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Definizioni e previsioni

Lo scenario politico italiano è oggi molto instabile. Prima di essere completamente stravolto per l’ennesima volta facciamo un’istantanea dei principali movimenti politici tornando indietro di qualche giorno.
Partito Democratico
Anagraficamente, un bambino della Politica, è nato prematuro e con numerose malformazioni. D’altronde, cosa ti aspetti quando fai accoppiare comunisti e democristiani, storici nemici per quasi quarant’anni. Fin dalla sua nascita è in costante calo di consensi e ha trascinato con se il resto della sinistra italiana. Ha uno Statuto da Bar dello Sport e non ha una linea politica unitaria. Grosso modo è organizzato così:

  1. il Segretario nazionale è eletto con metodo maggioritario da tutti (tesserati, non tesserati, tesserati di un altro partito, minorenni)
  2. una volta eletto, tutti a remargli contro, finché non si dimette e avanti il prossimo.

Popolo della Libertà
Se il PD è il frutto di un accoppiamento impossibile, il PDL è un matrimonio combinato per interesse. Più che un partito, è un Fan Club. Non c’è un linea politica, se non quella del Presidentissimo alla quale tutti devono diligentemente allinearsi, per questa ragione e per salvare le apparenze si definiscono “moderati” ma in sostanza non sono né carne, né pesce. Ogni dissenso interno, nei rari casi in cui si manifesta, viene messo a tacere con le buone o con le cattive. I movimenti politici che hanno contribuito a fondarlo hanno perso identità, diventando gli schiacciabottoni di questa o quella lobby. Qualche esempio: Capezzone e Della Vedova che prendono le difese del Vaticano. I recenti problemi con Fini, senza voler parteggiare per lui (ci mancherebbe altro), confermano quanto sopra esposto. Ricapitolando il PDL di forte ha solo il Re, non c’è nessuna Corte o Esercito, solo giullari.
Italia dei Valori con Di Pietro
Un partito definibile con una semplice equazione matematica [Berlusconi * (-1/10)]. In pratica gli tocca un decimo dei voti rispetto al suo avversario politico e, nonostante l’emorragia di voti del PD, non riesce a intercettarne molti. Dopo tutto un partito giustizialista guidato da politici meridionali non può fare molta strada.
Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro
La matematica dimostrazione della svolta e del consolidamento bipolarista italiano. Fino a qualche giorno fa rappresentava un problema trascurabile ma, dopo i numeri di Fini, tutto torna in discussione. Più avanti vedremo perché.
Lega Nord per l’Indipendenza della Padania
In assoluto la forza con il rapporto voti/influenza migliore. Zero polemiche interne, giù a testa e bassa e lavorare o col cavolo che i padani li rivotano. Pragmatismo ed efficienza, le parole d’ordine. L’unico partito che, per ora, non risponde a nessuna lobby. Un Re, Umberto Bossi, capace e di governare e farsi amare, una Corte affidabile e fedelissima e un radicamento territoriale che ricorda il PCI dei tempi d’oro. Il tutto supportato da un Esercito molto ben organizzato (Presidenti di Regione, Sindaci e Assessori) che lavorano bene e si fanno amare dalla plebaglia.
IPOTESI SUL FUTURO
Azzardiamo adesso qualche ipotesi.
Fini, oggettivamente, rappresenta la più importante incognita politica della Seconda Repubblica. Per farci un’idea di chi è Fini e prevedere il suo comportamento dobbiamo ripercorrere la sua storia politica. Lo stesso Fini, che oggi chiede a gran voce il congresso nazionale, deve la propria carriera proprio al rovesciamento di un congresso. Nel lontano 1977 l’attuale Presidente della Camera, all’epoca tirapiedi di Almirante, Segretario del Movimento Sociale Italiano, si candida alla guida del Fronte della Gioventù, competizione dove si classifica solo quinto (su sette); Almirante, però, rovescia il risultato del congresso nominandolo Segretario Nazionale, segnando così l’inizio di una delle carriere politiche più interessanti e controverse del nostro paese. Fini acquisisce sempre più potere all’interno del Movimento e viene indicato da Almirante come suo successore. Almirante morirà nel 1988, un anno dopo aver fatto eleggere il suo delfino Segretario Nazionale. L’inizio non è dei migliori, il neo-segretario Fini resterà in carica solo due anni, sarà, infatti, scalzato da Rauti nel Congresso di Rimini del 1990. Rauti però non ha la stoffa del Segretario Nazionale e, dopo un risultato decisamente deludente alle Amministrative siciliane, viene sfiduciato dal Comitato centrale che restituisce a Gianfranco il ruolo di Segretario. Cinque anni dopo Fini scioglie l’MSI per fondare Alleanza Nazionale, partito nel quale si ritaglia il ruolo di Presidente. Dopo 12 anni alla guida di AN e la bellezza di zero congressi nazionali, viene sciolta anche AN che, assieme a Forza Italia e altri partiti minori, si fonde nel Popolo della Libertà. Fini di primo acchito non vede di buon occhio la richiesta/pretesa di Berlusconi di confluire nel partito unico affermando pubblicamente di non essere in vendita; allora Silvio si compra Storace, esponente di spicco di AN, il quale fonda La Destra che destabilizza il partito di Fini, portando via numerosi esponenti ed eletti. Una volta sceso sotto il dieci percento di consensi, Fini è costretto da arrendersi, svendendo se stesso e il suo Partito a Berlusconi. Nelle Politiche del 2008 FI e AN si presentano sotto il simbolo unico del PDL che però formalmente nascerà solo qualche mese più tardi. Gianfranco che tutto è tranne che stupido, rifiuterà incarichi all’interno dell’Esecutivo, ritagliandosi un ruolo istituzionale di garanzia, la Presidenza della Camera. Le ragioni sono di facile comprensione: l’ex leader di AN è conscio di avere sempre meno spazio politico, da una parte c’è la forte e indiscussa leadership di Berlusconi cbe gli fa ombra e dall’altra il pragmatismo e la capacità della  Lega di intercettare gli umori dei cittadini. Come assicurarsi, allora, un futuro politico?

