Tag Archives: multiculturalismo

10 (buone) ragioni per non costruire la moschea a Milano

Il Coordinamento delle Associazioni islamiche di Milano Monza e Brianza (CAIM) ha avviato una simpatica e accattivante campagna con la quale vuole sollecitare la Giunta milanese del Sindaco Pisapia ad autorizzare la costruzione di una grande moschea a Milano in vista ed entro l’EXPO 2015. L’accorato appello di questi giovani fa leva  sull’esempio di convivenza multiculturale che Milano rappresenterebbe oggi, sul fatto che a chiederlo sono anche cittadini milanesi, sul fatto che una moschea serve ma, soprattutto, sul fatto che si tratta di un diritto. Un video ben realizzato, che smuove i cuori, appellandosi al senso di equità e giustizia che contraddistingue tutti (o quasi) i cittadini milanesi.

Vorrei comunque elencare alcune (buone) ragioni per le quali la Giunta milanese non dovrebbe assecondare il CAIM. Continue reading 10 (buone) ragioni per non costruire la moschea a Milano

Relativamente stupidi

Sempre in merito alle violenze perpetrate in mezzo mondo dagli islamici, mi è stato fatto notare da più persone che in realtà il film “The innocence of muslims” è solo un pretesto e che dietro c’è una regia politica. Beh, grazie tante! Proprio non ci ero arrivato! Non vedo, però, come questo fatto debba influenzare quanto finora ho dichiarato. Non vedo proprio come, una volta illuminato a riguardo, la mia opinione sulla cultura islamica debba essere ricalibrata. Il fatto che le azioni violente almeno in parte siano state pianificate da qualche entità ostile alle politiche di Stati Uniti e/o altri paesi occidentali non cambia un beneamato accidente. Questa gente non ha imbracciato armi, impugnato sassi e bottiglie molotov per protestare contro i governi delle nazioni che da secoli giocano con i loro territori come fossero quelli dei Risiko. Le violenze in questione si possono nella stragrande maggioranza sintetizzare in una semplice frase:

Continue reading Relativamente stupidi

Mogli e bit dei paesi tuoi

Oggi su facebook sono stato infastidito da una nuova pubblicità di un sito per incontri. Si chiama muslima.com e, come probabilmente avete intuito dalla foto, è riservato ad un utenza islamica. Dopo una breve indagine, ho scoperto che dietro il sito non si cela la solita associazione islamica che cerca di trasportare i precetti coranici sul web, come avvenne con i motori di ricerca imhalal.com, (vedi post “Perle ai porci“) muslumanoogle.com e altri siti riservati o comunque progettati per maomettiani. A realizzare e gestire il portale è stata la Cupid Media, un’azienda australiana che da più di dieci anni realizza siti di incontri.
«E allora?» direte voi. «Che differenza fa? Qual’è il punto?»
Beh, il punto è che se fosse stata la trovata dei soliti “pseudo fanatici religiosi v2.0” che si sbattono per non far mischiare i musulmani con i miscredenti, la cosa avrebbe avuto poco seguito e sarebbe sfumata. Il fatto però che il portale porti la firma di un’azienda specializzata in siti di incontri significa che l’idea ha mercato. Ergo c’è una considerevole quota di musulmani che non considera neanche l’idea di sposare o uscire con una persona non musulmana. Se a questo sommiamo la nascita in Europa di assicurazioni auto, banche, scuole, eccetera, tutte riservate agli islamici appare evidente come alcune tipologie di immigrati stiano, a tutti gli effetti, fondando delle società parallele, culturalmente impermeabili, all’interno della nostra. Società fortemente ispirate dai sistemi dei paesi di provenienza; il risultato è un sorta di modello socio-culturale parassitizzante, ben lieto di attingere a piene mani dai modelli europei quando si tratta di risorse sociali, welfare, libertà individuali e diritti ma che non accetta in alcun modo di farsi influenzare intellettualmente e culturalmente. Poco importa agli immigrati in questione se il pacchetto di diritti ai quali si possono appellare non appena posano piede in Europa sia l’essenza del modello autoctono. Possono rimanere ottusi e ignoranti, arroccarsi sulle proprie posizioni, conservare le proprie usanze (per tribali che siano), rifiutare il confronto intellettuale e il pluralismo, giovando comunque del succitato pacchetto. Non hanno bisogno di evolversi, per loro è un po’ come essere rimasti a casa e aver vinto la lotteria. Non è un caso che negli ultimi due secoli tutte le riforme progressiste e laiciste avvenute nei paesi a maggioranza islamica sono state calate dall’alto, con la forza tipica delle dittature (vedi post “Inversione di Marcia“). Certi popoli sono culturalmente ottusi e conservatori: dare loro delle libertà per le quali non hanno combattuto serve solo a svilirle.
Il mercato, che a differenza della politica non ha i paraocchi, ha preso coscienza della realtà e vi si è adatto. Muslima.com è solo un esempio tra tanti, basta vedere la pubblicità degli operatori telefonici sugli autobus per averne riprova di quanto sostengo. È triste ammetterlo ma il mercato, ancora una volta, si è dimostrato essere la cartina tornasole più affidabile di tutti, esso rispecchia le tendenze e le mutazioni assai meglio degli studi sociologici, antropologici, politici, ecc.
In questo post (non certo il migliore) non si dice nulla di nuovo, lo sanno anche i sassi che gli islamici, i cinesi e altre etnoculture di importazione sono profondamente endogeni o omogenici (si riproducono solo all’interno del loro ambito). Scrivo queste poche righe dopo mesi di silenzio solamente per stimolare i neuroni dei sostenitori del melting pot, di chi ancora crede nella pacifica convivenza dei popoli nei medisimi spazi sociali, nel reciproco arricchimento culturale, nella valorizzazione delle differenze e altre utopie del genere.

