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La strage di Bruxelles e i “vantaggi” del martirio

Vi siete mai chiesti per quale ragione i terroristi islamisti tendono con regolarità a non sopravvivere ai propri attentati? Spesso di tratta di attentati dove il “sacrificio” dell’attentatore è assolutamente superfluo. Una borsa abbandonata in stazione o in aeroporto è, in termini di vittime, altrettanto efficacie senza contare che una borsa è assai meno sospetta di un barbuto dalla pelle ambrata, visibilmente nervoso che strilla Allahuakbar (Allah è il più grande).Anche quando non si tratta di attentati esplosivi (es. Bataclan) gli assassini maomettani sono disposti e intenzionati a lasciarci la pelle. Ho sempre trovato l’uso del termine “Kamikaze” estremamente forviante: i kamikaze giapponesi erano ben lieti di morire per l’impero; essi si buttavano in picchiata sulle navi statunitensi allo scopo di affondarle con il potenziale esplosivo di un solo aereo. Alcuni di essi si facevano addirittura amputare le gambe per poter trasportare a bordo più esplosivo. Va precisato però che i martiri dell’impero giapponese erano soldati che uccidevano altri soldati, puntare civili al solo scopo di ucciderli non avrebbe avuto alcun senso sul piano bellico. Il martirio in quel caso era il mezzo attraverso il quale, danneggiando se stessi, si danneggiava in misura maggiore il nemico. Se i giapponesi avessero escogitato una strategia bellica altrettanto efficace che non richiedesse il sacrificio di un pilota ben addestrato, sarebbero stati ben lieti di adottarlo. Anche perché un pilota ben addestrato è riutilizzabile in più attacchi.

suicidebomber

Gli attentatori suicidi dei giorni nostri son ben altro. Si tratta di persone il cui obbiettivo finale è il paradiso islamico, ampiamente descritto con dovizia di particolari da Allah nel Corano e dagli hadith relativi ai detti di Maometto.

BurialConsiderate che, per la religione islamica, la sepoltura è una questione molto seria:
  • Al defunto sono chiusi gli occhi e bloccate le mascelle
  • È lavato da familiari o amici intimi con acqua e sapone
  • Si espellono i liquidi residui presenti nello stomaco.
  • La pulizia del corpo procede dalla testa verso la parte superiore destra, poi quella superiore sinistra, dopo il lato inferiore destro poi quello inferiore sinistro.
  • Il lavaggio si ripete un numero dispari di volte, l’ultima volta si aggiunge canfora o qualche profumo.
  • Il corpo è avvolto in un sudario bianco di stoffa semplice, fatto da tre lenzuoli per gli uomini e cinque per le donne.
  • un musulmano non può essere sepolto nel cimitero di non musulmani, né i non musulmani possono essere sepolti in un cimitero islamico
  • Il defunto è posizionato con delicatezza sottoterra su un fianco, con la testa orientata verso la Città Santa della Mecca;
  • la vedova del defunto deve osservare un lutto di 4 mesi e 10 giorni e durante i quali non le è consentito risposarsi, uscire da casa, indossare vestiti o gioielli decorativi.
Secondo la teologia islamica, il defunto “dormirà” fino al Giorno del Giudizio, nel quale, se il peso dei propri meriti sarà superiore a quello delle colpe, sarà ammesso al paradiso anziché all’infermo. Morire sulla via di Allah come martire risparmia al musulmano e ai suoi cari un sacco di grane, obblighi e incertezze sull’eternità. Il martire non necessita di essere lavato e va sepolto con gli indumenti che indossava al momento della morte. Questo per la semplice ragione che egli non dovrà aspettare il Giorno del Giudizio, andrà direttamente a spassarsela in Paradiso, condonato delle sue eventuali colpe. Le ragioni di questo trattamento di favore da parte di Allah nei confronti di chi muore nel servirlo è da ricercare nelle attitudini militari di Maometto, questi ha condotto decine di campagne militari in tutta la penisola arabica. Quale miglior incentivo per far imbracciare le armi ai musulmani se non una scorciatoia per il Paradiso. L’esenzione dagli obblighi di una degna sepoltura sono inoltre spiegabili dal risparmiare ai guerrieri la paura conseguente alla cattura e al vilipendio dei propri cadaveri da parte dei nemici.
Sul piano strategico, poter contare su miliziani votati alla morte è davvero utile. Se sopravvivono si sparticono il bottino, se muoiono anche meglio. I nemici dell’Islam si trovano invece impotenti non potendo esercitare alcun deterrente sui loro avversari. Ancora una volta il potere delle idee (in questo caso la jihad globale) riesce a sconfiggere qualsivoglia intelligence e tecnologia militare. Si parla spesso di guerre asimmetriche dove uno degli attori è meglio attrezzato dei suoi avversari, di solito si tratta di asimmetrie tecnologico-militari, ma in questo caso l’asimmetria è di tipo ideologico, un’ideologia votata alla morte vincerà sempre contro una votata alla vita, all’accoglienza e alla tolleranza.
151116-salah-abdeslam-jpo-451a_4eb42203efa28e7509d54bb815638e59.nbcnews-ux-2880-1000Quando Salah, dopo gli attentati in Francia, anziché immolarsi, si è dato alla fuga, ha perso la popolarità di cui godeva tra i jihadisti e tra i numerosi musulmani non jihadisti che simpatizzano per la causa. Non è diventato impopolare perché è sopravvissuto, lo è diventato perché, evitando di morire, ha dimostrato di aver dubitato della parola di Allah e nessun buon musulmano può macchiarsi di una simile colpa.

La giusta risposta alla strage di Charlie Hebdo

Un anno fa la redazione parigina della rivista satirica Charlie Hebdo è stata vittima di un assalto nel quale 12 persone sono state uccise.

Le ragioni di tanta violenza sono riconducibili alla pubblicazione di vignette satiriche raffiguranti Maometto, profeta dell’Islam.
Allo scopo di riaffermare il diritto alla libera espressione di pensiero, storica e importantissima conquista civile, nonché di “diluire” il rischio di ulteriori attentati a danno di giornalisti, disegnatori e redattori, siete tutti invitati pubblicare regolarmente vignette raffiguranti Maometto e a fare pressioni affinché l’appello sia raccolto anche dalle testate giornalistiche europee.

Puoi contribuire alla difesa della libertà di espressione condividendo questo video, scrivendo ai direttori dei giornali che leggi e pubblicando sui social immagini di Maometto.

Sottoscrivi la petizione online https://goo.gl/GJZ3rk

Perchè i musulmani non partono per combattere contro la jihad

Tutti a chiedersi come sia possibile che tra i tagliagole del ISIS ci siano centinaia di giovani europei.
Ma ci siamo mai domandati: chi è rimasto in Europa cosa pensa di chi è partito?
Ci siamo mai domandati chi è rimasto cosa pensa dell’ISIS?

Anche se buona parte delle vittime dell’isis sono anch’esse musulmane, avete mai udito di qualcuno partito per combattere contro i jihadisti?
Avete mai udito di un musulmano partito per difendere iracheni, curdi e siriani dalla furia omicida dello Stato Islamico?
Avete mai udito di un musulmano che parte per ostacolare la creazione di un Califfato?

No. Tranne qualche rara eccezione, purtroppo la risposta è no!

Per carità non mancano certo esponenti del mondo islamico che pubblicamente criticano l’ISIS e Al Qaida e che contestano il califfato ma sulla loro effettiva rappresentatività si potrebbero sollevare diversi dubbi.

Anche Gad Lerner ha notato l’assordante silenzio delle organizzazioni islamiche italiane, colpevoli di non organizzato manifestazioni di condanna verso le atrocità commesse dall’ISIS. Dalle pagine del suo blog il giornalista si chiede “Non sarà che i portavoce islamici d’Italia abbiano riscontrato, tra i frequentatori delle moschee, un consenso diffuso per i tagliagole criminali tale da sconsigliare loro una solenne dissociazione pubblica?”
Fermiamoci un attimo a ragionare. Per una vignetta satirica o un video su youtube, i musulmani di tutto il mondo sono in grado di organizzare boicottaggi, violente rivolte e attentati.
Per ogni bomba che viene sganciata su Gaza, per ogni profugo che scappa dalla Siria si organizzano manifestazioni, raccolte fondi e campagne di sensibilizzazione ma quando si uccide, si saccheggia e si stupra in nome del loro dio e del loro profeta non si muove una foglia.

Alcuni leader sono furbi e non dimenticano di dissociarsi dai terroristi ma i loro comunicati di circostanza prendono in giro sempre meno osservatori e appaiono per quello che sono in realtà: l’alibi da sventolare in risposta ad eventuali accuse di complicità.
La realtà è che l’assenza di manifestazioni importanti ma soprattutto partecipate da parte delle comunità islamiche ritrae una sola drammatica verità: il “musulmano medio” potrà anche non condividere i metodi e lo stile dell’ISIS ma non mette certo in discussione la nobiltà della jihad e non si azzarderebbe mai a criticare il califfato perché è la forma di governo voluta da dio. I fratelli jihadisti sbagliano ma restano fratelli!
Ed è questo il problema più grande. Per ogni musulmano che parte per la jihad ne restano migliaia a fare il tifo per lui ma non dimentichiamoci che “in contesti di fanatismo e di violenza, i pochi fanno per tutti. Le percentuali pesano in democrazia, ma sono insignificanti in contesti non democratici.

