina, aveva trovato il coraggio di ribellarsi ai propri genitori, ai loro medievali retaggi culturali e vivere in libertà la propria vita. Saana come Hina, ha trovato la morte per mano del padre, un “integratissimo” lavoratore, residente regolarmente nel nostro paese da molti anni.
In molti paesi islamici e non solo, combinare i matrimoni è una pratica ancora molto diffusa, tanto comune che le famiglie emigrate in occidente non fanno eccezione. Il modello familiare islamico è tra quelli maggiormente patriarcali; l’intera famiglia, in particolar modo le femmine, è suddita del patriarca e, in alcuni stati islamici, il padre è legalmente legittimato a uccidere la propria prole se essa dovesse disonorare la famiglia o vi si dovesse ribellare. Emigrare in occidente, patria di libertà, opportunità e pluralismo, non aiuta affatto; anzi, spesso le famiglie emigrate e le successive generazioni si dimostrano ancor più conservatrici di chi è rimasto in patria. Si chiama “identità reattiva”: trovarsi in ambienti etnicamente e culturalmente eterogenei, anziché favorire lo scambio interculturale, tende ad accentuare le differenze, ad allontanare i punti di vista, a ingigantire le divisioni. L’islam è una delle principali culture che stiamo importando (o lasciamo esportare) nel nostro territorio e qui, come in altri stati europei, ha ampiamente dimostrato di non voler avere molto a che fare con noi “infedeli”. I matrimoni tra la popolazione nostrana e gli immigrati musulmani (quando non si tratta di meri strumenti per ottenere la cittadinanza) sono piuttosto rari e, quando ciò accade, è quasi sempre l’occidentale a doversi convertire.
Sui quotidiani di oggi ci sono le dichiarazioni di Fatna, la madre di Sanaa (casalinga con quattro figlie) che, imboccata dall’imam di Pordenone ha già perdonato il marito per il suo gesto, ricordando che il marito è sempre stato un buon padre di famiglia e che sulla vicenda anche la vittima aveva la sua parte di responsabilità: “Non era una buona musulmana”.
Come dicevo in questo post “la società democratica è un insieme di individui che si danno regole per la convivenza. L’introduzione in un determinato contesto socio-etno-geo-culturale (scusate il parolone impossibile) di cittadini che hanno diversi valori e una diversa concezione di società non può che modificarne tutti gli equilibri”. So già cosa diranno gli xenomani sulle polemiche/riflessioni innescate sulla vicenda: “è un caso isolato, le violenze domestiche le fanno anche gli italiani, anche gli italiani uccidono, ecc.”; sarà anche vero ma non è questo il punto. Non è l’omicidio la questione, bensì la reazione che l’episodio ha suscitato e nella famiglia e nella comunità musulmana che, ci scommetto, nei corridoi delle moschee mormora: “Quella ragazza se l’è cercata! Servirà da monito a chi delle nostre donne vuole diventare un troia come le occidentali“.
Se tanto mi da tanto, mi chiedo (e spero non essere l’unico) in che direzione la nostra società stia andando, se certe culture siano pronte per quanto abbiamo da condividere con loro, ma soprattutto mi chiedo se il punto di non ritorno l’abbiamo già raggiunto.

Perle ai porci

È di una settimana fa la notizia della nascita di un nuovo motore di ricerca. Si chiama “ImHalal.com” ed è il primo motore di ricerca per l’appunto “halal” (lecito), appositamente studiato per navigatori mussulmani. Il servizio, oltre a indicizzare con attenzione particolare le pagine e le immagini che possono interessare l’utenza fedele ai precetti coranici, è in grado di censurare le pagine che trattano argomenti quali la birra, i suini, il sesso, l’omosessualità e tutti quei termini considerati “haram” (illeciti). In questo modo anche i più rigidi islamici, la cui sola visione di ragazze in bikini, birre, maiali o drag queen causerebbe grossi scompensi esistenziali, potranno usufruire degli infiniti strumenti che internet mette a disposizione. La prossima trovata probabilmente sarà il p2p “halal”, con programmi come emule e bittorrent che escluderanno dai risultati delle ricerche termini o titoli di film considerati inadatti ad un pubblico islamico. Magari nascerà anche l’ihmdb (internet halal movie database) e Halaltube. Persino internet, fino ad oggi indiscusso baluardo globale della libertà di espressione, sta scricchiolando sotto i colpi dell’ottusità mediorientale che, pur di scostarsi dallo stile occidentale, libertino e sacrilego, stravolge tutto, dal costume da bagno al motore di ricerca.

