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Bosco (LN): Anche l’Emilia-Romagna blocchi i sussidi agli immigrati. Fermiamo le “sanguisughe del welfare”

Con una sentenza storica, la Corte Europea ha sancito la possibilità per gli stati membri di rifiutare i sussidi ai cittadini di stati diversi.

Un welfare generoso e aperto a tutti come quello italiano, attrae troppi fannulloni dall’estero, In tempi di crisi, bloccare i sussidi agli stranieri (comunitari o extracomunitari) diventa, quindi, un obbligo etico prima ancora che economico. Troppi cittadini vivono, infatti, sotto la soglia di povertà. Ogni euro speso per un disoccupato d’importazione è un euro tolto a chi, per anni ha versato e, nel momento del bisogno potrebbe vedersi negati gli aiuti sociali.

1-acer

Nuovo video di Bosco (LN) su occupazioni: “Situazione fuori controllo. Servono nuove leggi a tutela dei proprietari”

Quando si tratta di sgomberi, – dichiara Umberto Bosco, candidato consigliere regionale per la Lega Nord – la magistratura è troppo lenta e inefficace. Complice una normativa troppo tenera,  oggi servono mesi, se non anni, per tornare in possesso di uno stabile occupato e le punizioni per i prepotenti sono semplicemente ridicole. Dietro una casa lasciata sfitta – ricorda l’esponente del Carroccio bolognese – non c’è sempre la speculazione di un palazzinaro senza scrupoli bensì la giustificata paura di piccoli proprietari che troppe volte si sono ritrovati vessati da inquilini che, ben istruiti sulle leggi, hanno smesso di pagare. Non bisogna dimenticare che l’affitto di una casa ereditata è spesso l’unica fonte di reddito per molti cittadini. Leggi ingiuste che tutelano solo gli inquilini e mai i proprietari sono,  assieme alla crisi economica, i principali responsabili dell’emergenza abitativa. Servono nuove leggi in grado di offrire maggiori garanzie ai proprietari.  Solo così le migliaia di appartamenti oggi vuoti torneranno disponibili sul mercato con canoni ovviamente molto più accessibili.

Allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica e la politica, – conclude Bosco – ho realizzato un altro video satirico sulle occupazioni con il quale scimmiotto i personaggi del collettivo Labas

Umberto Bosco

Candidato consigliere regionale per la Lega Nord
umberto.bosco@gmail.com

10 (buone) ragioni per non costruire la moschea a Milano

Il Coordinamento delle Associazioni islamiche di Milano Monza e Brianza (CAIM) ha avviato una simpatica e accattivante campagna con la quale vuole sollecitare la Giunta milanese del Sindaco Pisapia ad autorizzare la costruzione di una grande moschea a Milano in vista ed entro l’EXPO 2015. L’accorato appello di questi giovani fa leva  sull’esempio di convivenza multiculturale che Milano rappresenterebbe oggi, sul fatto che a chiederlo sono anche cittadini milanesi, sul fatto che una moschea serve ma, soprattutto, sul fatto che si tratta di un diritto. Un video ben realizzato, che smuove i cuori, appellandosi al senso di equità e giustizia che contraddistingue tutti (o quasi) i cittadini milanesi.

Vorrei comunque elencare alcune (buone) ragioni per le quali la Giunta milanese non dovrebbe assecondare il CAIM. Continue reading 10 (buone) ragioni per non costruire la moschea a Milano

Maestre e buoi…

La Gelmini, taglio subito la testa al toro bue, non mi piace, sembra una di quelle maestrine zitelle e frustrate che insegnano ai salesiani e che hanno fatto voto di castità (il fatto che nessuno se le fili aiuta parecchio!). Fortunatamente, nonostante il suo indiscutibile impegno come membro dell’esecutivo, la ritengo troppo incapace per operare peggio della Moratti ma un po’ di cazzate le ha già fatte e la Lega, anche se non lo fa notare, si è rotta e non poco di un Ministro della Pubblica Istruzione che si comporta come il Ministro di quella Privata (in entrambi i sensi).

Questa premessa per introdurre l’argomento di oggi: le graduatorie regionali degli insegnanti.

Il nostro paese ha moltissimi docenti, decisamente troppi e le facoltà universitarie continuano a sfornare laureati in Lettere, Storia, Filosofia e Scienze Politiche i quali, citando un celebre detto, non sapendo “fare” vanno a “insegnare” o, almeno, ci provano. Se alla ricetta aggiungi gli altri ingredienti, cioè il garantismo italico che vede la sua massima espressione nel pubblico impiego e il fatto che molti dei sopraccitati laureati provengano dal meridione, la frittata e pronta. Il nome di questo piatto è “Squola itagliana”. Dall’ultima vera riforma della scuola, quella di Gentile, tutte le successive, indipendentemente dal colore politico del Ministro di turno, hanno, infatti, avuto il solo scopo di sistemare un numero di insegnanti in costante crescita indipendentemente dal numero di allievi che, specie negli ultimi anni è in forte flessione.


A causa del rapporto oramai insostenibile tra numero di docenti e numero di alunni, era inevitabile la creazione di un sottoprecariato di aspiranti insegnanti che, pur di arrivare all’incarico di ruolo (manco fosse il paradiso islamico), affrontano le dodici fatiche di Ercole (leggasi Provveditorato). Vi risparmio i dettagli burocratici su come funzionano le logiche di assegnazione degli incarichi riducendo il tutto ad una schematica sintesi.

Insegnanti abilitati (di ruolo) – sono nel sistema e, cascasse il mondo, ci resteranno fino alla pensione/morte.
Insegnanti di Terza Fascia – eterni precari, fanno le supplenze e coprono i posti vacanti.

Le graduatorie vengono riempite dapprima dagli insegnanti di ruolo (abilitati), in coda quelli di terza fascia che si occupano principalmente di supplenze annuali e non. Le graduatorie sono o, meglio, erano di tipo provinciale, cioè i docenti abilitati sceglievano una provincia e la relativa graduatoria. Il casino è sorto quanto il Ministro ha pensato di aumentare da uno a quattro il numero di graduatorie provinciali alle quali era possibile iscriversi specificando però che in quelle accessorie gli insegnanti sarebbero stati inseriti in coda alla graduatoria. Questo provvedimento, seppur concepito con le migliori intenzioni ha avuto negative ripercussioni sui docenti di terza fascia, i quali, anche se precari, rimediavano quasi sempre un incarico annuale.

Come da manuale, quando il centrodestra non lavora abbastanza male arriva sempre il centrosinistra (leggasi Magistratura) ad aggiustare il tiro. Una sentenza del TAR del Lazio ha, infatti, accolto il ricorso presentato da un manipolo d’insegnanti meridionali e dal rispettivo sindacato. Il Giudice ha ritenuto l’inserimento in coda degli insegnanti nientepopodimeno che “anticostituzionale”, disponendo l’inserimento a pettine degli stessi. Il risultato è stato che, a finire in fondo alla lista assieme ai precari, ci si ritrovassero anche i docenti di ruolo che per anni primeggiavano nelle graduatorie della propria provincia. In teoria la sentenza è meritocratica (il punteggio è definito dall’anzianità di servizio e dai risultati conseguiti negli esami universitari e di abilitazione), in pratica è l’esatto contrario. Un 110 e lode preso alla Bocconi o in una qualsiasi Università centro-settentrionale non è in alcun modo paragonabile al medesimo voto preso nell’ateneo di Bari o Reggio Calabria, idem vale per gli Esami di Stato e Pubblici. Inoltre, molte scuole private (specie al sud) vendono ai docenti false certificazioni di anzianità di servizio o, peggio, li sfruttano per anni sottopagandoli.

In sintesi, il mix Gelmini-Magistratura ha messo ancor più confusione e problemi ad un settore che ne era già saturo; al Carroccio ora il compito di raddrizzare le cose ed ecco che nascono (politicamente) le Graduatorie regionali: gli insegnanti potranno, di conseguenza, iscriversi solo nelle graduatorie della Regione nella quale risiedono.
Se la cosa andrà in porto, smetteremo di assistere a spettacoli indegni dove docenti provenienti da Canicattì (quando non si danno malati per un anno intero) insegnano ai nostri giovani una lingua, l’Italiano, che loro stessi non sono in grado di parlare o, peggio ancora, la storia della nostra terra, il tutto soffiando il posto ad un collega settentrionale penalizzato dalla selettività meritocratica.