Per ora a combattere la jihad con il fucile sono in pochi. La maggioranza preferisce diffondere l’islam con altri mezzi come la propaganda, la demografia e la finanza. Qua poco centrano le colpe del colonialismo o le interferenza occidentali in medio-oriente, l’Islam disprezza e odia i valori dell’occidente. Per questo le moschee non devono essere considerate come luoghi di culto bensì come le caserme dove il nemico organizza lo scontro di civiltà.

#IblameIslam

Umberto Bosco

La Lega Nord replica alla comunità islamica bolognese. Basta leggere il corano per temere l’islam

Sempre meno persone credono alla filastrocca che ci viene continuamente propinata: “l’ISIS non rappresenta l’islam perché l’islam è una religione di pace.”

Per riuscire ad esonerare sempre e comunque l’islam dalle atrocità commesse in suo nome è necessaria una notevole flessibilità mentale o, più probabilmente, una spiccata disonestà intellettuale.

In entrambi i casi, questo esercizio non è di grande aiuto per comprendere le ragioni alla base dell’escalation di violenza oggi in atto.

Se ci trovassimo in un dibattito televisivo, in questo momento ci sarebbe il rappresentante di un’organizzazione islamica intento a sventolare il comunicato stampa con il quale si condannano le violenze commesse dallo Stato Islamico ma purtroppo questo non dimostra affatto l’impopolarità di questi criminali tra i seguaci di Maometto, dimostra solo che i loro sedicenti rappresentanti conoscono l’abc della comunicazione e sanno cos’è più opportuno e conveniente affermare in certi casi. Ci fa piacere che anche intellettuali del calibro di Gad Lerner siano arrivati alle stesse conclusioni.

Più delle dichiarazioni, per comprendere cosa sta accadendo, ci vengono in aiuto i fatti. Per necessità di sintesi ne citeremo solo uno.

I musulmani sono dotati delle capacità organizzative necessarie per condannare con unanimità certe azioni. Basti pensare che una vignetta satirica o un video su youtube sono sufficienti a scatenare le ire dei musulmani di tutto il mondo. Le reazioni spaziano dal boicottaggio commerciale all’uccisione degli ambasciatori delle nazioni che, attraverso il “criminale” riconoscimento della libertà di parola, hanno permesso certe insolenze a danno del Profeta.

A giudicare dalle tiepide reazione registrate, appare evidente che instaurare un califfato uccidendo, saccheggiando e stuprando in nome di Allah e del Profeta è considerato dalle comunità islamiche del globo, in qualche modo, più tollerabile.

Sorvoliamo sul fatto che di musulmani partiti dall’Europa per unirsi ai jihadisti dell’ISIS ce ne sono tanti ma non ci risultano giovani fedeli partiti per difendere curdi, iracheni e siriani dalla furia omicida del califfo.

Se tutto questo non è sufficiente a giustificare una certa diffidenza nei confronti delle comunità islamiche ci chiediamo cosa mai potrebbe esserlo.

Anche se la maggior parte dei musulmani bolognesi, almeno per ora, è pacifica e inoffensiva, che la fonte di queste qualità risieda nell’islam è sempre più difficile da credere.

Umberto Bosco
Referente Islam
Lega Nord – Provincia di Bologna

Perché la sinistra stravede per l’Islam

La sinistra politica nasce, storicamente, insieme alla Rivoluzione Francese. Il suo motto di allora era “Libertà, uguaglianza, fraternità”, poi sono arrivate le ideologie dell’800 e del 900. Ma questa è un’altra storia.

In queste poche righe vorrei sviscerare quali sono, secondo me, le ragioni per le quali la sinistra simpatizza tanto con i musulmani.

1. L’esotismo.  La cultura occidentale è una delle meno tradizionaliste del pianeta e ciò che viene da fuori è storicamente accolto con entusiasmo e tolleranza. Una tendenza che ha portato tanti benefici ma che talvolta è d’ostacolo ad un’analisi razionale della realtà. A questa peculiarità culturale si aggiunge il disprezzo per l’Occidente, le sue incoerenze (specie in politica estera) e la sua opulenza. Per compensazione, la sinistra vede con ingiustificata simpatia tutto ciò che viene da fuori, soprattutto se anch’esso è dichiaratamente ostile all’Occidente.

2. L’anti-individualismo. Islam e comunismo sono squisitamente anti-individualisti, i diritti del singolo sono facilmente sacrificabili per l’interesse della comunità. Un’analogia ideologica che ha portato tanti giovani europei a convertirsi all’Islam.

Palastine-Trade-Union.3. Resistenza, anti-imperialismo e Palestina. Nella guerra contro le “superpotenze neocolonialiste occidentali”, l’islam e la sinistra hanno perduto militarmente e politicamente quasi ovunque e sono accomunate dall’ideale romantico della resistenza e della lotta al potere indebitamente costituito. A questo si va ad aggiungere lo storico sodalizio che durante la guerra fredda si è consolidato tra il movimento palestinese di Arafat e le nazioni del blocco sovietico.

4. L’immigrazione. Le battaglie per i diritti dei migranti hanno portato, con un’acrobazia intellettuale, la sinistra europea ad estendere la sua solidarietà alla religione dei migranti, ne deriva la criminalizzazione di quei soggetti politici (e non) che, come la sinistra col cristianesimo, legittimamente criticano la religione islamica.

islamFatta eccezione per il punto 2, da una prospettiva politica e filosofica, islamismo e sinistra si trovano agli antipodi. I valori illuministi (tra cui la laicità) sono apertamente disprezzati e combattuti dagli islamisti e la sharia farebbe sembrare progressiste e tolleranti persino le leggi fasciste. In sostanza, più che  i valori, islam e sinistra condividono i nemici. Se l’alleanza in questione produrrà in futuro delle vittorie politiche non lo possiamo sapere ma di certo in quel caso l’ingenua sinistra, esattamente come successe dopo la rivoluzione iraniana, si troverà emarginata dai suoi stessi alleati e chissà…  …forse rimpiangerà i suoi nemici.

Umberto Bosco

10 (buone) ragioni per non costruire la moschea a Milano

Il Coordinamento delle Associazioni islamiche di Milano Monza e Brianza (CAIM) ha avviato una simpatica e accattivante campagna con la quale vuole sollecitare la Giunta milanese del Sindaco Pisapia ad autorizzare la costruzione di una grande moschea a Milano in vista ed entro l’EXPO 2015. L’accorato appello di questi giovani fa leva  sull’esempio di convivenza multiculturale che Milano rappresenterebbe oggi, sul fatto che a chiederlo sono anche cittadini milanesi, sul fatto che una moschea serve ma, soprattutto, sul fatto che si tratta di un diritto. Un video ben realizzato, che smuove i cuori, appellandosi al senso di equità e giustizia che contraddistingue tutti (o quasi) i cittadini milanesi.

Vorrei comunque elencare alcune (buone) ragioni per le quali la Giunta milanese non dovrebbe assecondare il CAIM. Continue reading 10 (buone) ragioni per non costruire la moschea a Milano

Relativamente stupidi

Sempre in merito alle violenze perpetrate in mezzo mondo dagli islamici, mi è stato fatto notare da più persone che in realtà il film “The innocence of muslims” è solo un pretesto e che dietro c’è una regia politica. Beh, grazie tante! Proprio non ci ero arrivato! Non vedo, però, come questo fatto debba influenzare quanto finora ho dichiarato. Non vedo proprio come, una volta illuminato a riguardo, la mia opinione sulla cultura islamica debba essere ricalibrata. Il fatto che le azioni violente almeno in parte siano state pianificate da qualche entità ostile alle politiche di Stati Uniti e/o altri paesi occidentali non cambia un beneamato accidente. Questa gente non ha imbracciato armi, impugnato sassi e bottiglie molotov per protestare contro i governi delle nazioni che da secoli giocano con i loro territori come fossero quelli dei Risiko. Le violenze in questione si possono nella stragrande maggioranza sintetizzare in una semplice frase:

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Ambasciator che pena

È di un paio di giorni fa la notizia dell’uccisione di Chriss Stevens, ambasciatore americano di istanza a Bengasi. Fin qui nulla di strano, se fossi libico quasi quasi sarei incazzato anch’io con lo Zio Sam e i suoi nipotini. L’atto di violenza non trova, però, radice nella “discutibile” politica estera statunitense che al paese nordafricano è costata tanto in termini sia economici (in Libia prima del recente conflitto, c’erano un milione di lavoratori immigrati, indice di un’economia piuttosto sana), sia culturali (Gheddafi era sì un dittatore, ma uno di quelli in salsa laica, uno di quelli che, come Saddam Hussein, hanno osteggiato fortemente l’integralismo religioso promuovendo la progressiva separazione del potere temporale da quello politico). Come spesso accade e continua ad accadere nei paesi a maggioranza mussulmana (Iran,  Iraq, Siria, Egitto), una volta destituito il regnante, degenera il fanatismo.
Il casus belli relativo ai disordini libici, che fanno eco ai simili eventi verificatisi qualche giorno prima in Egitto, è imputabile, incredibile a dirlo, all’uscita di una controversa pellicola. Proprio così, un film il cui regista sembrerebbe essere un israeliano con passaporto statunitense e che tratta l’evidentemente vietato argomento della biografia di Maometto, unico (e innominabile) profeta islamico.
L’islam non perde quindi occasione per prendersi troppo sul serio, bollando come blasfemo tutto ciò che si dimostra, a parer dell’imam di turno, non ossequioso del profeta o di Allah. 
Libertà di Opinione, Parola, Pensiero e Stampa perdono qualsiasi presunto valore e si sospendono (ove riconosciuti) ogni qualvolta dèi e profeti dell’Islam vengono offesi o indebitamente citati. Persino un dichiarato laicista come Gheddafi dovette calare le braghe, schierandosi con i fanatici contestatori, quando, nel 2006, il casus belli fu la maglietta di Calderoli raffigurante la caricatura satirica di Maometto pubblicata qualche mese prima da un settimanale danese.
Con tutte le buone ragioni che i paesi nordafricani potrebbero avere per dichiarare guerra (o guerriglia) all’Occidente, con tutti i rancori storicamente giustificabili, il pretesto della violenza non è quasi mai politico, bensì culturale. E allora non vergognamoci di dirlo! Cultura Islamica e Occidentale non sono compatibili. E si badi che parlo di cultura Islamica e Occidentale, non di Islam e Cristianesimo. Non sono certo i valori cristiani a essere in netto conflitto con l’oscurantismo teologico e teocratico che da sempre contraddistingue la cultura Islamica, bensì quelli illuministi, secolaristi, libertari, pluralisti, laici e progressisti, sviluppatosi principalmente in Europa nonostante l’egemonia cristiana (non grazie ad essa). Se non siete d’accordo leggetevi le dichiarazioni della “Santa Sede”:

(AGI) CdV – La Santa Sede condanna “la violenza inaccettabile” che e’ costata la vita a due funzionari del consolato statunitense a Bengasi, ma anche “le ingiustificate violenze” che l’hanno scatenata. “Il rispetto profondo per le credenze, i testi, i grandi personaggi e i simboli delle diverse religioni – afferma il portavoce del Papa, padre Federico Lombardi – e’ una premessa essenziale della convivenza pacifica dei popoli”.15:11 12 SET 2012

Secondo i porporati, mi pare d’intendere, violenza è stata quella dei libici nei confronti dell’ambasciata americana ma violenza è stata anche la produzione, la distribuzione e la proiezione del film. Secondo il portavoce del Papa, infatti, “il rispetto profondo per le credenze, i testi, i grandi personaggi e i simboli delle diverse religioni è una premessa essenziale della convivenza pacifica dei popoli.” 
Non so voi ma io intravedo un: “Va bene la libertà di espressione, però…
E quì Mons. Federico Lombardi conferma quanto sopra affermato: nessuna incompatibilità tra l’oscurantismo e la censura teocratica islamica e la Chiesa Cattolica Apostolica Romana sopratutto se a venir messi in discussione sono divinità monoteistiche e presunti profeti.
Per quanto riguarda gli americani, vorrei ricordare loro che se la sono proprio cercata, loro (e i francesi) hanno armato e aiutato i rivoltosi che hanno fatto la festa al Ra’is libico, lo stesso Stevens esultò quando seppe della sua morte. Ora gli stessi rivoltosi la festa l’hanno fatta all’Ambasciatore americano. Obama ha già annunciato che le violenze a danno delle ambasciate americane non resteranno impunite, ora cosa vogliono fare? Destituire il lo stesso Governo fantoccio che hanno messo in piedi?
Riguardo al film “incriminato”, almeno a giudicare dal trailer si tratta di una produzione scadente, quasi amatoriale, sfondi digitali low cost, un cast di dilettanti e pessimi costumi, trucchi e scenografie. Maometto viene dipinto come un folle, un visionario e un donnaiolo, una sorta di Joseph Smith nordafricano.
Tornando alle dichiarazioni assurde, il Segretario di Stato Americano, Hillary Clinton ha affermato: «Film su Maometto riprovevole, nulla a che vedere con noi»
Pur condividendo, anche se per ragioni diverse dalle sue, la prima valutazione, mi chiedo cosa intendesse Hillary con “nulla a che vedere con noi“. Ce lo spiegheranno… Resta che anche questa volta pochissime istituzioni e personaggi pubblici si sono schierati dalla parte della libertà di espressione preferendo scandalizzarsi per le “ingiustificabili offese ad un religione millenaria e di pace quale l’Islam“.
A quanti altre assurdità e violenze dovremmo assistere prima di capire che una società ultratecnologica e secolarizzata come la nostra non può convivere con società che si rifiutano di accettare valori che da tempo diamo per scontati come la libertà di espressione? Società e culture politicamente basate su un modello amministrativo e giuridico vecchio più di mille anni, dove ogni barlume di secolarismo si è dovuto imporre  forzatamente dall’alto e che si è puntualmente spento una volta cessata l’influenza del regnante laicista. Quando i millantati eredi della rivoluzione francese e dell’illuminismo capiranno il rischio che l’Islam rappresenta per le libertà individuali tanto duramente conquistate.

Una risata vi dilanierà

Martedì notte la sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo è stata parzialmente distrutta da una bomba incendiaria. Il gesto che ancora non ha avuto una rivendicazione ufficiale pare essere in relazione con la recente pubblicazione, da parte della testata, di un edizione particolarmente irriverente con la quale si “celebrava” ironicamente la vittoria elettorale di Ennhadha, il partito islamico tunisino. Chi non dovesse conoscere Charlie Hedbo, rivista nota per la sua ironica e pungente irriverenza, prenda a esempio il settimanale toscano “il Vernacoliere” fatta eccezione che il giornale d’oltralpe è un po’ meno volgare e un po’ più serio. Insomma un giornale satirico che fa tanto ridere ma anche riflettere.
Certo è, che a riflettere non sono tutti capaci, ed è proprio il caso dei musulmani, storicamente ostinati a volersi  prendere troppo sul serio. Ed ecco che, nell’Europa del terzo millenio, dopo illuminismo, rivoluzione industriale, moti proletari, guerre mondiali e sessant’otto, oggi è sufficiente raffigurare Maometto per beccarsi una fatwa e il relativo attentato. 
Come avviene da qualche anno a questa parte, a seguito di questi eventi, le organizzazioni islamiche che si autodefiniscono “moderate” prendono le distanze e si dissociano dal gesto violento senza però dimenticarsi di apostrofare gli apostati “provocatori”, cioè chi, in applicazione delle libertà e dei diritti loro garantiti dalla Costituzione, si è permesso di ironizzare sul profeta Maometto. Il Presidente del Consiglio francese per il culto musulmano, Mohammed Moussaoui ha, infatti, fermamente condannato l’attentato affermando che Con la violenza e il vandalismo estremo non si ottiene nulla“. È però opportuno ricordare che lo stesso Consiglio francese del culto musulmano, nel 2006, chiese a gran voce il ritiro di tutte le copie dello stesso settimanale, il quale, coraggiosamente, “osò ripubblicare” le celeberrime e contestatissime vignette satiriche contro maometto uscite sul giornale danese Jylands-Posten
In sostanza si possono identificare due islam: uno cosiddetto “estremista” che appena lo prendi in giro ti attacca in modo violento e uno “moderato” che, invece, vuole reprimere la tue libertà di parola e di stampa mediante azioni politico-istituzionali. Secondo i canoni islamici, infatti, nessun diritto umano o libertà costituzionale potrà mai essere eticamente e giuridicamente più importante della reputazione di Allah, Maometto e dei Mullah di turno.

Mogli e bit dei paesi tuoi

Oggi su facebook sono stato infastidito da una nuova pubblicità di un sito per incontri. Si chiama muslima.com e, come probabilmente avete intuito dalla foto, è riservato ad un utenza islamica. Dopo una breve indagine, ho scoperto che dietro il sito non si cela la solita associazione islamica che cerca di trasportare i precetti coranici sul web, come avvenne con i motori di ricerca imhalal.com, (vedi post “Perle ai porci“) muslumanoogle.com e altri siti riservati o comunque progettati per maomettiani. A realizzare e gestire il portale è stata la Cupid Media, un’azienda australiana che da più di dieci anni realizza siti di incontri.
«E allora?» direte voi. «Che differenza fa? Qual’è il punto?»
Beh, il punto è che se fosse stata la trovata dei soliti “pseudo fanatici religiosi v2.0” che si sbattono per non far mischiare i musulmani con i miscredenti, la cosa avrebbe avuto poco seguito e sarebbe sfumata. Il fatto però che il portale porti la firma di un’azienda specializzata in siti di incontri significa che l’idea ha mercato. Ergo c’è una considerevole quota di musulmani che non considera neanche l’idea di sposare o uscire con una persona non musulmana. Se a questo sommiamo la nascita in Europa di assicurazioni auto, banche, scuole, eccetera, tutte riservate agli islamici appare evidente come alcune tipologie di immigrati stiano, a tutti gli effetti, fondando delle società parallele, culturalmente impermeabili, all’interno della nostra. Società fortemente ispirate dai sistemi dei paesi di provenienza; il risultato è un sorta di modello socio-culturale parassitizzante, ben lieto di attingere a piene mani dai modelli europei quando si tratta di risorse sociali, welfare, libertà individuali e diritti ma che non accetta in alcun modo di farsi influenzare intellettualmente e culturalmente. Poco importa agli immigrati in questione se il pacchetto di diritti ai quali si possono appellare non appena posano piede in Europa sia l’essenza del modello autoctono. Possono rimanere ottusi e ignoranti, arroccarsi sulle proprie posizioni, conservare le proprie usanze (per tribali che siano), rifiutare il confronto intellettuale e il pluralismo, giovando comunque del succitato pacchetto. Non hanno bisogno di evolversi, per loro è un po’ come essere rimasti a casa e aver vinto la lotteria. Non è un caso che negli ultimi due secoli tutte le riforme progressiste e laiciste avvenute nei paesi a maggioranza islamica sono state calate dall’alto, con la forza tipica delle dittature (vedi post “Inversione di Marcia“). Certi popoli sono culturalmente ottusi e conservatori: dare loro delle libertà per le quali non hanno combattuto serve solo a svilirle.
Il mercato, che a differenza della politica non ha i paraocchi, ha preso coscienza della realtà e vi si è adatto. Muslima.com è solo un esempio tra tanti, basta vedere la pubblicità degli operatori telefonici sugli autobus per averne riprova di quanto sostengo. È triste ammetterlo ma il mercato, ancora una volta, si è dimostrato essere la cartina tornasole più affidabile di tutti, esso rispecchia le tendenze e le mutazioni assai meglio degli studi sociologici, antropologici, politici, ecc.
In questo post (non certo il migliore) non si dice nulla di nuovo, lo sanno anche i sassi che gli islamici, i cinesi e altre etnoculture di importazione sono profondamente endogeni o omogenici (si riproducono solo all’interno del loro ambito). Scrivo queste poche righe dopo mesi di silenzio solamente per stimolare i neuroni dei sostenitori del melting pot, di chi ancora crede nella pacifica convivenza dei popoli nei medisimi spazi sociali, nel reciproco arricchimento culturale, nella valorizzazione delle differenze e altre utopie del genere.