Si metta il cuore in pace chi pensava che la rete globale, assicurando libera informazione a tutto il mondo, avrebbe consentito a certe popolazioni di evolversi.
Dal canto mio, almeno per ora, resto fedele al solo e unico Dio: l’onnipresente e onniscente Google: una divinità che risponde sempre alle mie domande senza volere niente in cambio e che non ha bisogno di affidarsi a ministri e portavoce con buffi cappelli.
Tecnologia portami via.

P.S.
Sono proprio curioso di scoprire se l’ingegno maomettiano sarà in grado di mettere a punto un filtro antispam capace di bloccare quelle frequenti e fastidiose email con cui ti vogliono rifilare il Viagra o il Cialis.

Baricentri e contromosse

Mentre in Iran proseguono le rivolte contro il regime democratico di Ahmadinejad, in Italia i mussulmani affilano le lame (quelle legali) e lo fanno in risposta alla pioggia di ordinanze e divieti che vengono sempre più spesso adottati a loro danno. I comuni più emblematici del fenomeno sono, manco a farlo apposta, quelli con Sindaco leghista; i divieti riguardano principalmente l’apertura di fastfood etnici (kebabberie) all’interno dei centri storici, la possibilità per le amministrazioni locali di vietare manifestazioni religiose, il poter indossare il Burka e l’ultima trovata in materia d’integrazione islamica: il burkini.

La contromossa dell”UCOII (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche italiane) non si è fatta attendere e, forte dei finanziamenti sauditi, ha annunciato di aver affidato ai propri legali un centinaio di ricorsi che, data l’indole della magistratura italiana, hanno ottime probabilità di essere accolti. Dall’altra parte la maggioranza non è molto compatta e trasmette messaggi un po’ ambigui e contraddittori; così, mentre la Lega calca la mano e applica la tolleranza zero, il Presidente della Camera, On. Gianfranco Fini è riuscito a spiazzare tutti ancora una volta con la solita dichiarazione che smentisce e annulla tutte le sue precedenti: “Il nuovo moderno e strategico impegno delle istituzioni deve inoltre essere quello di far sentire l’Italia come patria anche a coloro che vengono da paesi lontani e che sono già o aspirano a diventare cittadini italiani. Non si può chiedere a questi nuovi italiani di identificarsi totalmente con la nostra storia e i nostri costumi. Sarebbe ingiusto e sbagliato pretendere di assimilarli alla nostra cultura“. Cosa risponderei all’ex missino potete immaginarlo, per fortuna mi hanno preceduto con maggior stile sia Roberto Calderoli: “Fini dica qualcosa di destra ogni tanto”, sia Roberto Cota: “La cittadinanza è una cosa seria: non si può dare né all’ultimo che arriva né a chi, per caso, nasce nel nostro territorio”. Ma usciamo dalla bagarre della politica romana e soffermiamoci su cosa sta realmente accadendo in Italia e soprattutto al Nord. Le ragioni che hanno indotto gli amminstratori locali del Carroccio (ma non solo) ad adottare queste misure sono talvolta ovvi, altre volte molto difficili da comprendere e, a giudicare dalle dichiarazioni degli stessi promotori, anche da illustrare. Vediamoli assieme:
  • qualcuno si è forse accorto di quanto sia paradossale e insensato che, facendo un gita fuori porta, magari visitando una città storica, nelle vie centro, anzichè le botteghe storiche e i ristoranti tipici, si trovino solo maleodoranti kebabberie? La Regione Lombardia sì e qualche mese fa ha approvato un Legge Regionale che pone non poche restrizioni agli esotici ristoratori i quali, oltre a non poter più aprire le loro botteghe nei centri storici, saranno oggetto di frequenti e zelanti verifiche da parte dell’AUSL;
  • per quanto riguarda invece le manifestazioni religiose, alcune amministrazioni hanno realizzato che, se la manifestazione in questione non è autorizzata, gli islamici, quando si degnano di segnalarlo alle autorità, semplicemente se ne fregano e manifestano ugualmente. Vi ricordate quando in sincrono si presentarono i diverse piazze italiane per mettersi a cul busone e pregare? Il Consiglio comunale di Milano sta studiando una soluzione per evitare il ripetersi dell’episodio e ben presto confido che saprà sorprenderci con effetti speciali;
  • la questione Burka è la più semplice: in Italia, occultarsi il volto, rendendo impossibile l’identificazione è semplicemente vietato dalla Legge (salvo il Carnevale e celebrazioni simili); il fatto che i giudici con le loro sentenze la pensino diversamente è un altro paio di maniche. Le donne islamiche hanno poco da appellarsi alle loro usanze religiose. Come la mettiamo se la mia religione mi imponesse di andare in giro nudo? Lo potrei fare liberamente? Non credo? Come minimo, mi becco un multone;
  • il burkini, che potete ammirare nell’illustrazione qua accanto è, a sorpresa, l’argomento più complesso. In teoria, non c’è motivo di vietarlo; il volto resta ben visibile e consente alle donne islamiche più “ortodosse” di fare il bagno con le “impurità occidentali in bikini“. La questione è, però, ben altra e argomentarla non è facile; io ci voglio provare, non me ne vogliano i lettori se fallisco nell’intento:
    • un secolo fa non esisteva il Bikini, non esisteva neanche il costume intero come oggi lo conosciamo, figuriamoci il topless. Le ragazze d’inizio secolo, persino quelle più disinibite indossavano, infatti, dei ridicoli costumi: una via di mezzo tra un pigiama e una divisa da carcerato; li avrete senz’altro visti in qualche film o in una foto d’epoca. Il costume intero, seguito dal bikini e dal topless, anche se furono solo delle trovate commerciali, hanno scandito il percorso di emancipazione sociale e sessuale femminile che ha caratterizzato il secolo scorso.