Le società multietniche? Non esitono.

Riporto integralmente un editoriale di Ida Magli, è scritto molto bene.

Non esistono «società» multietniche. Quale che sia la buona fede o l’ingenuità di coloro che si affannano in questi giorni ad affermare il contrario, una società multietnica non può esistere perché una «società» non è data dalla somma di singoli individui, ma dal loro appartenere e vivere in una «cultura». Ogni cultura possiede una sua «forma», creata dalle particolari caratteristiche che distinguono un popolo dall’altro e che si manifestano nella diversa visione del mondo, nella diversa sensibilità nei confronti della natura, nella diversità delle lingue, delle religioni, delle arti, dei costumi, dei sentimenti. Ciò che mantiene in vita una cultura è la «personalità di base» del popolo che l’ha creata, quel particolare insieme di comportamenti che ci fa dire con molta semplicità: gli inglesi sono fatti così, gli americani sono fatti così, gli spagnoli sono fatti così, e che ci permette di riconoscere immediatamente come «tedesca» una sinfonia di Wagner e come «italiana» una sinfonia di Rossini. La diversità delle culture costituisce la maggiore ricchezza della storia umana. Ma le culture muoiono. La storia ci dimostra che anche le più forti, le più ricche, le più potenti, a un certo punto spariscono e non sempre perché distrutte da conquistatori di guerra. È sparita quella straordinaria dell’antico Egitto di cui ci rimane, oltre all’immensa ammirazione per le piramidi, anche la consapevolezza di essere talmente diversi da non sapere come abbiano fatto a costruirle; è sparita quella di Omero, di Fidia, della cui morte non riuscivano a darsi pace prima di tutto i romani che hanno fatto l’impossibile per conservarla in vita, ma in seguito innumerevoli pensatori, poeti, artisti d’Occidente così che a un certo punto Hegel ha perso la pazienza e gli ha gridato in faccia brutalmente l’unica risposta: «Laddove un tempo il sole splendeva sui greci, oggi splende sui turchi, dunque smettetela di affannarvi e non ci pensate più!». È così, infatti: sono gli uomini i creatori e portatori di una cultura; non appena sopraggiungono altri uomini, portatori di un’altra personalità di base, di un’altra cultura, quella invasa deperisce e muore. Non è necessario neanche che gli invasori siano numericamente in maggioranza: l’invasore è sempre il più forte per il fatto stesso che si è impadronito del territorio di un altro e che si aggrappa, molto più che a casa propria, ai costumi, ai cibi, ai riti, alla religione della sua cultura nel timore di perdere la propria identità.
Chiunque neghi questo, nega agli esseri umani, invasori o invasi che siano, ciò che li contraddistingue come «uomini», riducendone i bisogni e gli scopi alla sopravvivenza biologica. «Non di solo pane vive l’uomo». La Conferenza episcopale italiana sembra essersene dimenticata e tocca a noi, italiani e convinti che la nostra «cultura» debba essere salvaguardata, come e più delle altre, anche per tutto quello che contiene della bellezza del messaggio evangelico, domandare ai vescovi se non sia il caso che essi si interroghino, prima di tutto su che cosa significhi per loro definirsi «italiani», e