  1. rimanendo fuori dal Governo così nessuno lo può accusare di complicità nelle maialate dell’Esecutivo;
  2. facendo sempre il bastian contrario in modo da intercettare le simpatie sia di chi a centro destra non ama Berlusconi, sia di chi a sinistra è stanco di votare a sinistra (e sono parecchi), sia di chi a destra, centro e sinistra non apprezza il lavoro del Governo;

Dopo questa interminabile ma necessaria premessa veniamo alle previsioni, disposte in ordini di probabilità:

  1. Entro 6 mesi, massimo un anno, Fini e una ventina tra deputati e senatori lasceranno il PDL, unendosi a Casini, Rutelli e Montezemolo e fondando un grande partito centralista di centro,  segretamente finanziato da Stati Uniti e Vaticano che rimarrà dormiente fino alla morte fisica e/o politica di Berlusconi. Nel frattempo i rapporti tra Lega e Berlusconi si consolideranno e il Movimento di Bossi diventerà sempre più forte. Purtoppo o per fortuna (a seconda dei punti di vista) prima dell’approvazione delle riforme costituzionali in chiave federalista tanto volute dal Carroccio, qualcosa di grave accadrà facendo ripiombare l’Italia nella Prima Repubblica.
  2. A Fini non “entra la scala”, i suoi lo sfanculano all’istante e lui si ritroverà a vagare solo e abbandonato nel Gruppo Misto alla Camera assieme a Guzzanti che gli darà del Bolscevico, Montezemolo tornerà a fare l’imprenditore, Casini il democristiano dal 4% e Rutelli il fotomodello. La Lega porterà a casa il federalismo, quello vero ed esprimerà un candidato Presidente del Consiglio. A Silvio toccherà il Colle e passerà tutte le vacanze assieme al suo caro amico Putin. 

Cappotto

Che dire del risultato delle elezioni regionali senza sembrare ovvi e ripetitivi?
Non ne ho idea, quindi temo che sarò ovvio e ripetitivo.
Sconfitti:

Il Partito Democratico si conferma vincitore nelle regioni storicamente rosse anche se ne esce complessivamente a pezzi. Molto bene in Toscana dove il candidato si aggiudica quasi il 60%, rossa anche l’Emilia Romagna anche se Errani perde 400.000 voti (10%). Bene anche la Liguria dove il candidato uscente conferma i consensi. Assolutamente scontate le vittorie in Basilicata, Umbria e Marche dove il Centro destra non è molto presente o è molto male organizzato; oggettivamente bravo Vendola che però, lo ricordiamo, non è del PD. In sostanza, ci sono regioni dove il PD ha tenuto, altre dove è calato ma ha vinto, altre ancora dove e calato e ha perso ma non ci sono regioni dove è cresciuto e ha portato via la poltrona a qualcuno.