Come dal titolo, “Maestre e buoi dei paesi tuoi

Definizioni e previsioni

Lo scenario politico italiano è oggi molto instabile. Prima di essere completamente stravolto per l’ennesima volta facciamo un’istantanea dei principali movimenti politici tornando indietro di qualche giorno.
Partito Democratico
Anagraficamente, un bambino della Politica, è nato prematuro e con numerose malformazioni. D’altronde, cosa ti aspetti quando fai accoppiare comunisti e democristiani, storici nemici per quasi quarant’anni. Fin dalla sua nascita è in costante calo di consensi e ha trascinato con se il resto della sinistra italiana. Ha uno Statuto da Bar dello Sport e non ha una linea politica unitaria. Grosso modo è organizzato così:

  1. il Segretario nazionale è eletto con metodo maggioritario da tutti (tesserati, non tesserati, tesserati di un altro partito, minorenni)
  2. una volta eletto, tutti a remargli contro, finché non si dimette e avanti il prossimo.

Popolo della Libertà
Se il PD è il frutto di un accoppiamento impossibile, il PDL è un matrimonio combinato per interesse. Più che un partito, è un Fan Club. Non c’è un linea politica, se non quella del Presidentissimo alla quale tutti devono diligentemente allinearsi, per questa ragione e per salvare le apparenze si definiscono “moderati” ma in sostanza non sono né carne, né pesce. Ogni dissenso interno, nei rari casi in cui si manifesta, viene messo a tacere con le buone o con le cattive. I movimenti politici che hanno contribuito a fondarlo hanno perso identità, diventando gli schiacciabottoni di questa o quella lobby. Qualche esempio: Capezzone e Della Vedova che prendono le difese del Vaticano. I recenti problemi con Fini, senza voler parteggiare per lui (ci mancherebbe altro), confermano quanto sopra esposto. Ricapitolando il PDL di forte ha solo il Re, non c’è nessuna Corte o Esercito, solo giullari.
Italia dei Valori con Di Pietro
Un partito definibile con una semplice equazione matematica [Berlusconi * (-1/10)]. In pratica gli tocca un decimo dei voti rispetto al suo avversario politico e, nonostante l’emorragia di voti del PD, non riesce a intercettarne molti. Dopo tutto un partito giustizialista guidato da politici meridionali non può fare molta strada.
Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro
La matematica dimostrazione della svolta e del consolidamento bipolarista italiano. Fino a qualche giorno fa rappresentava un problema trascurabile ma, dopo i numeri di Fini, tutto torna in discussione. Più avanti vedremo perché.
Lega Nord per l’Indipendenza della Padania
In assoluto la forza con il rapporto voti/influenza migliore. Zero polemiche interne, giù a testa e bassa e lavorare o col cavolo che i padani li rivotano. Pragmatismo ed efficienza, le parole d’ordine. L’unico partito che, per ora, non risponde a nessuna lobby. Un Re, Umberto Bossi, capace e di governare e farsi amare, una Corte affidabile e fedelissima e un radicamento territoriale che ricorda il PCI dei tempi d’oro. Il tutto supportato da un Esercito molto ben organizzato (Presidenti di Regione, Sindaci e Assessori) che lavorano bene e si fanno amare dalla plebaglia.
IPOTESI SUL FUTURO
Azzardiamo adesso qualche ipotesi.
Fini, oggettivamente, rappresenta la più importante incognita politica della Seconda Repubblica. Per farci un’idea di chi è Fini e prevedere il suo comportamento dobbiamo ripercorrere la sua storia politica. Lo stesso Fini, che oggi chiede a gran voce il congresso nazionale, deve la propria carriera proprio al rovesciamento di un congresso. Nel lontano 1977 l’attuale Presidente della Camera, all’epoca tirapiedi di Almirante, Segretario del Movimento Sociale Italiano, si candida alla guida del Fronte della Gioventù, competizione dove si classifica solo quinto (su sette); Almirante, però, rovescia il risultato del congresso nominandolo Segretario Nazionale, segnando così l’inizio di una delle carriere politiche più interessanti e controverse del nostro paese. Fini acquisisce sempre più potere all’interno del Movimento e viene indicato da Almirante come suo successore. Almirante morirà nel 1988, un anno dopo aver fatto eleggere il suo delfino Segretario Nazionale. L’inizio non è dei migliori, il neo-segretario Fini resterà in carica solo due anni, sarà, infatti, scalzato da Rauti nel Congresso di Rimini del 1990. Rauti però non ha la stoffa del Segretario Nazionale e, dopo un risultato decisamente deludente alle Amministrative siciliane, viene sfiduciato dal Comitato centrale che restituisce a Gianfranco il ruolo di Segretario. Cinque anni dopo Fini scioglie l’MSI per fondare Alleanza Nazionale, partito nel quale si ritaglia il ruolo di Presidente. Dopo 12 anni alla guida di AN e la bellezza di zero congressi nazionali, viene sciolta anche AN che, assieme a Forza Italia e altri partiti minori, si fonde nel Popolo della Libertà. Fini di primo acchito non vede di buon occhio la richiesta/pretesa di Berlusconi di confluire nel partito unico affermando pubblicamente di non essere in vendita; allora Silvio si compra Storace, esponente di spicco di AN, il quale fonda La Destra che destabilizza il partito di Fini, portando via numerosi esponenti ed eletti. Una volta sceso sotto il dieci percento di consensi, Fini è costretto da arrendersi, svendendo se stesso e il suo Partito a Berlusconi. Nelle Politiche del 2008 FI e AN si presentano sotto il simbolo unico del PDL che però formalmente nascerà solo qualche mese più tardi. Gianfranco che tutto è tranne che stupido, rifiuterà incarichi all’interno dell’Esecutivo, ritagliandosi un ruolo istituzionale di garanzia, la Presidenza della Camera. Le ragioni sono di facile comprensione: l’ex leader di AN è conscio di avere sempre meno spazio politico, da una parte c’è la forte e indiscussa leadership di Berlusconi cbe gli fa ombra e dall’altra il pragmatismo e la capacità della  Lega di intercettare gli umori dei cittadini. Come assicurarsi, allora, un futuro politico?

  1. rimanendo fuori dal Governo così nessuno lo può accusare di complicità nelle maialate dell’Esecutivo;
  2. facendo sempre il bastian contrario in modo da intercettare le simpatie sia di chi a centro destra non ama Berlusconi, sia di chi a sinistra è stanco di votare a sinistra (e sono parecchi), sia di chi a destra, centro e sinistra non apprezza il lavoro del Governo;

Dopo questa interminabile ma necessaria premessa veniamo alle previsioni, disposte in ordini di probabilità:

  1. Entro 6 mesi, massimo un anno, Fini e una ventina tra deputati e senatori lasceranno il PDL, unendosi a Casini, Rutelli e Montezemolo e fondando un grande partito centralista di centro,  segretamente finanziato da Stati Uniti e Vaticano che rimarrà dormiente fino alla morte fisica e/o politica di Berlusconi. Nel frattempo i rapporti tra Lega e Berlusconi si consolideranno e il Movimento di Bossi diventerà sempre più forte. Purtoppo o per fortuna (a seconda dei punti di vista) prima dell’approvazione delle riforme costituzionali in chiave federalista tanto volute dal Carroccio, qualcosa di grave accadrà facendo ripiombare l’Italia nella Prima Repubblica.
  2. A Fini non “entra la scala”, i suoi lo sfanculano all’istante e lui si ritroverà a vagare solo e abbandonato nel Gruppo Misto alla Camera assieme a Guzzanti che gli darà del Bolscevico, Montezemolo tornerà a fare l’imprenditore, Casini il democristiano dal 4% e Rutelli il fotomodello. La Lega porterà a casa il federalismo, quello vero ed esprimerà un candidato Presidente del Consiglio. A Silvio toccherà il Colle e passerà tutte le vacanze assieme al suo caro amico Putin. 

