saana

Una cattiva musulmana

Ci risiamo. È successo ancora. Una ragazza musulmana ha scelto di vivere all’occidentale, con un occidentale. In occidente, da un non occidentale, è stata uccisa. Si chiamava Sanaa, 18 anni, aveva lasciato la casa dei genitori per andare a vivere con il suo ragazzo, un imprenditore trentunenne del luogo. I due convivevano da circa tre mesi e lei lavorava come cameriera nel locale del fidanzato. Il padre della ragazza, un marocchino di 45 anni, non aveva mai accettato la loro relazione, non tanto per i 13 anni di età che separavano i due ragazzi, ma per il fatto che lui non fosse musulmano. Una storia per molti aspetti simile a quella di Hina, la ragazza pachistana, uccisa dal padre con la complicità di alcuni parenti e sepolta nel giardino di casa. Anche Hina aveva scelto di percorrere la propria strada, anche a costo di contravvenire alle usanze e agli obblighi sociali della sua etnia che l’avrebbero voluta moglie del candidato scelto dalla famiglia, un lontano cugino mai conosciuto e ancora residente in Pakistan. Saana, come Hina, aveva trovato il coraggio di ribellarsi ai propri genitori, ai loro medievali retaggi culturali e vivere in libertà la propria vita. Saana come Hina, ha trovato la morte per mano del padre, un “integratissimo” lavoratore, residente regolarmente nel nostro paese da molti anni.
In molti paesi islamici e non solo, combinare i matrimoni è una pratica ancora molto diffusa, tanto comune che le famiglie emigrate in occidente non fanno eccezione. Il modello familiare islamico è tra quelli maggiormente patriarcali; l’intera famiglia, in particolar modo le femmine, è suddita del patriarca e, in alcuni stati islamici, il padre è legalmente legittimato a uccidere la propria prole se essa dovesse disonorare la famiglia o vi si dovesse ribellare. Emigrare in occidente, patria di libertà, opportunità e pluralismo, non aiuta affatto; anzi, spesso le famiglie emigrate e le successive generazioni si dimostrano ancor più conservatrici di chi è rimasto in patria. Si chiama “identità reattiva”: trovarsi in ambienti etnicamente e culturalmente eterogenei, anziché favorire lo scambio interculturale, tende ad accentuare le differenze, ad allontanare i punti di vista, a ingigantire le divisioni. L’islam è una delle principali culture che stiamo importando (o lasciamo esportare) nel nostro territorio e qui, come in altri stati europei, ha ampiamente dimostrato di non voler avere molto a che fare con noi “infedeli”. I matrimoni tra la popolazione nostrana e gli immigrati musulmani (quando non si tratta di meri strumenti per ottenere la cittadinanza) sono piuttosto rari e, quando ciò accade, è quasi sempre l’occidentale a doversi convertire.
Sui quotidiani di oggi ci sono le dichiarazioni di Fatna, la madre di Sanaa (casalinga con quattro figlie) che, imboccata dall’imam di Pordenone ha già perdonato il marito per il suo gesto, ricordando che il marito è sempre stato un buon padre di famiglia e che sulla vicenda anche la vittima aveva la sua parte di responsabilità: “Non era una buona musulmana”.
Come dicevo in questo post “la società democratica è un insieme di individui che si danno regole per la convivenza. L’introduzione in un determinato contesto socio-etno-geo-culturale (scusate il parolone impossibile) di cittadini che hanno diversi valori e una diversa concezione di società non può che modificarne tutti gli equilibri”. So già cosa diranno gli xenomani sulle polemiche/riflessioni innescate sulla vicenda: “è un caso isolato, le violenze domestiche le fanno anche gli italiani, anche gli italiani uccidono, ecc.”; sarà anche vero ma non è questo il punto. Non è l’omicidio la questione, bensì la reazione che l’episodio ha suscitato e nella famiglia e nella comunità musulmana che, ci scommetto, nei corridoi delle moschee mormora: “Quella ragazza se l’è cercata! Servirà da monito a chi delle nostre donne vuole diventare un troia come le occidentali“.
Se tanto mi da tanto, mi chiedo (e spero non essere l’unico) in che direzione la nostra società stia andando, se certe culture siano pronte per quanto abbiamo da condividere con loro, ma soprattutto mi chiedo se il punto di non ritorno l’abbiamo già raggiunto.

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