La politica dei due forni dell’Unione di Centro non ha premiato e, salvo in Lazio e in Campania dove i suoi voti sono stati decisivi, ha sostanzialmente fatto un flop. Casini si dovrà rassegnare: gli italiani sono diventati bipolaristi convinti.

Il Popolo della Libertà anche se ha strappato al centro sinistra molte regioni, tiene solo in Lombardia, nel resto del Paese cala e dove vince lo fa solo perché gli avversari sono calati di più (al sud) o dove l’apporto della Lega Nord ha compensato la sfiducia dell’elettorato nei suoi confronti. Berlusconi dovrà fare ancora una volta i conti con un partito (il secondo che fonda) assai meno popolare di lui. 

La c.d. “sinistra radicale” si salva solamente in Puglia dove conferma il Presidente uscente Vendola, qualche consigliere regionale qua e là ma, di sicuro, non potrà più dettare l’agenda politica di nessuno.



Vincitori:

Nessuno e dico NESSUNO (neanche l’Unità) può mettere in discussione il fatto che il vincitore morale e materiale di queste elezioni regionali sia la Lega Nord. Il partito di Bossi fa il pieno di voti ovunque si presenta. In Veneto supera di più di 10 punti percentuale il PDL e consegna palazzo Balbi all’ormai ex Ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia che supera il 60% dei consensi. Cota si aggiudica il Piemonte, fino a ieri baluardo della sinistra e lo fa senza l’apporto dei casiniani (o casinisti). Cresce anche in Lombardia ma senza superare il PDL che, oltre al candidato Presidente, può contare sul decisivo apporto di Comunione e Liberazione, influente in Lombardia quanto le cooperative lo sono in Emilia. La crescita è comunque tale da permettere al partito federalista di pretendere il prossimo candidato Sindaco di Milano. In Emilia triplica i voti, elegge un consigliere regionale anche in Toscana e in Umbria. Unici fallimenti: Lecco, dove Castelli non diventa sindaco e Venezia, dove Brunetta (PDL) viene punito dall’astensionismo leghista. 

Grillo e il suo Movimento 5 Stelle sono la vera rivelazione di queste elezioni. Le liste del comico genovese eleggono due consiglieri regionali in Piemonte (con un 4.06% di voti tolti principalmente alla Bresso) e due in Emilia-Romagna (7%). Che Grillo piaccia o meno, il risultato delle sue liste civiche è notevole e rappresenta una novità nel palcoscenico della politica italiana. Adesso vedremo se un movimento considerato “di protesta” sarà in grado di fare delle proposte e, soprattutto, di portarle in porto. Un’occasione imperdibile per l’anti-politica, anche se sarebbe più corretto definirla politica anti-sistemica o anti-partitica. L’M5S (acronimo di Movimento Cinque Stelle) fa però un buco nell’acqua in Campania dove la voglia di cambiamento non è mai esistita  (ndr) e in Veneto dove la Lega e gli altri movimenti identitari intercettano il sentimento di protesta e antipolitica.

Gli equilibri politici sono sensibilmente cambiati: il Centro sinistra è passato da controllare 16 regioni alle attuali 9, il Centro destra da 4 a 11. Ma analizzando i dati demografici ed economici si evidenziano variazioni assai maggiori. Il Centro sinistra controllava 38.145.000 cittadini contro i 18.850.000 del Centro destra, ora il Centro sinistra ne governa solo 17.000.000 contro i 40.000.000 del Centro destra. Per quanto riguarda l’economia il trend è il medesimo, nel 2005 le regioni rosse gestivano il 65% del PIL, ora ridotto a 30%. Con questi numeri il Federalismo (anche quello istituzionale) non è più un miraggio, bensì un obbiettivo raggiungibile. Speriamo solo che la Lega non si lasci ubriacare dai troppi voti e dimentichi i suoi obbiettivi lasciandosi distrarre da questo o quell’altro crocifisso (ndr).

Alla faccia vostra

Ieri la Lega Nord ha presentato un Disegno di Legge la cui approvazione (improbabile) metterebbe la parola “fine” a qualsivoglia ambiguità politica o giudiziaria sulla questione “Burqa, niqab e simili”.