Cappotto

Che dire del risultato delle elezioni regionali senza sembrare ovvi e ripetitivi?
Non ne ho idea, quindi temo che sarò ovvio e ripetitivo.
Sconfitti:

Il Partito Democratico si conferma vincitore nelle regioni storicamente rosse anche se ne esce complessivamente a pezzi. Molto bene in Toscana dove il candidato si aggiudica quasi il 60%, rossa anche l’Emilia Romagna anche se Errani perde 400.000 voti (10%). Bene anche la Liguria dove il candidato uscente conferma i consensi. Assolutamente scontate le vittorie in Basilicata, Umbria e Marche dove il Centro destra non è molto presente o è molto male organizzato; oggettivamente bravo Vendola che però, lo ricordiamo, non è del PD. In sostanza, ci sono regioni dove il PD ha tenuto, altre dove è calato ma ha vinto, altre ancora dove e calato e ha perso ma non ci sono regioni dove è cresciuto e ha portato via la poltrona a qualcuno.

La politica dei due forni dell’Unione di Centro non ha premiato e, salvo in Lazio e in Campania dove i suoi voti sono stati decisivi, ha sostanzialmente fatto un flop. Casini si dovrà rassegnare: gli italiani sono diventati bipolaristi convinti.

Il Popolo della Libertà anche se ha strappato al centro sinistra molte regioni, tiene solo in Lombardia, nel resto del Paese cala e dove vince lo fa solo perché gli avversari sono calati di più (al sud) o dove l’apporto della Lega Nord ha compensato la sfiducia dell’elettorato nei suoi confronti. Berlusconi dovrà fare ancora una volta i conti con un partito (il secondo che fonda) assai meno popolare di lui. 

La c.d. “sinistra radicale” si salva solamente in Puglia dove conferma il Presidente uscente Vendola, qualche consigliere regionale qua e là ma, di sicuro, non potrà più dettare l’agenda politica di nessuno.



Vincitori:

Nessuno e dico NESSUNO (neanche l’Unità) può mettere in discussione il fatto che il vincitore morale e materiale di queste elezioni regionali sia la Lega Nord. Il partito di Bossi fa il pieno di voti ovunque si presenta. In Veneto supera di più di 10 punti percentuale il PDL e consegna palazzo Balbi all’ormai ex Ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia che supera il 60% dei consensi. Cota si aggiudica il Piemonte, fino a ieri baluardo della sinistra e lo fa senza l’apporto dei casiniani (o casinisti). Cresce anche in Lombardia ma senza superare il PDL che, oltre al candidato Presidente, può contare sul decisivo apporto di Comunione e Liberazione, influente in Lombardia quanto le cooperative lo sono in Emilia. La crescita è comunque tale da permettere al partito federalista di pretendere il prossimo candidato Sindaco di Milano. In Emilia triplica i voti, elegge un consigliere regionale anche in Toscana e in Umbria. Unici fallimenti: Lecco, dove Castelli non diventa sindaco e Venezia, dove Brunetta (PDL) viene punito dall’astensionismo leghista. 

Grillo e il suo Movimento 5 Stelle sono la vera rivelazione di queste elezioni. Le liste del comico genovese eleggono due consiglieri regionali in Piemonte (con un 4.06% di voti tolti principalmente alla Bresso) e due in Emilia-Romagna (7%). Che Grillo piaccia o meno, il risultato delle sue liste civiche è notevole e rappresenta una novità nel palcoscenico della politica italiana. Adesso vedremo se un movimento considerato “di protesta” sarà in grado di fare delle proposte e, soprattutto, di portarle in porto. Un’occasione imperdibile per l’anti-politica, anche se sarebbe più corretto definirla politica anti-sistemica o anti-partitica. L’M5S (acronimo di Movimento Cinque Stelle) fa però un buco nell’acqua in Campania dove la voglia di cambiamento non è mai esistita  (ndr) e in Veneto dove la Lega e gli altri movimenti identitari intercettano il sentimento di protesta e antipolitica.

Gli equilibri politici sono sensibilmente cambiati: il Centro sinistra è passato da controllare 16 regioni alle attuali 9, il Centro destra da 4 a 11. Ma analizzando i dati demografici ed economici si evidenziano variazioni assai maggiori. Il Centro sinistra controllava 38.145.000 cittadini contro i 18.850.000 del Centro destra, ora il Centro sinistra ne governa solo 17.000.000 contro i 40.000.000 del Centro destra. Per quanto riguarda l’economia il trend è il medesimo, nel 2005 le regioni rosse gestivano il 65% del PIL, ora ridotto a 30%. Con questi numeri il Federalismo (anche quello istituzionale) non è più un miraggio, bensì un obbiettivo raggiungibile. Speriamo solo che la Lega non si lasci ubriacare dai troppi voti e dimentichi i suoi obbiettivi lasciandosi distrarre da questo o quell’altro crocifisso (ndr).

Alla faccia vostra

Ieri la Lega Nord ha presentato un Disegno di Legge la cui approvazione (improbabile) metterebbe la parola “fine” a qualsivoglia ambiguità politica o giudiziaria sulla questione “Burqa, niqab e simili”.

In realtà la Legge italiana è già piuttosto chiara in merito e dispone il divieto, in assenza di una ragionevole motivazione, di coprirsi il volto in pubblico, ostacolando l’identificazione. La Legge è la n. 152 del 1975, nota anche col nome di Legge Reale, dal nome del redattore, l’allora Ministro, Oronzo Reale.
Proprio la questione sulla ragionevole motivazione, inserita per consentire ai cittadini di poter indossare il casco quando si è in moto, la maschera a Carnevale o quella da saldatore, ha permesso alle toghe italiche di pronunciarsi sempre a favore delle diversamente vestite, ritenendo i precetti religiosi islamici una ragionevole motivazione. Leggiamo il testo del disegno di legge leghista che altro non è un emendamento della succitata Legge ma che, nonostante questo, ha suscitato numerose polemiche.

Legge n°152 del 1975 e successive modificazioni.

È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino.

Il contravventore è punito con l’arresto da uno a due anni e con l’ammenda da 1.000 a 2.000 euro. 

Per la contravvenzione di cui al presente articolo è facoltativo l’arresto in flagranza.

Se la proposta di legge dovesse passare, la parte in rosso, tanto cara alla magistratura italiana, sarebbe rimossa.

Si. Tutto qui. Che razzisti quelli della Lega! Vero?

Vediamo le reazioni molto eterogenee e originali della politica italiana:

Fabio Granata (PDL): “L’uso del burqa si supera con politiche, e leggi, di integrazione e cittadinanza, non con il carcere o strappandolo”. Lo dice Fabio Granata, capogruppo Pdl in commissione Cultura. Di tutto c’e’ bisogno tranne che di proposte legislative o gesti che aumentino la conflittualita’ con il variegato mondo islamico, verso il quale solo coltivando rispetto e dialogo favoriremo l’integrazione e isoleremo le spinte fondamentaliste”.

Marta Vincenzi, Sindaco di Genova (PD) è d’accordo. O, meglio, no. Nel senso che è d’accordo a vietare il Burqa ma non per le ragioni della Lega: “Sono d’accordo col divieto di usare il burqa ma non per le motivazioni della Lega dalle quali prendo le distanze. Prima di tutto vengono i diritti delle persone e quindi delle donne a mostrare il loro volto. Un diritto che non può essere negato sulla base di un’ipotetica religione di provenienza. Non mi sfuggono le motivazioni della Lega connesse al tema della sicurezza e non le condivido. Ritengo che prima di tutto debbano essere rispettati i diritti individuali delle persone, che devono essere meglio ribaditi, e quindi dico no al relativismo culturale, al burqa, all’infibulazione e a qualsiasi tipo di mutilazione. Sono in accordo con Emma Bonino sull’argomento e invito i miei compagni di partito a non essere ”timorosi” e auspica che ci siano proposte anche da parte della sinistra. Ho messo ben in chiaro questi concetti nella convenzione firmata con la comunità islamica genovese, che dovrebbe portare alla costruzione della moschea nel capoluogo ligure.”

Donatella Ferranti (PD): “È una norma incostituzionale che lede la libertà religiosa e sono del tutto strumentali i richiami all’ordine pubblico. La verità è che si vuole colpire gli immigrati islamici nel loro intimo. Ma come può una legge parlare di affiliazione religiosa? Le suore sarebbero affiliate? Ma stiamo scherzando? Come si puo’ pensare di modificare una cultura con una norma? L’unico effetto dell’entrata in vigore di questa legge sarebbe quello di segregare in casa le donne islamiche.” Mi sfugge dov’è che la legge parla di religione ma sarà una mia svista. Poi, giustamente, fa osservare che,  sempre per colpa della Lega, queste povere donne, prive del burqa non potranno più uscire di casa.