Prove tecniche di islamizzazione

Mentre il popolo del Carroccio si muove verso Venezia, gli elettori turchi sono chiamati a esprimersi sulla riforma costituzionale proposta dal Governo Erdogan. Il nuovo testo ha la pretesa di ritoccare la costituzione del 1982, definita dalle gerarchie militari dopo il Golpe del 1980.
Atatürk, generale turco e padre della Repubblica conosceva bene i suoi polli (vedere il post “Inversione di Marcia“), sapeva che tutte le riforme di stampo laico e progressista attuate dal suo esecutivo e da quelli successivi sarebbero sempre state a rischio, così, dopo aver eliminato il califfato, decise che la laicità dello stato avrebbe dovuto essere tutelata dall’esercito stesso, anche a costo di usare la forza. Così è stato per ben tre volte, l’ultima, appunto, quella del golpe militare del 1980, costato la vita a molti turchi. Dopo il golpe il testo costituzionale fu emendato dal governo tecnico-militare conferendo all’esercito, formalmente estraneo alle decisioni politiche, una forte influenza sui governi in carica. Un’ingerenza tale è assolutamente impensabile in qualsiasi paese occidentale ma, come Atatürk sapeva bene, la Turchia, in quanto paese islamico, non può farne assolutamente a meno. 
Di solito gli esponenti politici islamisti sono degli zoticoni privi di lungimiranza e strategia politica ma Erdogan, bisogna ammetterlo, rappresenta quel salto di qualità che l’islamismo necessita per andare al potere e restarci a tempo indeterminato senza fastidiosi diktat e vincoli laico-militari. L’attuale Primo Ministro si presenta infatti come “moderato” e proprio in chiave moderata sta convincendo il popolo turco a votare la nuova Costituzione che, almeno sulla carta, garantisce maggiori diritti ai cittadini ma che in realtà vuole indebolire gli arbitri della laicità (i generali). La riforma consentira inoltre al paese di entrare in Europa e, tempo 5-10 anni, essere la nazione ecomicamente e politicamente più influente (i seggi del Parlamento europeo vengono assegnati in base alla popolazione e la Turchia, con i suoi 100 milioni di abitanti diverrebbe la nazione più popolosa/rappresentata d’Europa). I sondaggi danno per certa l’approvazione degli emendamendamenti costituzionali, in questo modo l’islamizzazione del vecchio continente agirà da un nuovo fronte, quello istituzionale. Paradossalmente con il Referendum di oggi si decide la sorte dell’intera Europa.

Inversione di marcia

Il Governo turco di Recep Tayyip Erdoğan rischierebbe di essere rovesciato. Ad annunciare l’inasprimento dei rapporti tra i vertici militari e la magistratura, vicina al Governo in carica, sarebbero diversi quotidiani, sia nazionali, sia stranieri.
La Turchia, fin dalla fondazione della Repubblica nel 1923, ha sempre rappresentato il baluardo della laicità nel mondo islamico, oltre ad essere una delle poche democrazie effettive che a tutt’oggi si contano in paesi a maggioranza musulmana. L’allora Presidente e fondatore della Repubblica, Mustafa Kemal, rinominato successivamente Atatürk (padre della Turchia) ha rappresentato quanto di meglio possa capitare ad uno stato islamico; l’impronta fortemente laicista del politico, unita a ben definite distanze dal marxismo, ha portato la Turchia a radicali cambiamenti storico-culturali, trasformando un califfato monarchico e teocratico in una solida democrazia, politicamente, economicamente e militarmente forte e indipendente. Vediamo i principali cambiamenti apportati da Atatürk al paese che prima era del Sultano Maometto VI:
  • abolì il califfato;
  • laicizzò lo Stato;
  • riconobbe la parità dei sessi;
  • istituì il suffragio universale;
  • adottò l’alfabeto latino;
  • adottò il calendario gregoriano;
  • adottò il sistema metrico decimale.

Per difendere la laicità dello Stato, Kemal, che prima di darsi alla politica era un noto e capace Generale, inserì nella Costituzione un articolo che conferiva all’Esercito nazionale il compito di tutelare e difendere la laicità dello Stato, autorizzandolo a rovesciare il Governo in carica qualora tali principi si fossero trovati a rischio. Questo simpatico cavillo costituzionale ha impedito ai successivi governi insediatisi di prendere una pericolosa china estremista che, in un paese a maggioranza islamica, sappiamo bene cosa comporterebbe. La democrazia però, si sa, è famosa per avere sempre una data di scadenza. Nell’ultimo decennio, complici la connivenza tra politica e gerarchie militari e una identità islamica risvegliata dall’11 settembre, i partiti di stampo islamista, fino ad allora considerati quasi illegali, sono andanti via via crescendo, fino a assumere, per mano di Erdoğan & Co., il controllo politico ed amministrativo del paese. Il Primo Ministro turco che nel 1998 fu imprigionato per istigazione all’odio razziale dando lettura in pubblico di una poesia di  Ziya Gökalp: – “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette ed i fedeli i nostri soldati“, come politico, è oggi maturo e razionale; ha imparato a vezzeggiare e lusingare, prima la stessa magistratura che lo condannò, poi i vertici delle forze armate, addolcendo a tutti la pillola della ri-islamizzazione della Turchia. Anche in politica estera la linea di Recep Tayyp è andata in controtendenza rispetto ai suoi predecessori, girando le spalle all’Occidente e all’Europa che voleva inglobarla, dialogando sempre più con paesi governati da regimi islamici come l’Iran e la Siria.

Gli occidentali che da anni vivono in Turchia raccontano di una lenta ma progressiva regressione delle libertà personali e di una situazione sempre più tesa; si parla di una polizia tornata alle usanze degli anni sessanta con l’uso quasi sistematico della violenza come mezzo coercitivo e si lamenta una diffusa e crescente corruzione a tutti i livelli. Internet è semi-filtrato e, specie nei contesti extra-urbani la sharìa si sta sistematicamente sostituendo alle leggi dello stato.
Come citato in premessa, a causa di un’articolata inchiesta avviata dalla magistratura di Ankara a danno di numerosi gerarchi militari (molti dei quali politicamente affini al partito di maggioranza), i rapporti tra Governo ed Esercito stanno scricchiolando e i partiti d’opposizione stanno esercitando su quest’ultimo forti pressioni, richiamandolo ai suoi doveri costituzionali. Erdoğan, dal canto suo, sembra non curarsene e calca sempre di più la mano, lasciando intendere agli osservatori di non essere affatto spaventato dallo spettro del golpe militare.
Insomma, il ritratto di una Repubblica che non rispecchia certo quella immaginata e voluta dal suo fondatore e non è certo questa la Turchia che potrebbe entrare in Europa né, tanto meno, la Turchia che può facilitare il dialogo tra occidente e medio-oriente, velocizzando il percorso democratico dei paesi medio-orientali.
Se anche la Turchia di Erdoğan dovesse passare dall’altra parte dello steccato, andando a fare compagnia all’Iran di Ahmadinejad e alla Siria di al-Asad, come dovrà comportarsi l’Occidente? Con chi del mondo islamico sarà possibile instaurare un dialogo? E come?
Un’idea ce l’avrei ma non si può dire in televisione…
Sharìa, portateli via…