In realtà la Legge italiana è già piuttosto chiara in merito e dispone il divieto, in assenza di una ragionevole motivazione, di coprirsi il volto in pubblico, ostacolando l’identificazione. La Legge è la n. 152 del 1975, nota anche col nome di Legge Reale, dal nome del redattore, l’allora Ministro, Oronzo Reale.
Proprio la questione sulla ragionevole motivazione, inserita per consentire ai cittadini di poter indossare il casco quando si è in moto, la maschera a Carnevale o quella da saldatore, ha permesso alle toghe italiche di pronunciarsi sempre a favore delle diversamente vestite, ritenendo i precetti religiosi islamici una ragionevole motivazione. Leggiamo il testo del disegno di legge leghista che altro non è un emendamento della succitata Legge ma che, nonostante questo, ha suscitato numerose polemiche.

Legge n°152 del 1975 e successive modificazioni.

È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino.

Il contravventore è punito con l’arresto da uno a due anni e con l’ammenda da 1.000 a 2.000 euro. 

Per la contravvenzione di cui al presente articolo è facoltativo l’arresto in flagranza.

Se la proposta di legge dovesse passare, la parte in rosso, tanto cara alla magistratura italiana, sarebbe rimossa.

Si. Tutto qui. Che razzisti quelli della Lega! Vero?

Vediamo le reazioni molto eterogenee e originali della politica italiana:

Fabio Granata (PDL): “L’uso del burqa si supera con politiche, e leggi, di integrazione e cittadinanza, non con il carcere o strappandolo”. Lo dice Fabio Granata, capogruppo Pdl in commissione Cultura. Di tutto c’e’ bisogno tranne che di proposte legislative o gesti che aumentino la conflittualita’ con il variegato mondo islamico, verso il quale solo coltivando rispetto e dialogo favoriremo l’integrazione e isoleremo le spinte fondamentaliste”.

Marta Vincenzi, Sindaco di Genova (PD) è d’accordo. O, meglio, no. Nel senso che è d’accordo a vietare il Burqa ma non per le ragioni della Lega: “Sono d’accordo col divieto di usare il burqa ma non per le motivazioni della Lega dalle quali prendo le distanze. Prima di tutto vengono i diritti delle persone e quindi delle donne a mostrare il loro volto. Un diritto che non può essere negato sulla base di un’ipotetica religione di provenienza. Non mi sfuggono le motivazioni della Lega connesse al tema della sicurezza e non le condivido. Ritengo che prima di tutto debbano essere rispettati i diritti individuali delle persone, che devono essere meglio ribaditi, e quindi dico no al relativismo culturale, al burqa, all’infibulazione e a qualsiasi tipo di mutilazione. Sono in accordo con Emma Bonino sull’argomento e invito i miei compagni di partito a non essere ”timorosi” e auspica che ci siano proposte anche da parte della sinistra. Ho messo ben in chiaro questi concetti nella convenzione firmata con la comunità islamica genovese, che dovrebbe portare alla costruzione della moschea nel capoluogo ligure.”

Donatella Ferranti (PD): “È una norma incostituzionale che lede la libertà religiosa e sono del tutto strumentali i richiami all’ordine pubblico. La verità è che si vuole colpire gli immigrati islamici nel loro intimo. Ma come può una legge parlare di affiliazione religiosa? Le suore sarebbero affiliate? Ma stiamo scherzando? Come si puo’ pensare di modificare una cultura con una norma? L’unico effetto dell’entrata in vigore di questa legge sarebbe quello di segregare in casa le donne islamiche.” Mi sfugge dov’è che la legge parla di religione ma sarà una mia svista. Poi, giustamente, fa osservare che,  sempre per colpa della Lega, queste povere donne, prive del burqa non potranno più uscire di casa.

Alessandra Mussolini (PDL): Manderebbe in galera chi costringe la moglie a indossare il burqa ma è contraria a vietarlo. Vorrei essere sicuro quanto lei sul fatto le donne islamiche, oggetto di soprusi del genere, denunceranno i consorti alle autorità preposte.