Alessandra Mussolini (PDL): Manderebbe in galera chi costringe la moglie a indossare il burqa ma è contraria a vietarlo. Vorrei essere sicuro quanto lei sul fatto le donne islamiche, oggetto di soprusi del genere, denunceranno i consorti alle autorità preposte.

Emma Bonino (Radicale in forza PD): “È da tempo immemorabile che sostengo che indossare il burqa o il niqab integrale in pubblico viola non solo le leggi dello Stato in materia di sicurezza, ma soprattutto un concetto base della democrazia e dello Stato di diritto, quello della piena assunzione della responsabilità individuale. Per questo a nessuno è concesso di celare la propria identita’, anche se in nome di usanze tribali. Di questo si tratta e non di Islam, come da anni ci spiega l’Imam Tantawi ed altre alte cariche della sunna islamica, compreso in questi stessi giorni. Cosa c’entri poi il fatto di garantire la libertà religiosa, come affermato da qualche collega del Pd (Marta Vincenzi, vedi sopra) è un mistero”.

Ad aggiungere pittoricità alla vicenda c’è anche il fatto che il burqa (afganistan) e il niqab (arabia) mentre stanno spopolano in Europa, siano ormai demodè nei paesi originari e non pochi intellettuali islamici del posto, che guarda caso sono sempre anche leader religiosi, gli hanno ampiamente “scomunicati”. Si può quindi affermare che un ulteriore ostacolo all’emancipazione della donna islamica sia rappresentato da quella schiera di post-sessantottini e vetero democristiani che, pur di difendere la libertà di religione di qualcuno, sono disposti a privare lo stesso di molte altre libertà.
A proposito di emancipazione, avete visto il tiggì di oggi?
Una quindicenne di origini islamiche si è presentata dai carabinieri perché temeva di fare la stessa fine di Hina e Saana, ora è ospitata in una struttura pubblica e il padre è stato denunciato per maltrattamenti domestici. Suggerisco di integrare il soggetto con il fondo del mediterraneo, scafisti docet.

itagliani in cincue hanni

La classe politica italiana non si smentisce mai. Il Carroccio, dopo aver combattuto aspre battaglie in Parlamento e fuori, ha ingenuamente pensato di aver vinto il duello contro le lobby terzomondiste e assistenzialiste di entrambi gli schieramenti; si sbagliava di grosso. Come da copione, l’altro ieri una Proposta di Legge bipartisan è stata presentata alla Camera dei Deputati: il documento, partito dai banchi dei fedelissimi di Fini, è stato sottoscritto da una cinquantina di deputati appartenenti a tutti i gli schieramenti tranne, appunto, la Lega Nord. La cosa strana non sta nel fatto che i deputati del PDL disattendano palesemente gli impegni elettorali del 2008, oggetto, tra l’altro, di un massiccia campagna mediatica (vedi illustrazioni) con tanto di modulo per la raccolta firme che circolava già durante il Governo Prodi, bensì il fatto che lo stiano facendo a pochi mesi dalle elezioni regionali. Vogliono forse i pidiellini consegnare alla Lega, oltre al Veneto, anche la Lombardia? Proprio non capisco! Cosa si nasconde dietro l’iniziativa dei radical-finiani, tanto affannosamente condivisa dall’opposizione?
Di certo sono tante le critiche che si potrebbero muovere all’indirizzo del Presidente della Camera e la sua claque ma non si può certo definirli degli stupidi: avranno, senz’altro, fatto i loro conti. Se sono corretti o meno, lo scopriremo a fine marzo; per ora, azzardiamo un’ipotesi.
Forse il PDL, spaventato dalla Lega, sta facendo lo stesso errore che alla sinistra è costato molto, cioè vezzeggiare gli immigrati nella speranza di carpire il loro voto. Disegno politico discutibile ma senza dubbio sensato: gli immigrati non hanno molto in simpatia i borghesucoli della sinistra italiana, molti di loro provengono, addirittura, da paesi che hanno o hanno avuto regimi di stampo marxista. Sentendoli parlare, inoltre, sembrano decisamente più inclini a destra che a sinistra, nonostante le politiche di accoglienza e assistenza di quest’ultima. Quindi, ammesso che siano interessati a partecipare alla vita democratica del paese, se non votano per il PDL è solo perché è alleato con la Lega Nord, tanto al Governo nazionale, quanto in molte Amministrazioni locali.
In cuor mio spero vivamente di sbagliarmi; se così non fosse, vorrebbe dire che, in tema d’immigrazione, abbiamo già raggiunto la massa critica, che siamo arrivati al punto nel quale il voto degli immigrati, (quelli con già la cittadinanza s’intende) è politicamente rilevante. Fortunatamente, vuoi la trafila burocratica, vuoi i 10 anni di residenza necessari, vuoi che gli immigrati non sono molto interessati a votare, la loro croce sulla scheda, anche se politicamente rilevante, non è ancora politicamente determinante. Quindi come accelerare il percorso democratizzazione dei nuovi arrivati, senz’altro più facili da abbindolare con false promesse rispetto agli smaliziati autoctoni?
Detto, fatto e la trovata dei cinque anni per avere la cittadinanza, messa in naftalina dal centro sinistra, viene recuperata da Gianfranco & Co. sul quale sembra avere ragione Bossi: l’iniziativa altro non è che il canto del cigno dell’ex leader di AN; sicuramente saranno più i voti che l’iniziativa farà perdere al PDL rispetto a quelli che potrebbe guadagnare. Se consideriamo anche che, con l’attuale Maggioranza, le probabilità che il testo diventi Legge dello Stato sono scarsine, i finiani e sinistri stanno facendo un sacco di fatica per niente.

Una cattiva musulmana

Ci risiamo. È successo ancora. Una ragazza musulmana ha scelto di vivere all’occidentale, con un occidentale. In occidente, da un non occidentale, è stata uccisa. Si chiamava Sanaa, 18 anni, aveva lasciato la casa dei genitori per andare a vivere con il suo ragazzo, un imprenditore trentunenne del luogo. I due convivevano da circa tre mesi e lei lavorava come cameriera nel locale del fidanzato. Il padre della ragazza, un marocchino di 45 anni, non aveva mai accettato la loro relazione, non tanto per i 13 anni di età che separavano i due ragazzi, ma per il fatto che lui non fosse musulmano. Una storia per molti aspetti simile a quella di Hina, la ragazza pachistana, uccisa dal padre con la complicità di alcuni parenti e sepolta nel giardino di casa. Anche Hina aveva scelto di percorrere la propria strada, anche a costo di contravvenire alle usanze e agli obblighi sociali della sua etnia che l’avrebbero voluta moglie del candidato scelto dalla famiglia, un lontano cugino mai conosciuto e ancora residente in Pakistan. Saana, come Hina, aveva trovato il coraggio di ribellarsi ai propri genitori, ai loro medievali retaggi culturali e vivere in libertà la propria vita. Saana come Hina, ha trovato la morte per mano del padre, un “integratissimo” lavoratore, residente regolarmente nel nostro paese da molti anni.
In molti paesi islamici e non solo, combinare i matrimoni è una pratica ancora molto diffusa, tanto comune che le famiglie emigrate in occidente non fanno eccezione. Il modello familiare islamico è tra quelli maggiormente patriarcali; l’intera famiglia, in particolar modo le femmine, è suddita del patriarca e, in alcuni stati islamici, il padre è legalmente legittimato a uccidere la propria prole se essa dovesse disonorare la famiglia o vi si dovesse ribellare. Emigrare in occidente, patria di libertà, opportunità e pluralismo, non aiuta affatto; anzi, spesso le famiglie emigrate e le successive generazioni si dimostrano ancor più conservatrici di chi è rimasto in patria. Si chiama “identità reattiva”: trovarsi in ambienti etnicamente e culturalmente eterogenei, anziché favorire lo scambio interculturale, tende ad accentuare le differenze, ad allontanare i punti di vista, a ingigantire le divisioni. L’islam è una delle principali culture che stiamo importando (o lasciamo esportare) nel nostro territorio e qui, come in altri stati europei, ha ampiamente dimostrato di non voler avere molto a che fare con noi “infedeli”. I matrimoni tra la popolazione nostrana e gli immigrati musulmani (quando non si tratta di meri strumenti per ottenere la cittadinanza) sono piuttosto rari e, quando ciò accade, è quasi sempre l’occidentale a doversi convertire.
Sui quotidiani di oggi ci sono le dichiarazioni di Fatna, la madre di Sanaa (casalinga con quattro figlie) che, imboccata dall’imam di Pordenone ha già perdonato il marito per il suo gesto, ricordando che il marito è sempre stato un buon padre di famiglia e che sulla vicenda anche la vittima aveva la sua parte di responsabilità: “Non era una buona musulmana”.
Come dicevo in questo post “la società democratica è un insieme di individui che si danno regole per la convivenza. L’introduzione in un determinato contesto socio-etno-geo-culturale (scusate il parolone impossibile) di cittadini che hanno diversi valori e una diversa concezione di società non può che modificarne tutti gli equilibri”. So già cosa diranno gli xenomani sulle polemiche/riflessioni innescate sulla vicenda: “è un caso isolato, le violenze domestiche le fanno anche gli italiani, anche gli italiani uccidono, ecc.”; sarà anche vero ma non è questo il punto. Non è l’omicidio la questione, bensì la reazione che l’episodio ha suscitato e nella famiglia e nella comunità musulmana che, ci scommetto, nei corridoi delle moschee mormora: “Quella ragazza se l’è cercata! Servirà da monito a chi delle nostre donne vuole diventare un troia come le occidentali“.
Se tanto mi da tanto, mi chiedo (e spero non essere l’unico) in che direzione la nostra società stia andando, se certe culture siano pronte per quanto abbiamo da condividere con loro, ma soprattutto mi chiedo se il punto di non ritorno l’abbiamo già raggiunto.