      Fino a 10-20 anni fa, dove più, dove meno, era frequente e normale per le donne prendere il sole o passeggiare sulla spiaggia con le tette al vento e se il fenomeno sta progressivamente scomparendo è solo perchè si è scoperto che i capezzoli soffrono molto l’irradiazione solare. Dire Si al burkini di per se non è sbagliato ma rappresenta, di fatto, il primo pericolosissimo passo nella direzione sbagliata. Lo sanno bene le femministe svedesi che, dopo aver accettato di buon grado il costume islamico, hanno dovuto strenuamente lottare per riottenere la possibilità di frequentare le piscine in Topless. Le donne islamiche avevano, infatti, richiesto e ottenuto che venisse vietato. Riuscite a capire? Non si tratta più lottare per ottenere qualcosa: un diritto, una libertà; ma di lottare per poter conservare i propri usi e costumi perchè ai nuovi arrivati non vanno a genio.

La società democratica è un insieme di individui che si danno regole per la convivenza. L’introduzione in un determinato contesto socio-etno-geo-culturale (scusate il parolone impossibile) di cittadini che hanno diversi valori e una diversa concezione di società non può che modificarne tutti gli equilibri. Dovremmo, quindi, interrogarci se i nuovi baricentri culturali stiano arricchendo culturalmente la nostra società o meno. Perché, secondo me, dimostrarsi tolleranti e accoglienti oggi dicendo Si al Burkini significa dire No al Topless domani e, dati i nostri indici di natalità, dire No anche al Bikini dopodomani.

    Una vignetta satirica risalente a diversi anni fa, ben prima dell’invenzione del burkini

    Dovremmo tenere a mente che la democrazia e la libertà sono due cose ben diverse e l’una non prevede necessariamente l’altra.

    Le società multietniche? Non esitono.

    Riporto integralmente un editoriale di Ida Magli, è scritto molto bene.