Game over

Il titolo, lo so, non è dei migliori ma forse, assieme alla foto, un mezzo sorriso ve lo ha strappato.
Oggi vi parlerò di guerra, di terrorismo e di guerra al terrorismo, lo farò riportando e commentando la vicenda accaduta qualche giorno fa alla Caserma Santa Barbara di Milano.
Lunedì 12 ottobre, ore 7.45, Mohammed Game, libico trentasettenne si presenta di fronte alla Caserma di Piazzale Perrucchetti a Milano, ha con sé una cassetta degli attrezzi contenente 5 kg di esplosivo ed un detonatore artigianale. Fingendo un malore di fronte alla Caserma riesce, soccorso dai militari, ad introdursi all’interno dei cancelli ed  ad innescare la bomba.
Solo un decimo del materiale componente l’ordigno è esploso, dirà il giorno successivo Maroni,  forse a causa di un malfunzionamento del dispositivo, o dell’imperizia dell’improvvisato bombarolo. Risultato: l’attentatore si trova una mano in meno e, forse, non riacquisterà mai più la vista. Ora è ricoverato all’Ospedale Fatebenefratelli. Purtroppo, prima che gli inquirenti abbiano avuto modo di interrogarlo, è stato messo in coma farmacologico. Con un po’ di fortuna non ce la farà.
Il militare che aveva soccorso il maldestro attentatore e gli era vicino al momento della detonazione se l’è cavata con ferite di lieve entità, curate sul posto dal personale del 118.
Da una prima ricostruzione sulla vita di Mohammed Game, è emerso quanto segue:
  • libico, residente in Italia da 10 anni;
  • convivente con un italiana non convertita e 4 figli dei quali 2 non suoi;
  • totalmente disinteressato alla religione fino alla perdita del lavoro, da allora ha incominciato una sporadica frequentazione di ambienti legati al fondamentalismo islamico (moschee);
  • viveva con la famiglia in un appartamento occupato abusivamente nella periferia milanese.
Due mesi prima dell’attentato, Mohammed e la compagna avevano invitato i giornalisti di Cronaca qui, giornale locale low cost, a visitare l’appartamento nel quale vivono abusivamente da 7 anni, lamentandosi, guarda caso, della mancanza di aiuto da parte del Comune di Milano.
Un ritratto, quello di Game, che non collima esattamente con quello del musulmano ultra-ortodosso, capace, pur di danneggiare il Satana occidentale, di immolarsi nel ventre del nemico. Come non ricalca nemmeno il ritratto del ragazzino palestinese in piena pubertà, cresciuto nei campi profughi che disintegra se stesso ed un autobus affollato per riuscire, almeno nel paradiso islamico, a tocciare il “biscottino”.
Come da copione, la moglie, udito l’accaduto, è caduta dalle nuvole ed i vicini lo hanno definito da qualche giorno losco e schivo.
Gli inquirenti che, quando ricevono una telefonata dal Ministero, diventano improvvisamente rapidi ed efficienti, hanno già arrestato un paio di complici e sequestrato parecchio materiale esplosivo. Entro pochi giorni, confido, avremo maggiori dettagli riguardo la vicenda.
Da notare che Game, prima di lasciare una mano sul cortile della Caserma, pare abbia urlato “Via da Kabul” ai militari presenti.

La vicenda è ambigua e mi lascia non poco perplesso. Le meningi, non abituate allo sforzo, mi frullano così forte da darmi il mal di testa. Ecco cos’hanno partorito:

Opzione A

Qualcuno degli amichetti conosciuti in moschea, al corrente della sua situazione economica, lo ha convinto a  commettere il folle gesto promettendo soldi e stabilità economica alla, di lui, famiglia.

Opzione B

Essendo un fallito senza arte né parte e non avendo un cazzo da fare tutto il giorno, si è messo a coltivare la causa dell’anti neo-colonialismo. Il paese in questione, l’Afganistan, non è il suo ma pazienza! Noi musulmani siamo tutti fratelli, tocchi uno di noi, ci tocchi tutti!

In entrambi i casi ed indipendentemente dalle sue convinzioni politiche, una cosa è sicura, è/era un idiota:
  1. come ingegnere (vantava tale qualifica) devi fare davvero pena se non riesci a collegare un detonatore contemporaneamente a più cariche;
  2. gli attentati si fanno alle ore di punta, non alle 7.45 del mattino;
  3. se non vuoi che risalgano ai tuoi complici entro tre quarti d’ora, disfati dei tuoi documenti e dei titoli di viaggio con i quali possono ricostruire i tuoi spostamenti;
  4. che bisogno c’era tenere in mano l’ordigno? Pesava 5 chili! Lanciarlo e scappare no?
Il gesto di Game, anche se goffo e fallimentare, apre nuovi inquietanti scenari sull’intreccio e le conseguenze di due importanti fenomeni come l’immigrazione islamica e la disoccupazione conseguente alla crisi. Per carità, si sa che, anche gli italiani, quando restano senza lavoro possono compiere gesti folli ed azzardati (fingere di non vedere la sbarra del passaggio a livello, indossare il costume da bagno con un masso legato al collo, cospargersi di benzina e giocare con i fiammiferi di fronte all’azienda che ti ha licenziato, votare il centro-sinistra). Tutte opzioni senz’altro discutibili ma comunque generalmente innocue per la collettività.

Con l’islam no! Tutto è diverso! Un problema economico diventa un problema politico che diventa  un problema religioso che diventa un mussulmano diviso in tanti pezzettini distribuiti su un raggio che va 10 a 50 metri e un indice variabile di vittime e danni collaterali. Il centrosinistra come prevede di integrare tali soggetti? Li vuole mischiare ai brigatisti? Comunista combattente/mussulmano dilaniante: – “Marx è grande” Kaboom!!!

Già mi immagino le manifestazioni sindacali con tanto di proteste suicide di fronte alle aziende: – “O ci date l’aumento o dovrete raschiarci via dai muri…”
P.S.
Addosso ai complici del libico, acuti almeno quanto lui, sono state ritrovate anche le ricevute dell’acquisto dell’esplosivo (nitrato di ammonio). Piccolo particolare: mancano 80 kg all’appello. Non so voi, ma io prevedo fuochi d’artificio a breve…

Alla faccia vostra

Ieri la Lega Nord ha presentato un Disegno di Legge la cui approvazione (improbabile) metterebbe la parola “fine” a qualsivoglia ambiguità politica o giudiziaria sulla questione “Burqa, niqab e simili”.

In realtà la Legge italiana è già piuttosto chiara in merito e dispone il divieto, in assenza di una ragionevole motivazione, di coprirsi il volto in pubblico, ostacolando l’identificazione. La Legge è la n. 152 del 1975, nota anche col nome di Legge Reale, dal nome del redattore, l’allora Ministro, Oronzo Reale.
Proprio la questione sulla ragionevole motivazione, inserita per consentire ai cittadini di poter indossare il casco quando si è in moto, la maschera a Carnevale o quella da saldatore, ha permesso alle toghe italiche di pronunciarsi sempre a favore delle diversamente vestite, ritenendo i precetti religiosi islamici una ragionevole motivazione. Leggiamo il testo del disegno di legge leghista che altro non è un emendamento della succitata Legge ma che, nonostante questo, ha suscitato numerose polemiche.

Legge n°152 del 1975 e successive modificazioni.

È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino.

Il contravventore è punito con l’arresto da uno a due anni e con l’ammenda da 1.000 a 2.000 euro. 

Per la contravvenzione di cui al presente articolo è facoltativo l’arresto in flagranza.

Se la proposta di legge dovesse passare, la parte in rosso, tanto cara alla magistratura italiana, sarebbe rimossa.

Si. Tutto qui. Che razzisti quelli della Lega! Vero?

Vediamo le reazioni molto eterogenee e originali della politica italiana:

Fabio Granata (PDL): “L’uso del burqa si supera con politiche, e leggi, di integrazione e cittadinanza, non con il carcere o strappandolo”. Lo dice Fabio Granata, capogruppo Pdl in commissione Cultura. Di tutto c’e’ bisogno tranne che di proposte legislative o gesti che aumentino la conflittualita’ con il variegato mondo islamico, verso il quale solo coltivando rispetto e dialogo favoriremo l’integrazione e isoleremo le spinte fondamentaliste”.

Marta Vincenzi, Sindaco di Genova (PD) è d’accordo. O, meglio, no. Nel senso che è d’accordo a vietare il Burqa ma non per le ragioni della Lega: “Sono d’accordo col divieto di usare il burqa ma non per le motivazioni della Lega dalle quali prendo le distanze. Prima di tutto vengono i diritti delle persone e quindi delle donne a mostrare il loro volto. Un diritto che non può essere negato sulla base di un’ipotetica religione di provenienza. Non mi sfuggono le motivazioni della Lega connesse al tema della sicurezza e non le condivido. Ritengo che prima di tutto debbano essere rispettati i diritti individuali delle persone, che devono essere meglio ribaditi, e quindi dico no al relativismo culturale, al burqa, all’infibulazione e a qualsiasi tipo di mutilazione. Sono in accordo con Emma Bonino sull’argomento e invito i miei compagni di partito a non essere ”timorosi” e auspica che ci siano proposte anche da parte della sinistra. Ho messo ben in chiaro questi concetti nella convenzione firmata con la comunità islamica genovese, che dovrebbe portare alla costruzione della moschea nel capoluogo ligure.”