Relativismo alimentare

L’Italia, come la maggior parte dei paesi europei, è dodata di una rigidissima e articolata normativa in materia di produzione, conservazione e distribuzione alimentare. Aprire un ristorante o un’azienda di lavorazione alimentare non è cosa facile e, oltre a  dover possedere specifici strumenti e macchinari, è necessario rispettare procedure ben precise; le pene per chi le viola, a differenza di omicidi e stupri, sono severe e vengono applicate con rigore. Per quanto riguarda, ad esempio, la carne, ci sono un’infinità di regole su come e dove deve nascere e crescere l’animale, cosa può o non può mangiare, come si può abbattere, macellare, distribuire e vendere. Per l’argomento che voglio trattare in questo post, parleremo principalmente di abbattimento.
Dato che gli animali possono, come gli umani, provare dolore fisico, i movimenti animalisti fin dagli anni 60 hanno esercitato forti pressioni sui legislatori al fine di promuove procedure di macellazione rispettose dell’animale e che ne limitassero le sofferenze prima di spirare.
Quindi per uccidere un vitello, un maiale o una capra si deve, obligatoriamente, ricorrere a una delle seguenti procedure: pistola a proiettile captivo o libero, commozione cerebrale, elettronarcosi, biossido di carbonio, elettrocuzione, esposizione a biossido di carbonio. Sappiamo bene che in ambienti rurali e privati, quando si ammazza il maiale, questi obblighi non vengono sempre rispettati ma eseguire i controlli su queste pratiche è pressoché impossibile.

Sempre in tema di normativa, vi ricordate chi è Pisanu? Per chi no, Pisanu è stato il Ministro dell’Interno durante il secondo e il terzo Governo Berlusconi (2001-2006) e si accorse, che le prassi di macellazione islamica e ebraica erano ben lungi dal rispetto della vigente normativa. Fu così che il caro Ministro sardo, s’inventò la cosiddetta deroga per Macellazione rituale, autorizzando, di fatto, ogni tipo di atrocità e tortura sugli animali se.

Provate a immaginare quanti macelli, potendosi appellare a questa deroga, indipendentemente dal tipo di macellazione eseguita, possono risparmiarsi un sacco di fastidiose operazioni utili solo al risparmiare sofferenze all’animale. Pisanu, da buon democristiano, non si è smentito, permettendo ai dettami religiosi (tra l’altro neanche cristiani) di surclassare le leggi dello stato.
Vediamo ora come si pratica la macellazione rituale islamica, detta anche macellazione Halal:
  1. l’uccisione halal deve essere essere fatta in locali, con utensili e personale separati da quelli impiegati per l’uccisione non halal;
  2. il macellatore deve essere un mussulmano adulto, maschio, sano di mente e deve conoscere tutti i precetti religiosi islamici;
  3. gli animali devono essere halal (leciti, permessi) e devono poter essere consumati da un mussulmano senza commettere peccato;
  4. gli animali devono essere consci di morire e lucidi durante l’uccisione;
  5. l’uccisione deve avvenire tramite sgozzamento (recisione di trachea esofago) e l’animale deve morire lentamente dissanguato (circa 10 minuti);
  6. se qualcosa va storto la carcassa deve essere scartata.

Nonostante la legge venga loro incontro la macellazione dovrebbe avvenire all’interno di macelli autorizzati ma la maggior parte delle uccisioni e le successive lavorazioni avvengono spesso all’interno dei cortili o degli appartamenti. Molti credono, (finché non sentono una capra strillare nelle cantine condominiali), che questi metodi di macellazione siano praticati principalmente nei paesi islamici ma non è così; grazie ai numerosi immigrati di origine mussulmana è ormai diventata una prassi anche da noi. Così comune che qualche anno fa il comandante della Polizia Municipale di Reggio Emilia emise una circolare con la quale diffidava i subordinati dal perseguire queste pratiche. L’On. Angelo Alessandri, deputato reggiano del Carroccio, prima di presentare un progetto di legge che vieta tali barbarie, presentò un’interrogazione parlamentare e un’esposto alla Procura sull’accaduto. Alla rapidissima giustizia italiana l’ardua sentenza.

Per fortuna Pisanu è stato silurato dal Premier e il governo Prodi è durato pochino altrimenti, oltre non poter mangiare il maiale alle mense scolastiche, in Italia sarebbe diventata legale persino l’infibulazione femminile.
P.S.
Per i passionari del Kebab, ricordo che è realizzato tramite macellazione rituale Halal con tanto di certificato.

Bada(n)te bene!

Molti di voi avranno sicuramente sentito parlare o letto della vicenda della famiglia di Ancona che ospitava, come badanti, due albanesi immigrate irregolari e che ora rischia la confisca della casa.
A destra e a (manca) ho sentito commenti piuttosto sconcertati sulla vicenda, conditi con i soliti richiami alla memoria delle leggi razziali del ventennio, del regime ecc.
Analizziamo l’episodio ma prima, facciamone una fotografia:
Ora riflettiamo un attimo: la signora deve essere messa parecchio male (fisicamente, s’intende) se, oltre al figlio convivente (che mi suona tanto di bamboccione), necessitava non di una ma di due badanti che, voglio supporre, lavorassero su turni.
Le avevano assunte in nero per risparmiare l’onere di pagar loro i contributi, tanto sono clandestine, mica vanno all’INPS a denunciarti… Non so quanto venissero pagate ma, come ho scritto qualche post fa, se avessero avuto intenzione retribuire dignitosamente le due assistenti domestiche, non avrebbero di certo preso delle clandestine, bensì delle italiane, magari con un diploma da infermiera e pagando loro il giusto compenso.

Ora, grazie alle nuove norme in materia di sfruttamento dell’immigrazione e della condizione di clandestinità, fortemente volute dal Viminale, il bell’appartamento è sequestrato, in attesa, se i giudici riterranno gli imputati colpevoli, della definitiva confisca; per le badanti, invece, sono state avviate le procedure di espulsione dal nostro paese.