    Non esistono «società» multietniche. Quale che sia la buona fede o l’ingenuità di coloro che si affannano in questi giorni ad affermare il contrario, una società multietnica non può esistere perché una «società» non è data dalla somma di singoli individui, ma dal loro appartenere e vivere in una «cultura». Ogni cultura possiede una sua «forma», creata dalle particolari caratteristiche che distinguono un popolo dall’altro e che si manifestano nella diversa visione del mondo, nella diversa sensibilità nei confronti della natura, nella diversità delle lingue, delle religioni, delle arti, dei costumi, dei sentimenti. Ciò che mantiene in vita una cultura è la «personalità di base» del popolo che l’ha creata, quel particolare insieme di comportamenti che ci fa dire con molta semplicità: gli inglesi sono fatti così, gli americani sono fatti così, gli spagnoli sono fatti così, e che ci permette di riconoscere immediatamente come «tedesca» una sinfonia di Wagner e come «italiana» una sinfonia di Rossini. La diversità delle culture costituisce la maggiore ricchezza della storia umana. Ma le culture muoiono. La storia ci dimostra che anche le più forti, le più ricche, le più potenti, a un certo punto spariscono e non sempre perché distrutte da conquistatori di guerra. È sparita quella straordinaria dell’antico Egitto di cui ci rimane, oltre all’immensa ammirazione per le piramidi, anche la consapevolezza di essere talmente diversi da non sapere come abbiano fatto a costruirle; è sparita quella di Omero, di Fidia, della cui morte non riuscivano a darsi pace prima di tutto i romani che hanno fatto l’impossibile per conservarla in vita, ma in seguito innumerevoli pensatori, poeti, artisti d’Occidente così che a un certo punto Hegel ha perso la pazienza e gli ha gridato in faccia brutalmente l’unica risposta: «Laddove un tempo il sole splendeva sui greci, oggi splende sui turchi, dunque smettetela di affannarvi e non ci pensate più!». È così, infatti: sono gli uomini i creatori e portatori di una cultura; non appena sopraggiungono altri uomini, portatori di un’altra personalità di base, di un’altra cultura, quella invasa deperisce e muore. Non è necessario neanche che gli invasori siano numericamente in maggioranza: l’invasore è sempre il più forte per il fatto stesso che si è impadronito del territorio di un altro e che si aggrappa, molto più che a casa propria, ai costumi, ai cibi, ai riti, alla religione della sua cultura nel timore di perdere la propria identità.
    Chiunque neghi questo, nega agli esseri umani, invasori o invasi che siano, ciò che li contraddistingue come «uomini», riducendone i bisogni e gli scopi alla sopravvivenza biologica. «Non di solo pane vive l’uomo». La Conferenza episcopale italiana sembra essersene dimenticata e tocca a noi, italiani e convinti che la nostra «cultura» debba essere salvaguardata, come e più delle altre, anche per tutto quello che contiene della bellezza del messaggio evangelico, domandare ai vescovi se non sia il caso che essi si interroghino, prima di tutto su che cosa significhi per loro definirsi «italiani», e poi su quale sarà il prossimo (vicinissimo) futuro del cristianesimo in Italia. Riteniamo anche che tocchi a noi, proprio perché laici e convinti che la libertà del pensiero sia il patrimonio irrinunciabile dell’Occidente, difendere il messaggio di Gesù dal tentativo sempre più pressante, e tragicamente traditore, di ridurlo a una variante dell’Antico Testamento e, di conseguenza, anche dell’islamismo. Senza la ribellione di Gesù alla mentalità normativa e tabuistica dell’ebraismo, senza la forza del suo comando: «La vostra parola sia: sì sì, no no», così simile all’assoluto valore riposto dai romani nella propria parola, i suoi seguaci non avrebbero capito che il destino del cristianesimo era Roma.
    E la sinistra? Strano a dirsi, si comporta più o meno come la Chiesa. Cosa pensa di fare degli italiani, della cultura italiana, quella sinistra che per tanti anni è stata l’unica forza politica a interessarsi di antropologia, a pubblicare Lévi-Strauss, Malinowski, Foucault, Leroi-Gourhan? Perché adesso tace di fronte alla morte della cultura italiana, dopo aver tanto pianto sulla morte delle culture primitive? Perché ci odia? Perché non fa per gli immigrati l’unica cosa giusta e che sarebbe in grado di fare molto meglio degli altri partiti, ossia aiutarli a rimanere nel proprio Paese? Non è iscrivendoli all’anagrafe come italiani che gli stranieri creeranno le melodie di Monteverdi o di Puccini, dipingeranno le Madonne di Raffaello o di Mantegna, scriveranno i versi di Petrarca o di Leopardi. Né si dica che gli stranieri servono a combattere il decremento demografico. Gli italiani fanno pochi figli per tre motivi principali. Il primo: siamo troppi per l’estensione del nostro territorio (260 abitanti per chilometro quadrato contro, per esempio, i 22 abitanti per chilometro quadrato degli Stati Uniti), senza tener conto del fatto che la maggior parte del territorio italiano è formato da montagne. La natura segue le sue leggi di sopravvivenza e, a causa dell’eccessiva densità, fa diminuire la prolificità. Non può sapere che i politici lavorano contro le sue leggi, col risultato che più gente entra, più la natura cerca di far diminuire gli abitanti, ossia gli italiani dato che è nell’interesse degli immigrati fare più figli che possono diventare maggioranza. Il secondo motivo consiste proprio nel senso di condanna a morte che si respira nell’aria. Non c’è bisogno di spiegazioni antropologiche: la gente sente benissimo di essere assediata e che non le è permesso neanche il più piccolo gesto di difesa. A che pro fare figli se non servono a conservare ciò che è italiano? Infine, il terzo motivo: la difficoltà concreta di provvedere ai figli. Questo sarebbe superabile se tutte le forze, il denaro, gli interessi della nazione fossero concentrati sui bisogni della procreazione, delle madri, delle famiglie. Ma non è così. Quel poco che ha fatto il governo Berlusconi, è soltanto un segno di buona volontà, non ciò che sarebbe necessario: una nuova organizzazione impegnata psicologicamente ed economicamente a far nascere molti italiani. E soprattutto, al di là delle cose concrete: cominciare a far sentire agli italiani che qualcuno li ama e vuole che essi vivano.