poi su quale sarà il prossimo (vicinissimo) futuro del cristianesimo in Italia. Riteniamo anche che tocchi a noi, proprio perché laici e convinti che la libertà del pensiero sia il patrimonio irrinunciabile dell’Occidente, difendere il messaggio di Gesù dal tentativo sempre più pressante, e tragicamente traditore, di ridurlo a una variante dell’Antico Testamento e, di conseguenza, anche dell’islamismo. Senza la ribellione di Gesù alla mentalità normativa e tabuistica dell’ebraismo, senza la forza del suo comando: «La vostra parola sia: sì sì, no no», così simile all’assoluto valore riposto dai romani nella propria parola, i suoi seguaci non avrebbero capito che il destino del cristianesimo era Roma.
E la sinistra? Strano a dirsi, si comporta più o meno come la Chiesa. Cosa pensa di fare degli italiani, della cultura italiana, quella sinistra che per tanti anni è stata l’unica forza politica a interessarsi di antropologia, a pubblicare Lévi-Strauss, Malinowski, Foucault, Leroi-Gourhan? Perché adesso tace di fronte alla morte della cultura italiana, dopo aver tanto pianto sulla morte delle culture primitive? Perché ci odia? Perché non fa per gli immigrati l’unica cosa giusta e che sarebbe in grado di fare molto meglio degli altri partiti, ossia aiutarli a rimanere nel proprio Paese? Non è iscrivendoli all’anagrafe come italiani che gli stranieri creeranno le melodie di Monteverdi o di Puccini, dipingeranno le Madonne di Raffaello o di Mantegna, scriveranno i versi di Petrarca o di Leopardi. Né si dica che gli stranieri servono a combattere il decremento demografico. Gli italiani fanno pochi figli per tre motivi principali. Il primo: siamo troppi per l’estensione del nostro territorio (260 abitanti per chilometro quadrato contro, per esempio, i 22 abitanti per chilometro quadrato degli Stati Uniti), senza tener conto del fatto che la maggior parte del territorio italiano è formato da montagne. La natura segue le sue leggi di sopravvivenza e, a causa dell’eccessiva densità, fa diminuire la prolificità. Non può sapere che i politici lavorano contro le sue leggi, col risultato che più gente entra, più la natura cerca di far diminuire gli abitanti, ossia gli italiani dato che è nell’interesse degli immigrati fare più figli che possono diventare maggioranza. Il secondo motivo consiste proprio nel senso di condanna a morte che si respira nell’aria. Non c’è bisogno di spiegazioni antropologiche: la gente sente benissimo di essere assediata e che non le è permesso neanche il più piccolo gesto di difesa. A che pro fare figli se non servono a conservare ciò che è italiano? Infine, il terzo motivo: la difficoltà concreta di provvedere ai figli. Questo sarebbe superabile se tutte le forze, il denaro, gli interessi della nazione fossero concentrati sui bisogni della procreazione, delle madri, delle famiglie. Ma non è così. Quel poco che ha fatto il governo Berlusconi, è soltanto un segno di buona volontà, non ciò che sarebbe necessario: una nuova organizzazione impegnata psicologicamente ed economicamente a far nascere molti italiani. E soprattutto, al di là delle cose concrete: cominciare a far sentire agli italiani che qualcuno li ama e vuole che essi vivano.