È indubbio che come sanzione, se mai sarà applicata (con le toghe italiane non si può mai sapere), è parecchio pesante, ma come dicevano i latini, che con le frasi fatte eran bravi: Dura lex, sed lex. Le leggi, per quanto ne dicano i ben pensanti, non devono essere “giuste” o “politicamente corrette”, le leggi devono funzionare regolando al meglio la nostra società. Se ci facciamo impietosire e ci scandalizziamo ogni volta che una sentenza punisce un “caso limite” gli altri “casi” continueranno a sguazzare nell’impunità in pieno stile italico; in questo modo, invece, se ne punisce uno educandone mille.
Adesso le famiglie che necessitano di un aiutino per badare all’anziano congiunto dovranno rivolgersi ad una delle migliaia di aziende e cooperative che offrono questo servizio, in piena regola smettendo di alimentare il business criminoso che si cela dietro l’immigrazione irregolare. La nuova normativa, ora che si rischia la casa, mette seri pensieri anche a quei locatori che affittano un appartamento da 50mq a 15 clandestini, facendo loro pagare affitti altissimi.
I buonisti, i catto-comunisti, della prima ora e dell’ultima, che ogni volta che parli d’immigrazione, ti tirano fuori la storia che la colpa è di noi italiani che li sfruttiamo, cosa diranno?
Bravo Maroni che punisci chi sfrutta questi disperati…?
Non credo proprio…
Se non sei Ferrero e non distribuisci assegni vitalizi a migliaia di immigrati che adesso vivono a nostre spese nei rispettivi paesi di origine, facendo la vita da signori, non vai bene e non fai niente di buono, perchè sei un fascista, un razzista, un leghista di…
Sbagliare è umano, perseverare è da italiano…

Due pesi, due misure

Quando ci si lamenta della faziosità dei giudici italiani sembra di fare eco alle dichiarazioni del Cavaliere che, a torto o a ragione, incolpa di ogni problema la stampa e la magistratura di sinistra. Silvio, si sa, non è molto bravo ad argomentare le proprie posizioni, resta che, di solito, ci prende. Io non ho certo le doti dell’Affarista di Arcore, come sono soliti chiamarlo certi giornalisti, ma proverò a verificare se, almeno per quanto riguarda le toghe, il premier ha ragione o meno.
A tal proposito ho preso in esame due casi piuttosto noti:
quello che ha visto in azione il GUP (Giudice per l’Udienza Preliminare) Clementina Forleo e il processo dei tre nordafricani accusati di terrorismo, l’altro riguarda, invece, il PM (Pubblico Ministero) Guido Papalia e i Serenissimi.

I tunisini Maher Boujahia e Ali Toumi e il marocchino Mohamed Daki
vennero arrestati nel 2003 con l’accusa di Associazione a delinquire finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e Associazione sovversiva finalizzata alla Terrorismo internazionale oltre ad altri reati “minori” come ricettazione, e falsificazione di documenti. I tre, secondo gli inquirenti, erano membri di una cellula terroristica che si occupava di reclutamento, raccolta fondi e pianificazione di attentati terroristici in Iraq e Afganistan. La Forleo, con la sua sentenza del gennaio 2005, rivide l’accusa principale di Associazione sovversiva finalizzata alla Terrorismo internazionale derublicandola in associazione sovversiva finalizzata alla guerriglia armata, cavillo legale che ha comportato una sensibile riduzione della pena e la conseguente scarcerazione dei tre. Otto mesi dopo la Corte d’Appello confermò la clamorosa assoluzione.
A quel punto il Ministro dell’Interno, Pisanu, disarmato e irritato per quanto disposto dai giudici, dispose l’espulsione coatta dei tre islamici; spiegando che, anche se per la magistratura i tre soggetti non erano pericolosi, c’erano elementi sufficienti per poterli espellere dal Paese. Per fortuna (visto l’andazzo, chiamamola così) nel 2007 la seconda corte d’Assise d’Appello annullò le precedenti sentenze, riconfermando l’accusa di terrorismo e condannando Daki a 4 anni e gli altri due imputati a 6 anni.
I tre mussulmani, che dopo le prime due sentenze, gridarono in aula “Viva la Giustizia italiana” hanno reagito male alla terza e, tramite i loro avvocati, hanno dichiarato che la Sentenza era stata fabbricata dalla Procura. Eh sì, lo hanno fatto per bocca dei loro legali, perché i tre terroristi (ora li possiamo chiamare così senza rischiare denuncie per diffamazione) sono nei rispettivi paesi d’origine, in piena libertà. Qualche anno dopo la carriera della Forleo, fino ad allora molto promettente e in costante ascesa, subì un forte arresto. La togata, infatti, si è fatta autogol volendo, ingenuamente, inquisire Fassino, D’Alema & Co. nel caso “UNIPOL”. Non credo che sentiremo parlare molto di lei nel futuro.
Analizziamo adesso il caso che vide al lavoro il Pubblico Ministero Giudo Papalia.
I Serenissimi, così furono rinominati dalla stampa, erano un gruppetto di nostalgici della Repubblica di Venezia, di cui volevano la restaurazione.
La notte tra l’8 e il 9 maggio del 1997 i Serenissimi, partiti dal padovano, fecero irruzione, con l’ausilio di un autocarro camuffato da blindato, in piazza San Marco e, mentre alcuni tenevano “sotto tiro” la piazza con il carro, gli altri si introdussero sul campanile, interferendo sulle trasmissioni televisive e issando la storica bandiera della Repubblica di Venezia.
Il gesto era puramente dimostrativo, il carro era palesemente inoffensivo e l’unica arma imbracciata dai dimostranti, oltre a risalire alla seconda guerra mondiale, era priva di munizioni.
I Giudici italiani, su richiesta del PM Guido Papalia e su pressioni dello Stato inflissero ai Serenissimi pene durissime:
Antonio Barisan: 6 anni; Gilberto Buson: 6 anni; Flavio Contin: 6 anni; Fausto Faccia: 6 anni; Cristian Contini: 4 anni e 9 mesi; Luca Peron: 4 anni e 9 mesi; Andrea Viviani: 4 anni e 9 mesi; Moreno Menini: 4 anni e 9 mesi; Luigi Faccia: 5 anni e 3 mesi (non partecipò all’azione, ma ne fu ritenuto l’ideologo); Giuseppe Segato: 3 anni e 7 mesi (non partecipò all’azione, ma ne fu ritenuto l’ideologo);

In più di un occasione è stata chiesta, inutilmente, la Grazia per Luigi Faccia, ma nel 2000 l’allora Ministro della Giustizia, Piero Fassino (PD) blocco l’iter, ci riprovarono con la legislatura successiva, dove il Ministro della Giustizia era il leghista Roberto Castelli ma l’ultima parola spettava al Presidente della Repubblica, il Compagno Carlo Azelio Ciampi, che, naturalmente, rifiutò di firmarla.

Ricapitolando:
  • rubi, ricetti, falsifichi documenti, lucri sull’immigrazione clandestina, organizzi e finanzi il terrorismo internazionale, reclutando aspiranti attentatori: ti condannano da 4 a 6 anni (pene che non verranno mai scontate)
  • organizzi un azione politica dimostrativa, non ferisci nessuno, ti condannano da 3 anni a 7 mesi a 6 anni (pene scontate)

Non importa di che partito sei, non importa cosa pensi dei Serenissimi o dei terroristi islamici: questa non la puoi chiamare giustizia.



La solita liturgia

Chi di voi mi conosce o legge il mio blog può immaginare che il mio esponente politico preferito sia Maroni e ha ragione. Nonostante la sua primeggiante posizione nella mia top ten, il Ministro dell’Interno è riuscito, ancora una volta, a sorprendermi piacevolemente.
Senza tradire il proprio stile, lo ha fatto con una semplice e sintetica dichiarazione in risposta alle critiche mosse da numerosi esponenti del clero vaticano al tanto discusso Pacchetto sicurezza: “La solita liturgia…”
Beh che dire, l’unico movimento politico (non extra-parlamentare) che si azzarda a zittire i gerarchi cattolici non poteva che essere la Lega.
La situazione è piuttosto chiara: i cittadini hanno le gonadi sature di dover subire una dannosa e non integrabile immigrazione.
Si perchè mentre i preti e i compagni, con la schiuma prodotta dalla gestione dei miserabili, acquistano immobili su immobili, sui quali i primi non pagano nemmeno le tasse, i cittadini, (la c.d. classe media) che pagano per suddetta gestione, assistono inermi al progressivo e talvolta irreversibile degrado dei propri spazi sociali.
L’attuale maggioranza è molto sicura di se e sa di avere l’elettorato, anche quello devoto al Vaticano, dalla sua parte; perchè è dai tempi di Mazzini che chi governa, lo può fare senza preoccuparsi di quello che dice il Papa & Co.
Come dicevo qualche post fa,
…perchè Maroni non si chiama così a caso!