    Maroni avanti tutta, clandestini indietro tutta

    Quando si dice “finalmente”, si vede che l’unico modo che avevamo per rispedirli da dove vengono era avere un Ministro dell’Interno leghista. Non ho idea di quanto ci sia costato (non tanto l’accordo con Libia, bensì il suo mantenimento degli impegni sottoscritti con il Governo italiano) ma di sicuro un botto, e non credo neanche che riportarli in terra libica li terrà lontani dal vecchio continente a lungo ma è stato comunque un successone di cui, salvo colpi di scena, sono sicuro vedremo diverse repliche. Come già specificato nel precedente post, i numero dei migranti che usa il gommone o la bagnarola è una “goccia nel mare” dei flussi. Ma non importa! Quello che è davvero importante è il messaggio politico, anzi i messaggi politici che la fermezza maroniana dispensano:
    1) il trucchetto dell’Asilo politico e dei documenti distrutti non funziona più, in Italia non ci metti piede! Ti intercettiamo prima e senza passare dal via te ne torni da dove sei partito, non importata di quale nazionalità tu sia, semplicemente
    2) la pacchia è finità, in Italia la musica è cambiata, vuoi emigrare, trovati un altro posto o resta nel tuo paese e combatti per le tue conquiste sociali che se stai ad aspettare che te le porti Bush, stai fresco.
    2bis) sei un nuotatore professionista? sei bravo ad eludere i pattugliamenti? riesci ad arrivare fino alla costa? Bene, intanto te ne stai 18 mesi nel CPT (ora CEI) finchè non ci dici chi sei, da dove vieni e cosa vuoi poi, che ti piaccia o no, torni a casa.