Silvio teme la Lega e rassicura il suo elettorato con l’ennesima sparata

Berlusconi, politicamente, lo si può apprezzare o meno ma nessuno, con un minimo di onesta intellettuale, può affermare che non sia abile a restare sulla cresta del dibattito politico, sul come lo faccia, con questa o quella uscita anziché gossip da rotocalco di serie B è tutt‘altro discorso. È poi del tutto insignificante, ai fini elettorali e mediatici, che la stessa possa, a breve o grande distanza, essere seccamente smentita, negando persino di averla pronunciata e incolpando la solita stampa di sinistra di aver manipolato e strumentalizzato le sue dichiarazioni. Sarei curioso di vedere anche solo uno dei numerosi intellettuali, plurilaureati, editorialisti, che per lavoro “criticano in Grande Puffo“, con sterili e inutili appellativi, rifacendosi a valori ormai triti e ritriti quali l’anti-fascismo, il pluralismo, millantando chissà quale pericolo per la democrazia del nostro paese. Nessuno mai che abbia il coraggio professionale o politico di analizzare oggettivamente i suoi comportamenti e gli effetti che essi hanno sull’elettorato. Io, nonostante la mia inesperienza ci voglio provare. Prendiamo, a titolo di esempio, l’ultimo tema del dibattito politico pre-elettorale: l’immigrazione irregolare, i rimpatri dei clandestini e l’imminente approvazione del Pacchetto Sicurezza al Senato e l’ultima sparata del Puffo con il cappello rosso in tema di multiculturalismo. Un anno di governo ci è voluto affinché il nostro Ministro Bobo (probabilimente il migliore della squadra) riuscisse nel difficile (perché lo vedremo un’altra volta) compito di rimpatriare i soliti clandestini che hanno tentato la fortuna attraversando il mediterraneo. Fermo restando che, numeri alla mano, il fenomeno degli sbarchi è una porzione davvero irrisoria del problema clandestinità, il fatto che alla fine il barcone abbia dovuto virare alla volta del continente nero rappresenta una vera e propria dimostrazione di fermezza, costanza e personalità politica che, senza rimpiangerlo, nella penisola non si vedeva dai tempi del ventennio. Non sono tardati ad arrivare i commenti dei vari schieramenti, il PD gioca di sponda con Franceschini che lancia l’allarme leggi raziali e deportazioni da una parte e Fassino che precisa come il rimpatrio dei clandestini sia assolutamente legittimo. Ha sbagliato chi ha pensato alla solita divisione interna all’interno del mal partorito partito di centro-centro-centro-sinistra; in realtà, in vista delle imminenti elezioni, l’ex esponente del PCI e l’ex DC stanno cercando di salvare, elettoralmente parlando, capra e cavolo facendo breccia sia su quell’elettorato di sinistra che ancora teme un ritorno del fascismo, sia su quello che, nonostante l’appartenenza politica, non ne può più dell’immigrazione regolare che lo ha messo in cassa integrazione sia di quella irregolare che non lo fa più uscire la sera. Poi abbiamo Casini che, leggendo il pizzino di Ratzingher (si scrive così?),si dice sconcertato e ricorda come il nostro paese abbia bisogno di muli da soma per le nostre fabbriche e badanti per i nostri anziani. Anche Fini (il più probabile mandante dei franchi tiratori al Pacchetto sicurezza) che non perde occasione per rinnegare le proprie origini, critica fortemente i rimpatri, facendo eco a Franceschini. Come potevano mancare le critiche dalle solite associazioni umanitarie buoniste e dalla Curia&Co.® Ma Silvio no, lui non guarda in faccia a nessuno, Vaticano compreso e, come a voler competere con Salvini (la cui uscita merita un post tutto per lui) afferma di non volere un Italia multiculturale spiazzando tutti, soprattutto i suoi. In realtà polemica a parte le sue intenzioni sono molto chiare: dopo i casini con le vallette candidate alle europee e il divorzio (e fanno due) con la Lario il Presidente del Consiglio cerca di recuperare un po’ dei voti che la Lega gli sta portando via al Nord, dimostrando ancora una volta di essere avanti anni luce rispetto a la sua schiera di tirapiedi.