CIE, Cure e Ronde

Questo post l’ho cominciato diverse settimane fa, poi tra una cosa e l’altra e rimasto nel limbo dei post ancora da pubblicare, una manciata di 1 e 0 dimenticati nei meandri del web. Considerato che il tanto discusso pacchetto sicurezza non è ancora legge dello stato, manca, infatti, il “SI” definitivo del Senato che, per inciso, giusto l’altro ieri ha completato l’esame in commissione.
Si è fatto un gran parlare delle nuove norme apportate dal pacchetto sicurezza, in particolare su tre temi:
1) prolungamento della permanenza nei CPT fino a 18 mesi;
2) possibilità per i medici di denunciare i clandestini che vanno al pronto soccorso;
3) le fatidiche ronde;
Polemiche di questo tipo te le aspetti dall’opposizione, a partire da Casini per arrivare a Ferrero (vabbè lui non è più opposizione) e invece sono arrivate anche da 101 paraculisti paraculati del PDL che hanno stretto accordi sottobanco con Casini, PD e IDV.
Certo è che il messaggio che è giunto all’elettore medio, berlusconiano, di destra ma mai fascista, è che “se il pacchetto sicurezza viene messo in discussione dallo stesso PDL dev‘essere alla stregua delle leggi raziali del ventennio”.
Andiamo ad analizzare (brevemente) il contenuto del Pacchetto che chiunque può scaricare e leggersi qui:
PROLUNGAMENTO DEI TEMPI DI PERMANENZA NEI CPT.
Prima del Pacchetto Sicurezza:
L’immigrato arriva col solito barcone, gommone, bagnarola e, se e quando veniva sorpreso dalle forze dell’ordine, finiva nei CPT (centro permanenza temporanea). Naturalmente era stato preventivamente addestrato dagli scafisti su come comportarsi in casi come questi e, guarda caso in tasca aveva un biglietto da visita della CGIL. Le regole sono poche e semplici da ricordare, a prova di analfabeta sordo-cieco,
  1. chiedere subito asilo politico.
  2. disfarsi dei documenti e tenere la bocca ben chiusa riguardo la propria identità e nazionalità.
Il Mohamed di turno a quel punto dormiva e mangiava a spese nostre nei CPT per 2-3 mesi. Se dopo 2 mesi le autorità italiane non riuscivano a identificarlo (i paesi d’origine non collaborano e la burocrazia necessita almeno di 6 mesi), l’ospite veniva rilasciato. Quindi ci ritrovavamo uno sconosciuto sul territorio nazionale, qualcuno che non può ambire a trovare un lavoro in regola e un regolare contratto d’affitto. Il che, volente o nolente (ma soprattutto volente) trasforma il nuovo ospite in un lavoratore al nero (nel migliore dei casi) o in un criminale (nel peggiore).
Un po’ come una Crociera Costa: di notte navighi e di giorno ti godi le isole del Mediterraneo.
Dopo il Pacchetto Sicurezza:
Lo stesso Mohamed s’imbarca sul gommone e parte alla volta dello stivale, lo intercettiamo, gli lanciamo un panino con la mortadella e lo rimorchiamo fino in Libia. Mohamed non ha i documenti?! Ma chi glie li ha chiesti? Ciao Mohamed! Alla prossima!
Guarda caso, dopo che una decina di barche sono rientrate in Libia, il numero di partenze è drasticamente calato e il CPT di Lampedusa è quasi vuoto.
Per chi è già arrivato o per chi, eventualmente, riuscisse a eludere il Blocco Navale ecco che arriva la permanenza prolungata nei CPT fino a 18 mesi, il tempo di scoprire chi è, da dove viene, cosa vuole e rispedirlo a casa a calci in…
POSSIBILITÀ DI DENUNCIARE I CLANDESTINI CHE VANNO AL PRONTO SOCCORSO
Prima del Pacchetto sicurezza:
  • Un italiano con ferita da arma da fuoco si presentava al Pronto Soccorso per farsi ricucire, il personale era tenuto a chiamare le forze dell’ordine.
  • Un clandestino con ferita d’arma da fuoco si presentava al Pronto Soccorso per farsi ricucire, al personale era vietato informare le forze dell’ordine.
Dopo il Pacchetto sicurezza:
  • Un italiano con ferita da arma da fuoco si presenta al Pronto Soccorso per farsi ricucire, il personale è tenuto a chiamare le forze dell’ordine.
  • Un clandestino con ferita d’arma da fuoco si presenta al Pronto Soccorso per farsi ricucire, al personale è consentito e facoltativo informare le forze dell’ordine.

Non lo commento neanche, vi basti sapere che la sinistra su questo emendamento ha fatto le barricate…

LE RONDE
Prima del Pacchetto Sicurezza:
  • Le ronde si facevano.
Dopo il Pacchetto Sicurezza:
  • Le ronde si faranno
Dov‘è la differenza? Semplice, sarà consentito ai Comuni di presentare dei bandi per l’espletamento della vigilanza del territorio, il che consentirà un maggiore e migliore controllo sui “rondisti” da parte dell’Amministrazione.
N.B.
Per chi crede che le ronde si svolgano con le camicie nere o verdi, il manganello e le molotov, faccio presente che sia prima che dopo le modifiche apportate dal Pacchetto Sicurezza, le ronde potranno solamente segnalare presunti illeciti alle forze dell’ordine e, al massimo, intervenire (senza armi) in caso di fragranza di reato (stupro, borseggio, aggressione, ecc.)
__________________________________________________
Possono credere i berludemocristiani che ben 101 dei loro degni rappresentanti al Parlamento hanno pubblicamente chiesto al Presidentissimo di mettere la fiducia sul provvedimento per poi votare segretamente “SI” agli emendamenti di Casini che annullavano le modifiche inficiandone, di fatto, gli effetti? Se no, si leggano i verbali della seduta.
Assicuro i lettori che la maggioranza ha tremato! Per fortuna i dialoghi a porte chiuse tra Umberto e Silvio risolvono ogni tipo di problema interno, anche a suon di fiducia, unico strumento contro i franchi tiratori e l’ostruzionismo dei catto-comunisti.

Boom di non ammessi all’esame

I dati del Ministero dell’Istruzione: niente esame per 29 mila studenti (da “La Stampa” del 23 giugno 2009)

Sfiorano quota 29 mila i non ammessi alla prossima maturità. Secondo fonti ministeriali la percentuale dei ragazzi che non hanno ottenuto il via libera per sostenere l’esame di Stato che conclude il ciclo delle superiori è decisamente lievitato. Alla sforbiciata hanno contribuito le nuove regole introdotte: quest’anno, infatti, per accedere al più importante appuntamento del percorso scolastico, i ragazzi hanno dovuto conseguire nello scrutinio finale almeno la media del sei, calcolata comprendendo anche il voto sul comportamento. E per chi ha avuto il 5 in condotta niente ammissione all’esame di Stato. L’anno scorso i non ammessi all’esame di maturità furono circa 22.000. Si registra, dunque, un aumento di 7.000 studenti – equivalente all’ incirca al 30 per cento – fermati dai propri insegnanti prima ancora di arrivare davanti ai temuti commissari d’esame.

Era ora! Un po’ di meritocrazia anche nella scuola, feudo cattocomunista, garantista e assistenzialista.
Certo siamo ben lungi dalla selettività scolastica di cui necessita la nostra economia, specie il mondo del lavoro, ma almeno è un inizio.
Si perché ricordo com’era la scuola ai miei tempi (mi sono diplomato nel 2001) e, a parte a divertirmi, mi è servita davvero a poco. Gli ultimi anni delle superiori non ho nemmeno comprato i libri di testo, tanto non servivano: la promozione era assicurata o quasi.
Dopo il diploma ho avuto il buon (o il cattivo) senso di fermarmi, mi sono cercato un lavoro e ho cominciato a portare il pane a casa senza pensare neanche per un momento all’Università benché l’idea di divertirmi e fare il mantenuto per altri 5-10 anni mi allettasse un pochino.
I miei compagni delle superiori sono stati più furbi di me (tanto per cambiare) la stragrande maggioranza ha iniziato l’università, lasciando la provincia alla volta delle città universitarie. Più della metà ha abbandonato entro il 3° anno, chi “tiene duro” se la prende comoda, cambiando sovente facoltà e chi ce l’ha messa tutta ed è riuscito a laurearsi, magari a pieni voti, ha trovaro un “ottimo” lavoro precario da 3-400 al mese. (modello Tutta la vita davanti)

Ma a cosa dobbiamo questa situazione? Perchè l’Italia è messa così male?

Potrei dilungarmi in elecubrazioni (che parolona) storiche, sociologiche, politiche ecc. ma ve le risparmio anche perchè non posso certo vantare lauree o competenze in materia.