    Silvio teme la Lega e rassicura il suo elettorato con l’ennesima sparata

    Berlusconi, politicamente, lo si può apprezzare o meno ma nessuno, con un minimo di onesta intellettuale, può affermare che non sia abile a restare sulla cresta del dibattito politico, sul come lo faccia, con questa o quella uscita anziché gossip da rotocalco di serie B è tutt‘altro discorso. È poi del tutto insignificante, ai fini elettorali e mediatici, che la stessa possa, a breve o grande distanza, essere seccamente smentita, negando persino di averla pronunciata e incolpando la solita stampa di sinistra di aver manipolato e strumentalizzato le sue dichiarazioni. Sarei curioso di vedere anche solo uno dei numerosi intellettuali, plurilaureati, editorialisti, che per lavoro “criticano in Grande Puffo“, con sterili e inutili appellativi, rifacendosi a valori ormai triti e ritriti quali l’anti-fascismo, il pluralismo, millantando chissà quale pericolo per la democrazia del nostro paese. Nessuno mai che abbia il coraggio professionale o politico di analizzare oggettivamente i suoi comportamenti e gli effetti che essi hanno sull’elettorato. Io, nonostante la mia inesperienza ci voglio provare. Prendiamo, a titolo di esempio, l’ultimo tema del dibattito politico pre-elettorale: l’immigrazione irregolare, i rimpatri dei clandestini e l’imminente approvazione del Pacchetto Sicurezza al Senato e l’ultima sparata del Puffo con il cappello rosso in tema di multiculturalismo. Un anno di governo ci è voluto affinché il nostro Ministro Bobo (probabilimente il migliore della squadra) riuscisse nel difficile (perché lo vedremo un’altra volta) compito di rimpatriare i soliti clandestini che hanno tentato la fortuna attraversando il mediterraneo. Fermo restando che, numeri alla mano, il fenomeno degli sbarchi è una porzione davvero irrisoria del problema clandestinità, il fatto che alla fine il barcone abbia dovuto virare alla volta del continente nero rappresenta una vera e propria dimostrazione di fermezza, costanza e personalità politica che, senza rimpiangerlo, nella penisola non si vedeva dai tempi del ventennio. Non sono tardati ad arrivare i commenti dei vari schieramenti, il PD gioca di sponda con Franceschini che lancia l’allarme leggi raziali e deportazioni da una parte e Fassino che precisa come il rimpatrio dei clandestini sia assolutamente legittimo. Ha sbagliato chi ha pensato alla solita divisione interna all’interno del mal partorito partito di centro-centro-centro-sinistra; in realtà, in vista delle imminenti elezioni, l’ex esponente del PCI e l’ex DC stanno cercando di salvare, elettoralmente parlando, capra e cavolo facendo breccia sia su quell’elettorato di sinistra che ancora teme un ritorno del fascismo, sia su quello che, nonostante l’appartenenza politica, non ne può più dell’immigrazione regolare che lo ha messo in cassa integrazione sia di quella irregolare che non lo fa più uscire la sera. Poi abbiamo Casini che, leggendo il pizzino di Ratzingher (si scrive così?),si dice sconcertato e ricorda come il nostro paese abbia bisogno di muli da soma per le nostre fabbriche e badanti per i nostri anziani. Anche Fini (il più probabile mandante dei franchi tiratori al Pacchetto sicurezza) che non perde occasione per rinnegare le proprie origini, critica fortemente i rimpatri, facendo eco a Franceschini. Come potevano mancare le critiche dalle solite associazioni umanitarie buoniste e dalla Curia&Co.® Ma Silvio no, lui non guarda in faccia a nessuno, Vaticano compreso e, come a voler competere con Salvini (la cui uscita merita un post tutto per lui) afferma di non volere un Italia multiculturale spiazzando tutti, soprattutto i suoi. In realtà polemica a parte le sue intenzioni sono molto chiare: dopo i casini con le vallette candidate alle europee e il divorzio (e fanno due) con la Lario il Presidente del Consiglio cerca di recuperare un po’ dei voti che la Lega gli sta portando via al Nord, dimostrando ancora una volta di essere avanti anni luce rispetto a la sua schiera di tirapiedi.