Donatella Ferranti (PD): “È una norma incostituzionale che lede la libertà religiosa e sono del tutto strumentali i richiami all’ordine pubblico. La verità è che si vuole colpire gli immigrati islamici nel loro intimo. Ma come può una legge parlare di affiliazione religiosa? Le suore sarebbero affiliate? Ma stiamo scherzando? Come si puo’ pensare di modificare una cultura con una norma? L’unico effetto dell’entrata in vigore di questa legge sarebbe quello di segregare in casa le donne islamiche.” Mi sfugge dov’è che la legge parla di religione ma sarà una mia svista. Poi, giustamente, fa osservare che,  sempre per colpa della Lega, queste povere donne, prive del burqa non potranno più uscire di casa.

Alessandra Mussolini (PDL): Manderebbe in galera chi costringe la moglie a indossare il burqa ma è contraria a vietarlo. Vorrei essere sicuro quanto lei sul fatto le donne islamiche, oggetto di soprusi del genere, denunceranno i consorti alle autorità preposte.

Emma Bonino (Radicale in forza PD): “È da tempo immemorabile che sostengo che indossare il burqa o il niqab integrale in pubblico viola non solo le leggi dello Stato in materia di sicurezza, ma soprattutto un concetto base della democrazia e dello Stato di diritto, quello della piena assunzione della responsabilità individuale. Per questo a nessuno è concesso di celare la propria identita’, anche se in nome di usanze tribali. Di questo si tratta e non di Islam, come da anni ci spiega l’Imam Tantawi ed altre alte cariche della sunna islamica, compreso in questi stessi giorni. Cosa c’entri poi il fatto di garantire la libertà religiosa, come affermato da qualche collega del Pd (Marta Vincenzi, vedi sopra) è un mistero”.

Ad aggiungere pittoricità alla vicenda c’è anche il fatto che il burqa (afganistan) e il niqab (arabia) mentre stanno spopolano in Europa, siano ormai demodè nei paesi originari e non pochi intellettuali islamici del posto, che guarda caso sono sempre anche leader religiosi, gli hanno ampiamente “scomunicati”. Si può quindi affermare che un ulteriore ostacolo all’emancipazione della donna islamica sia rappresentato da quella schiera di post-sessantottini e vetero democristiani che, pur di difendere la libertà di religione di qualcuno, sono disposti a privare lo stesso di molte altre libertà.
A proposito di emancipazione, avete visto il tiggì di oggi?
Una quindicenne di origini islamiche si è presentata dai carabinieri perché temeva di fare la stessa fine di Hina e Saana, ora è ospitata in una struttura pubblica e il padre è stato denunciato per maltrattamenti domestici. Suggerisco di integrare il soggetto con il fondo del mediterraneo, scafisti docet.

Una cattiva musulmana

Ci risiamo. È successo ancora. Una ragazza musulmana ha scelto di vivere all’occidentale, con un occidentale. In occidente, da un non occidentale, è stata uccisa. Si chiamava Sanaa, 18 anni, aveva lasciato la casa dei genitori per andare a vivere con il suo ragazzo, un imprenditore trentunenne del luogo. I due convivevano da circa tre mesi e lei lavorava come cameriera nel locale del fidanzato. Il padre della ragazza, un marocchino di 45 anni, non aveva mai accettato la loro relazione, non tanto per i 13 anni di età che separavano i due ragazzi, ma per il fatto che lui non fosse musulmano. Una storia per molti aspetti simile a quella di Hina, la ragazza pachistana, uccisa dal padre con la complicità di alcuni parenti e sepolta nel giardino di casa. Anche Hina aveva scelto di percorrere la propria strada, anche a costo di contravvenire alle usanze e agli obblighi sociali della sua etnia che l’avrebbero voluta moglie del candidato scelto dalla famiglia, un lontano cugino mai conosciuto e ancora residente in Pakistan. Saana, come Hina, aveva trovato il coraggio di ribellarsi ai propri genitori, ai loro medievali retaggi culturali e vivere in libertà la propria vita. Saana come Hina, ha trovato la morte per mano del padre, un “integratissimo” lavoratore, residente regolarmente nel nostro paese da molti anni.
In molti paesi islamici e non solo, combinare i matrimoni è una pratica ancora molto diffusa, tanto comune che le famiglie emigrate in occidente non fanno eccezione. Il modello familiare islamico è tra quelli maggiormente patriarcali; l’intera famiglia, in particolar modo le femmine, è suddita del patriarca e, in alcuni stati islamici, il padre è legalmente legittimato a uccidere la propria prole se essa dovesse disonorare la famiglia o vi si dovesse ribellare. Emigrare in occidente, patria di libertà, opportunità e pluralismo, non aiuta affatto; anzi, spesso le famiglie emigrate e le successive generazioni si dimostrano ancor più conservatrici di chi è rimasto in patria. Si chiama “identità reattiva”: trovarsi in ambienti etnicamente e culturalmente eterogenei, anziché favorire lo scambio interculturale, tende ad accentuare le differenze, ad allontanare i punti di vista, a ingigantire le divisioni. L’islam è una delle principali culture che stiamo importando (o lasciamo esportare) nel nostro territorio e qui, come in altri stati europei, ha ampiamente dimostrato di non voler avere molto a che fare con noi “infedeli”. I matrimoni tra la popolazione nostrana e gli immigrati musulmani (quando non si tratta di meri strumenti per ottenere la cittadinanza) sono piuttosto rari e, quando ciò accade, è quasi sempre l’occidentale a doversi convertire.
Sui quotidiani di oggi ci sono le dichiarazioni di Fatna, la madre di Sanaa (casalinga con quattro figlie) che, imboccata dall’imam di Pordenone ha già perdonato il marito per il suo gesto, ricordando che il marito è sempre stato un buon padre di famiglia e che sulla vicenda anche la vittima aveva la sua parte di responsabilità: “Non era una buona musulmana”.
Come dicevo in questo post “la società democratica è un insieme di individui che si danno regole per la convivenza. L’introduzione in un determinato contesto socio-etno-geo-culturale (scusate il parolone impossibile) di cittadini che hanno diversi valori e una diversa concezione di società non può che modificarne tutti gli equilibri”. So già cosa diranno gli xenomani sulle polemiche/riflessioni innescate sulla vicenda: “è un caso isolato, le violenze domestiche le fanno anche gli italiani, anche gli italiani uccidono, ecc.”; sarà anche vero ma non è questo il punto. Non è l’omicidio la questione, bensì la reazione che l’episodio ha suscitato e nella famiglia e nella comunità musulmana che, ci scommetto, nei corridoi delle moschee mormora: “Quella ragazza se l’è cercata! Servirà da monito a chi delle nostre donne vuole diventare un troia come le occidentali“.
Se tanto mi da tanto, mi chiedo (e spero non essere l’unico) in che direzione la nostra società stia andando, se certe culture siano pronte per quanto abbiamo da condividere con loro, ma soprattutto mi chiedo se il punto di non ritorno l’abbiamo già raggiunto.

Perle ai porci

È di una settimana fa la notizia della nascita di un nuovo motore di ricerca. Si chiama “ImHalal.com” ed è il primo motore di ricerca per l’appunto “halal” (lecito), appositamente studiato per navigatori mussulmani. Il servizio, oltre a indicizzare con attenzione particolare le pagine e le immagini che possono interessare l’utenza fedele ai precetti coranici, è in grado di censurare le pagine che trattano argomenti quali la birra, i suini, il sesso, l’omosessualità e tutti quei termini considerati “haram” (illeciti). In questo modo anche i più rigidi islamici, la cui sola visione di ragazze in bikini, birre, maiali o drag queen causerebbe grossi scompensi esistenziali, potranno usufruire degli infiniti strumenti che internet mette a disposizione. La prossima trovata probabilmente sarà il p2p “halal”, con programmi come emule e bittorrent che escluderanno dai risultati delle ricerche termini o titoli di film considerati inadatti ad un pubblico islamico. Magari nascerà anche l’ihmdb (internet halal movie database) e Halaltube. Persino internet, fino ad oggi indiscusso baluardo globale della libertà di espressione, sta scricchiolando sotto i colpi dell’ottusità mediorientale che, pur di scostarsi dallo stile occidentale, libertino e sacrilego, stravolge tutto, dal costume da bagno al motore di ricerca.

Si metta il cuore in pace chi pensava che la rete globale, assicurando libera informazione a tutto il mondo, avrebbe consentito a certe popolazioni di evolversi.
Dal canto mio, almeno per ora, resto fedele al solo e unico Dio: l’onnipresente e onniscente Google: una divinità che risponde sempre alle mie domande senza volere niente in cambio e che non ha bisogno di affidarsi a ministri e portavoce con buffi cappelli.
Tecnologia portami via.

P.S.
Sono proprio curioso di scoprire se l’ingegno maomettiano sarà in grado di mettere a punto un filtro antispam capace di bloccare quelle frequenti e fastidiose email con cui ti vogliono rifilare il Viagra o il Cialis.

ONU, UDC & Hatù

Vorrei rispondere all’On. Luca Volontè, Parlamentare UDC che dalle pagine de il Resto del Carlino di martedì ha sferrato un duro attacco a diverse agenzie dell’ONU, suggerendo di interompere i finanziamenti all’Organizzazione intergovernativa. Prima di rispondere, per correttezza, riporto integralmente il testo del deputato varesotto:
ONU, SOLDI BUTTATI TRA SESSO E ABORTO. 