La questione è molto semplice o almeno lo è per me: la totale assenza di meritrocazia e selettività nel bel paese ci sta facendo affondare, sia nella competizione globale, sia al nostro interno. Siamo in troppi a volere lavori qualificati con il risultato che:
  • il valore di questi incarichi si è inflazionato e così abbiamo laureati in giurisprudenza che fanno praticantato per 10 anni per compensi che anche l’immigrato spazzino rifiuterebbe quindi solo chi sta bene di famiglia e si può far mantenere fino ai 40 può ambire a diventare avvocato.
  • i ricercatori, lavorano per pochi spiccioli, sia che non facciano niente, sia che trovino la cura per il cancro, perchè la sola idea di privatizzare la ricerca è una bestemmia, si sa. Non vorremmo mai ritrovarci nella situazione americana dove le multinazionali finanziano la ricerca universitaria e, in cambio, godono delle scoperte per una decina d’anni.
L’accesso all’istruzione è troppo semplice, mascherando il tutto come “libertà di studio” gli atenei permettono a chiunque di iscriversi e le rette sono ormai alla portata di tutti grazie ad una cospiqua elargizione statale alle università. Eppure non sarebbe così complicato: non puoi permetterti gli studi universitari?
  • se sei bravo ti diamo la borsa di studio e ti laurei senza spendere un euro
  • se non lo sei, c’è sempre il badile!

in molti paesi funziona così, e funziona anche bene.


Se la nostra fosse un economia sana in società sana al fenomeno dei “troppi laureati” corrisponderebbe l’aumento della retribuzione per i lavori manuali che stimolerebbe l’apertura di attività artigianali e piccole imprese ma, causa immigrazione = “manodopera scarsamente sindacalizzata”, stiamo assistendo al progressivo appiattimento delle retribuzioni su tutti i fronti a beneficio dei poteri forti e delle rendite di posizione.


Provate voi a spiegarlo ai sinistri, io sono stanco…

…troppo stanco e con la gola secca.

Radical leghista

Lo so, sembra un controsenso, un aggettivo coniato alla c…o, ma non lo è, fatemi spiegare…
Nello sterminato mappamondo della politica non è facile trovare una collocazione ben definita, ognuno ha la sua testa, si sa, ma ovviamente non è che possiamo fare un partito per ogni persona, specie con lo sbarramento al 5%. 😛 Raggrupparsi diventa d’obbligo, ma non bisogna esagerare o fai la fine di AN. Non vi pare?
Il mio partito è la Lega Nord e, salvo grandi e profonde delusioni, prevedo che lo sarà per sempre.
Come l’ho scelto?
Beh, è stato piuttosto semplice, ho confrontato le posizioni politiche dei vari partiti e movimenti su vari tematiche con le mie idee e quello che le ricalcava maggiormente ha vinto il mio voto e, dato che in politica mi sbatto, anche il mio tempo.
La Lega, nella spietata competizione per accaparrarsi la mia croce sulla scheda, batte gli altri partiti di diverse lunghezze, tanto da lasciare pochissime chance a i contendenti.
È però doveroso precisare che la Lega Nord non ricalca in toto il mio pensiero, altrimenti mi chiamerei Umberto Bossi e non Umberto Bosco. Comunque sia le differenze, come per i nostri nomi, non sono molte…
Ma bando alle ciance e veniamo al dunque: cosa intendo per “radical leghista”?
Qualcuno sarebbe portato a pensare che significhi “un po’ leghista e un po’ radicale”, qualcun’alcun penserebbe, invece, ad un leghista radicale (nel senso di estremo).
Paradossalmente le opzioni sono entrambe corrette.
Sono un po’ radicale (sì, quelli di Pannella e Bonino), forse un residuo del mio periodo “Peace & Love” adolescenziale o forse no. Comunque sia, a differenza della maggior parte degli elettori e dei militanti leghisti sono assolutamente favorevole ad aborto ed eutanasia oltre a volere un stato il più laico possibile, detestando l’ingerenza del clero nella politica.
Con queste premesse vi chiederete cosa c’è di leghista in me, ed eccovi la risposta.
Sono leghista perchè:
  • voglio fortemente la secessione del Nord e, se proprio non la posso avere, almeno il federalismo vero (i primi passi sembrano fatti almeno);
  • voglio meno immigrazione possibile, specie se proveniente da Africa ed Asia;
  • ritengo che le culture e le religioni africane e asiatiche, soprattutto l’Islam, siano una grossa minaccia per l’Europa e l’Occidente in genere;
  • ritengo che una società multiculturale sia molto più retrograda rispetto ad una monoculturale;
  • ritengo che il populismo sia patrimonio di tutte le forze politiche ma che il pragmatismo sia patrimonio di pochi (noi);
  • ritengo che finchè non capiremo chi siamo e a rispettare noi stessi nessuno ci darà il rispetto che meritiamo;
  • credo che il buonismo, sia esso di matrice cattolica o comunista sia controproducente;
  • credo che sia meglio un po’ di egoismo e intolleranza prima che i campi di sterminio dopo;
  • credo che la democrazia abbia i suoi limiti e che per funzionare bene debba operare ai limiti;
  • credo che abbiamo toccato l’apice e che il fondo ci stia aspettando, quindi è meglio aprire il paracadute, costi quello che costi;
  • credo in un Europa dei popoli e non burocrati e delle lobbie;
  • credo che PD e PDL siano solo altri acromini per dire Democrazia Cristiana;
  • credo che il Comunismo sia come una religione ma potenzialmente più dannoso.
  • credo cha Maroni non si chiami così a caso;
Ecco fatto.
Ammesso che ve ne freghi qualcosa, questo è quello che sono.

L’ipocrisia dell’accoglienza

Riporto integralmente un editoriale di Franco Cangini, pubblicato sul Resto del Carlino di sabato 9 maggio, è un po’ sofisticata per i più (me compreso) ma fa molto riflettere.

RIECCOLO, il “fardello dell’uomo bianco”. Poetica invenzione dei cantori ottocenteschi dell’imperialismo, preoccupati di vestire di buoni sentimenti la nuda prevaricazione esercitata dai “popoli della storia” sui “popoli della natura”, in nome del progresso dell’umanità e della legge del più forte. Grazie alla democrazia, “l’uomo bianco” credeva di essersi finalmente sbarazzato di quel faticoso fardello. Con la creazione dell’ONU, all’indomani del conflitto mondiale, tutti i popoli diventavano padroni del proprio destino. Tutti capaci di governarsi da sé, spezzate le catene coloniali. Ma l’evidenza dei fatti dimostra che l’autogoverno non sempre è alla portata di tutti i popoli. Serve molta ipocrisia per gabellare da problema umanitario il problema politico sollevato dall’esistenza, sulla carta geografica, di Stati destituiti di capacità di governo. E’ così che la storia di ripete, si direbbe (marxianamente) in chiave di farsa, se non fosse per l’immensa tragedia delle popolazioni ridotte alla scelta tra la morte per fame o nei massacri tribali, e la speranza di sopravvivenza offerta dalla conversione alla pirateria o dall’approdo alle sponde dell’Europa. Gli ex colonizzati hanno spezzato le loro catene per esserne gravati di più pesanti, da cui cercano scampo inseguendo gli ex colonizzatori a casa loro. E qui bisogna intendersi. Non è ragionevole pretendere che le nostre società del benessere si facciano carico degli effetti dei fallimenti dell’autogoverno, senza la minima possibilità di intervenire sulle cause. Più precisamente, è inaccettabile che anime belle senza vere responsabilità (all’Onu, ma non solo) impugnino nobili principi per indurre l’Italia a vergognarsi della decisione di riportare i migranti illegali alle sponde di partenza, o di tenerli sotto custodia in attesa di identificazione e magari di espulsione, ovvero di non elargire ai nuovi arrivati il trattamento teoricamente spettante ai cittadini in condizioni di bisogno. Non siamo un continente spopolato come l’Australia, o le Americhe d’una volta. Siamo fin troppi e con troppe aspettative insoddisfatte per poterci permettere il lusso della politica della porta aperta, senza rischiare le peggiori conseguenze sulla convivenza civile. L’Onu affronti, se può, le cause del dissesto globale, assumendo il fardello del potere sui territori senza governo e senza legge. Comodo scaricarsi la coscienza a spese altrui.