Cosa succede all’Onu? Vale ancora la pena stanziare fondi per talune sue Agenzie? Due casi ci inducono a trarre conseguenze draconiane. In questi giorni, a Berlino, l’Organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa dei fondi per le popolazioni (Unfpa), in collaborazione con il governo tedesco ospita le 400 associazioni internazionali che si occupano dei «diritti riproduttivi», riuniti per discutere le strategie per introdurre nelle legislazioni interne di ogni Paese membro dell’Onu e nei documenti delle Organizzazioni Internazionali «la salute sessuale», incluso l’aborto. La conferenza nasce dall’idea di commemorare l’anniversario della Conferenza del Cairo, che aveva tutt’altro scopo. L’Onu, a cui si mandano milioni di euro per sconfiggere la fame nel mondo ed educare alla crescita civile, sociale ed economica, è impegnata a collaborare con le associazioni pro aborto, Ippf in primis, nella speranza che aumentino i fondi per combattere la natalità nei Paesi in via di sviluppo. Meno figli nascono e meno risorse si dovranno chiedere ai contribuenti occidentali, il peggio della teoria razzista di Malthus*. Una tentazione messa ben in chiaro nella recente Veritas in Caritate di Benedetto XVI: il pericolo di un nuovo ‘colonialismo’ che ogni Stato civile dovrebbe combattere, anche a costo di tagliare i propri fondi verso le organizzazioni Onu. In questi stessi giorni, riporta il New York Times, l’Unesco, in collaborazione con la stessa Unfpa, ha pubblicato due guide a fumetti: per insegnare ai bambini dai 5 agli 8 anni le tecniche di masturbazione e, per i ragazzi dai 9 ai 12 anni, prime nozioni su come abortire e procurarsi l’orgasmo. Per i maggiori di 15 anni, invece, è disponibile una guida ‘legale’ al diritto all’aborto. La chiamano educazione sessuale comprensiva, per rendere accessibile l’aborto a tutti i giovani del mondo e renderli sessualmente attivi, la più banale evocazione degli scritti di Marx ed Engels.O l’Onu torna a promuovere i diritti umani e dei fanciulli, oppure è meglio tagliare i fondi a talune Agenzie ormai ridotte a Minculpop della corruzione dei fanciulli e Agitprop dell’aborto.


Ill.mo On. Volontè, io, come lei (ma prima di lei) non sono esattamente un ammiratore dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, l’ho sempre considerata alla stregua di un carrozzone all’italiana applicato su scala globale; una struttura capace principalmente di sperperare i fondi generosamente elargiti dagli stati membri, soprattutto quelli industrializzati come l’Italia. Il numero di agenzie interne è spropositato e, come per ogni carrozzone che si rispetti, è amministrato da politici silurati o trombati messi lì in attesa della pensione. Fatto sta che dopo aver letto il suo commento sulle pagine del quotidiano bolognese, la mia antipatia per l’ONU ha registrato una leggera flessione. A farle storcere il naso, mi sembra di capire, è il fatto che le Nazioni Unite stiano direttamente o indirettamente promuovendo nuove e diverse politiche sociali e demografiche che pare non ricalchino esattamente quelle di matrice cattolica (andate e moltiplicatevi). L’Africa, converrà con me, è una bella gatta da pelare e forse siamo anche d’accordo sul fatto che quanto è stato fatto fino ad oggi per il continente nero ha portato risultati quantomeno deludenti. Personalmente ritengo che l’idea di insegnare ai giovani africani cos’è un preservativo e come si usa, come masturbarsi, cos’è l’aborto e quali sono le conseguenze di una gravidanza non pianificata è essenzialmente educazione sessuale; la stessa educazione sessuale della quale il sottoscritto ha potuto godere durante l’ultimo anno delle scuole medie (Salesiani). La storia che toccandosi si diventa ciechi, si deve rassegnare, non ha mai funziononato molto come deterrente, soprattutto in Africa. Inoltre, istruendo la popolazione africana daremo modo al libero arbitrio (una volta tanto caro al cristianesimo, oggi anticamera dell’eresia relativista) di consentire o impedire la nascita di un bambino povero e sieropositivo che avrà TANTO bisogno di cibo e costose medicine in modo da poter crescere a sufficienza per poter generare altri bambini, altrettanto poveri e seriopositivi, sfamati, come al solito, dal senso di colpa occidentale che non si decide a mettere in soffitta lo scheletro colonialista che ha nell’armadio.
Detto questo mi pongo una domanda: ai cristiani (i dirigenti s’intende) sta realmente a cuore l’Africa?
Se sì per quale motivo?
Spremendomi le meningi sono giunto a questa conclusione, magari è un po’ azzardata, magari è anche errata ma, le assicuro, intellettualmente onesta:

La Chiesa non sa cosa farsene di tutti questi cristiani fai da te che credono in Dio ma non nella Chiesa, che non vanno a Messa la domenica, che fanno sesso prima del matrimonio, che usano il preservativo e che si dimenticano di dare l’8 per mille alla Chiesa Cattolica. Per essa sono inutili, un sottoprodotto dello sviluppo sociale, economico e culturale che annebbia le coscienze, ecc. Ecco quindi che l’Africa, terra dimenticata da Dio, funge oggi da serbatoio di riserva per potenziali nuovi credenti; e se prima il continente africano era la scacchiera delle superpotenze colonialiste, oggi è la scacchiera delle superpotenze confessionali (Islam e Cristianesimo) che, grazie all’arretratezza culturale e alla miseria dei  suoi popoli, rappresenta un importantissimo e strategico bacino demografico, troppo appetitoso per lasciarselo strappare via dal buon senso e dalla logica. Perché lo scopo non è mai stato quello di salvare delle vite innocenti, bensì quello di salvare delle anime.

Non importa se sei vivo o morto, l’importante è che tu sia cristiano.

Volontè, la prego di trovare il tempo di rispondermi, pubblicherò integralmente ogni suo commento o osservazione.

* Le teorie di Malthus sono senz’altro discutibili ma cosa c’entra il razzismo?

Relativismo alimentare

L’Italia, come la maggior parte dei paesi europei, è dodata di una rigidissima e articolata normativa in materia di produzione, conservazione e distribuzione alimentare. Aprire un ristorante o un’azienda di lavorazione alimentare non è cosa facile e, oltre a  dover possedere specifici strumenti e macchinari, è necessario rispettare procedure ben precise; le pene per chi le viola, a differenza di omicidi e stupri, sono severe e vengono applicate con rigore. Per quanto riguarda, ad esempio, la carne, ci sono un’infinità di regole su come e dove deve nascere e crescere l’animale, cosa può o non può mangiare, come si può abbattere, macellare, distribuire e vendere. Per l’argomento che voglio trattare in questo post, parleremo principalmente di abbattimento.
Dato che gli animali possono, come gli umani, provare dolore fisico, i movimenti animalisti fin dagli anni 60 hanno esercitato forti pressioni sui legislatori al fine di promuove procedure di macellazione rispettose dell’animale e che ne limitassero le sofferenze prima di spirare.
Quindi per uccidere un vitello, un maiale o una capra si deve, obligatoriamente, ricorrere a una delle seguenti procedure: pistola a proiettile captivo o libero, commozione cerebrale, elettronarcosi, biossido di carbonio, elettrocuzione, esposizione a biossido di carbonio. Sappiamo bene che in ambienti rurali e privati, quando si ammazza il maiale, questi obblighi non vengono sempre rispettati ma eseguire i controlli su queste pratiche è pressoché impossibile.

Sempre in tema di normativa, vi ricordate chi è Pisanu? Per chi no, Pisanu è stato il Ministro dell’Interno durante il secondo e il terzo Governo Berlusconi (2001-2006) e si accorse, che le prassi di macellazione islamica e ebraica erano ben lungi dal rispetto della vigente normativa. Fu così che il caro Ministro sardo, s’inventò la cosiddetta deroga per Macellazione rituale, autorizzando, di fatto, ogni tipo di atrocità e tortura sugli animali se.

Provate a immaginare quanti macelli, potendosi appellare a questa deroga, indipendentemente dal tipo di macellazione eseguita, possono risparmiarsi un sacco di fastidiose operazioni utili solo al risparmiare sofferenze all’animale. Pisanu, da buon democristiano, non si è smentito, permettendo ai dettami religiosi (tra l’altro neanche cristiani) di surclassare le leggi dello stato.
Vediamo ora come si pratica la macellazione rituale islamica, detta anche macellazione Halal:
  1. l’uccisione halal deve essere essere fatta in locali, con utensili e personale separati da quelli impiegati per l’uccisione non halal;
  2. il macellatore deve essere un mussulmano adulto, maschio, sano di mente e deve conoscere tutti i precetti religiosi islamici;
  3. gli animali devono essere halal (leciti, permessi) e devono poter essere consumati da un mussulmano senza commettere peccato;
  4. gli animali devono essere consci di morire e lucidi durante l’uccisione;
  5. l’uccisione deve avvenire tramite sgozzamento (recisione di trachea esofago) e l’animale deve morire lentamente dissanguato (circa 10 minuti);
  6. se qualcosa va storto la carcassa deve essere scartata.

Nonostante la legge venga loro incontro la macellazione dovrebbe avvenire all’interno di macelli autorizzati ma la maggior parte delle uccisioni e le successive lavorazioni avvengono spesso all’interno dei cortili o degli appartamenti. Molti credono, (finché non sentono una capra strillare nelle cantine condominiali), che questi metodi di macellazione siano praticati principalmente nei paesi islamici ma non è così; grazie ai numerosi immigrati di origine mussulmana è ormai diventata una prassi anche da noi. Così comune che qualche anno fa il comandante della Polizia Municipale di Reggio Emilia emise una circolare con la quale diffidava i subordinati dal perseguire queste pratiche. L’On. Angelo Alessandri, deputato reggiano del Carroccio, prima di presentare un progetto di legge che vieta tali barbarie, presentò un’interrogazione parlamentare e un’esposto alla Procura sull’accaduto. Alla rapidissima giustizia italiana l’ardua sentenza.

Per fortuna Pisanu è stato silurato dal Premier e il governo Prodi è durato pochino altrimenti, oltre non poter mangiare il maiale alle mense scolastiche, in Italia sarebbe diventata legale persino l’infibulazione femminile.
P.S.
Per i passionari del Kebab, ricordo che è realizzato tramite macellazione rituale Halal con tanto di certificato.

Fuori uno

Per farsi un idea di dove i flussi migratori stiano conducendo l’Occidente, Europa in primis, è sufficiente scattare una foto del Regno Unito. Il Paese che ha dato i natali a grandi pensatori, lo stesso che per primo ha affrontato la rivoluzione industriale, il paese che, in assoluto, ha collezionato il maggior numero di colonie, quello che ha gettato le fondamenta di ciò che oggi chiamiamo Stati Uniti. Confermando di essere sempre un passo avanti rispetto agli altri paesi europei, l’Inghiltera è oggi l’emblema della società multiculturale. La Nazione d’oltre Manica, infatti, contava, già nel 2001, ben 1.600.000 mussulmani e 900.000 tra induisti e sikh e, salvo qualche bomba sui mezzi pubblici della capitale, è sempre riuscita a mantenere la pace sociale tra la popolozione autoctona e le new entry. Poco importa se, per poter giovare e godere di una società dai mille colori e dai mille costumi, è stato necessario scendere a compromessi, sacrificando alcune libertà e conquiste sociali ottenute dai loro antenati Ed ecco, lo stesso paese di Piccadilly Circus dove chiunque può mettersi in piedi su una cassetta di legno e dichiarare quello che vuole (anche che la Regina è una zoccola), rifiuta l’ingresso a Geert Wilders, parlamentare olandese e leader del secondo partito dei Paesi Bassi. Una decisione, quella del Ministero degli Interni britannico, assai discutibile per alcuni ma, a mio avviso, sensata. L’Amministrazione inglese si è, infatti, accorta che in tema di immigrazione la frittata è fatta e, siccome rivivere un incubo come quello degli attentati a Londra farebbe perdere a Brown e la sua clack un sacco di consensi, si è preferito assecondare e vezzeggiare i capricci della minoranza (per ora) islamica.
Puramente economiche sono, invece, state le ragioni che hanno portato la Scozia a restituire alla Libia il terrorista che nel 1988 pianificò l’attentato di Lockerbie, costato la vita a 243 passeggeri, del volo Pan Am 103, ai 16 membri dell’equipaggio e a 11 persone a cui il relitto del velivolo è caduto in testa. Si dovette aspettare 11 anni per convincere la Libia, a suon di sanzioni, a consegnare i responsabili (007 libici) che da ieri, in cambio di una goccia di petrolio, sono potuti rientrare a Tripoli da eroi nazionali. Suggerisco a Brown, evidentemente a corto di liquidi, che l’India o la Cina sarebbero felici di pagare cifre astronomiche in cambio della Regina Elisabetta (viva o morta).
Questi sono solo gli ennesimi esempi di come l’Europa stia, in cambio delle briciole, ipotecando la propria dignità e la propria memoria.
L’inghilterra è già persa, poi sarà la volta della Francia e, se Wilders fallisce, dell’Olanda; l’Italia seguirà a ruota.

Due pesi, due misure

Quando ci si lamenta della faziosità dei giudici italiani sembra di fare eco alle dichiarazioni del Cavaliere che, a torto o a ragione, incolpa di ogni problema la stampa e la magistratura di sinistra. Silvio, si sa, non è molto bravo ad argomentare le proprie posizioni, resta che, di solito, ci prende. Io non ho certo le doti dell’Affarista di Arcore, come sono soliti chiamarlo certi giornalisti, ma proverò a verificare se, almeno per quanto riguarda le toghe, il premier ha ragione o meno.
A tal proposito ho preso in esame due casi piuttosto noti:
quello che ha visto in azione il GUP (Giudice per l’Udienza Preliminare) Clementina Forleo e il processo dei tre nordafricani accusati di terrorismo, l’altro riguarda, invece, il PM (Pubblico Ministero) Guido Papalia e i Serenissimi.

I tunisini Maher Boujahia e Ali Toumi e il marocchino Mohamed Daki
vennero arrestati nel 2003 con l’accusa di Associazione a delinquire finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e Associazione sovversiva finalizzata alla Terrorismo internazionale oltre ad altri reati “minori” come ricettazione, e falsificazione di documenti. I tre, secondo gli inquirenti, erano membri di una cellula terroristica che si occupava di reclutamento, raccolta fondi e pianificazione di attentati terroristici in Iraq e Afganistan. La Forleo, con la sua sentenza del gennaio 2005, rivide l’accusa principale di Associazione sovversiva finalizzata alla Terrorismo internazionale derublicandola in associazione sovversiva finalizzata alla guerriglia armata, cavillo legale che ha comportato una sensibile riduzione della pena e la conseguente scarcerazione dei tre. Otto mesi dopo la Corte d’Appello confermò la clamorosa assoluzione.
A quel punto il Ministro dell’Interno, Pisanu, disarmato e irritato per quanto disposto dai giudici, dispose l’espulsione coatta dei tre islamici; spiegando che, anche se per la magistratura i tre soggetti non erano pericolosi, c’erano elementi sufficienti per poterli espellere dal Paese. Per fortuna (visto l’andazzo, chiamamola così) nel 2007 la seconda corte d’Assise d’Appello annullò le precedenti sentenze, riconfermando l’accusa di terrorismo e condannando Daki a 4 anni e gli altri due imputati a 6 anni.
I tre mussulmani, che dopo le prime due sentenze, gridarono in aula “Viva la Giustizia italiana” hanno reagito male alla terza e, tramite i loro avvocati, hanno dichiarato che la Sentenza era stata fabbricata dalla Procura. Eh sì, lo hanno fatto per bocca dei loro legali, perché i tre terroristi (ora li possiamo chiamare così senza rischiare denuncie per diffamazione) sono nei rispettivi paesi d’origine, in piena libertà. Qualche anno dopo la carriera della Forleo, fino ad allora molto promettente e in costante ascesa, subì un forte arresto. La togata, infatti, si è fatta autogol volendo, ingenuamente, inquisire Fassino, D’Alema & Co. nel caso “UNIPOL”. Non credo che sentiremo parlare molto di lei nel futuro.
Analizziamo adesso il caso che vide al lavoro il Pubblico Ministero Giudo Papalia.
I Serenissimi, così furono rinominati dalla stampa, erano un gruppetto di nostalgici della Repubblica di Venezia, di cui volevano la restaurazione.
La notte tra l’8 e il 9 maggio del 1997 i Serenissimi, partiti dal padovano, fecero irruzione, con l’ausilio di un autocarro camuffato da blindato, in piazza San Marco e, mentre alcuni tenevano “sotto tiro” la piazza con il carro, gli altri si introdussero sul campanile, interferendo sulle trasmissioni televisive e issando la storica bandiera della Repubblica di Venezia.
Il gesto era puramente dimostrativo, il carro era palesemente inoffensivo e l’unica arma imbracciata dai dimostranti, oltre a risalire alla seconda guerra mondiale, era priva di munizioni.
I Giudici italiani, su richiesta del PM Guido Papalia e su pressioni dello Stato inflissero ai Serenissimi pene durissime:
Antonio Barisan: 6 anni; Gilberto Buson: 6 anni; Flavio Contin: 6 anni; Fausto Faccia: 6 anni; Cristian Contini: 4 anni e 9 mesi; Luca Peron: 4 anni e 9 mesi; Andrea Viviani: 4 anni e 9 mesi; Moreno Menini: 4 anni e 9 mesi; Luigi Faccia: 5 anni e 3 mesi (non partecipò all’azione, ma ne fu ritenuto l’ideologo); Giuseppe Segato: 3 anni e 7 mesi (non partecipò all’azione, ma ne fu ritenuto l’ideologo);

In più di un occasione è stata chiesta, inutilmente, la Grazia per Luigi Faccia, ma nel 2000 l’allora Ministro della Giustizia, Piero Fassino (PD) blocco l’iter, ci riprovarono con la legislatura successiva, dove il Ministro della Giustizia era il leghista Roberto Castelli ma l’ultima parola spettava al Presidente della Repubblica, il Compagno Carlo Azelio Ciampi, che, naturalmente, rifiutò di firmarla.

Ricapitolando:
  • rubi, ricetti, falsifichi documenti, lucri sull’immigrazione clandestina, organizzi e finanzi il terrorismo internazionale, reclutando aspiranti attentatori: ti condannano da 4 a 6 anni (pene che non verranno mai scontate)
  • organizzi un azione politica dimostrativa, non ferisci nessuno, ti condannano da 3 anni a 7 mesi a 6 anni (pene scontate)

Non importa di che partito sei, non importa cosa pensi dei Serenissimi o dei terroristi islamici: questa non la puoi chiamare giustizia.