Emma Bonino (Radicale in forza PD): “È da tempo immemorabile che sostengo che indossare il burqa o il niqab integrale in pubblico viola non solo le leggi dello Stato in materia di sicurezza, ma soprattutto un concetto base della democrazia e dello Stato di diritto, quello della piena assunzione della responsabilità individuale. Per questo a nessuno è concesso di celare la propria identita’, anche se in nome di usanze tribali. Di questo si tratta e non di Islam, come da anni ci spiega l’Imam Tantawi ed altre alte cariche della sunna islamica, compreso in questi stessi giorni. Cosa c’entri poi il fatto di garantire la libertà religiosa, come affermato da qualche collega del Pd (Marta Vincenzi, vedi sopra) è un mistero”.

Ad aggiungere pittoricità alla vicenda c’è anche il fatto che il burqa (afganistan) e il niqab (arabia) mentre stanno spopolano in Europa, siano ormai demodè nei paesi originari e non pochi intellettuali islamici del posto, che guarda caso sono sempre anche leader religiosi, gli hanno ampiamente “scomunicati”. Si può quindi affermare che un ulteriore ostacolo all’emancipazione della donna islamica sia rappresentato da quella schiera di post-sessantottini e vetero democristiani che, pur di difendere la libertà di religione di qualcuno, sono disposti a privare lo stesso di molte altre libertà.
A proposito di emancipazione, avete visto il tiggì di oggi?
Una quindicenne di origini islamiche si è presentata dai carabinieri perché temeva di fare la stessa fine di Hina e Saana, ora è ospitata in una struttura pubblica e il padre è stato denunciato per maltrattamenti domestici. Suggerisco di integrare il soggetto con il fondo del mediterraneo, scafisti docet.

itagliani in cincue hanni

La classe politica italiana non si smentisce mai. Il Carroccio, dopo aver combattuto aspre battaglie in Parlamento e fuori, ha ingenuamente pensato di aver vinto il duello contro le lobby terzomondiste e assistenzialiste di entrambi gli schieramenti; si sbagliava di grosso. Come da copione, l’altro ieri una Proposta di Legge bipartisan è stata presentata alla Camera dei Deputati: il documento, partito dai banchi dei fedelissimi di Fini, è stato sottoscritto da una cinquantina di deputati appartenenti a tutti i gli schieramenti tranne, appunto, la Lega Nord. La cosa strana non sta nel fatto che i deputati del PDL disattendano palesemente gli impegni elettorali del 2008, oggetto, tra l’altro, di un massiccia campagna mediatica (vedi illustrazioni) con tanto di modulo per la raccolta firme che circolava già durante il Governo Prodi, bensì il fatto che lo stiano facendo a pochi mesi dalle elezioni regionali. Vogliono forse i pidiellini consegnare alla Lega, oltre al Veneto, anche la Lombardia? Proprio non capisco! Cosa si nasconde dietro l’iniziativa dei radical-finiani, tanto affannosamente condivisa dall’opposizione?
Di certo sono tante le critiche che si potrebbero muovere all’indirizzo del Presidente della Camera e la sua claque ma non si può certo definirli degli stupidi: avranno, senz’altro, fatto i loro conti. Se sono corretti o meno, lo scopriremo a fine marzo; per ora, azzardiamo un’ipotesi.
Forse il PDL, spaventato dalla Lega, sta facendo lo stesso errore che alla sinistra è costato molto, cioè vezzeggiare gli immigrati nella speranza di carpire il loro voto. Disegno politico discutibile ma senza dubbio sensato: gli immigrati non hanno molto in simpatia i borghesucoli della sinistra italiana, molti di loro provengono, addirittura, da paesi che hanno o hanno avuto regimi di stampo marxista. Sentendoli parlare, inoltre, sembrano decisamente più inclini a destra che a sinistra, nonostante le politiche di accoglienza e assistenza di quest’ultima. Quindi, ammesso che siano interessati a partecipare alla vita democratica del paese, se non votano per il PDL è solo perché è alleato con la Lega Nord, tanto al Governo nazionale, quanto in molte Amministrazioni locali.
In cuor mio spero vivamente di sbagliarmi; se così non fosse, vorrebbe dire che, in tema d’immigrazione, abbiamo già raggiunto la massa critica, che siamo arrivati al punto nel quale il voto degli immigrati, (quelli con già la cittadinanza s’intende) è politicamente rilevante. Fortunatamente, vuoi la trafila burocratica, vuoi i 10 anni di residenza necessari, vuoi che gli immigrati non sono molto interessati a votare, la loro croce sulla scheda, anche se politicamente rilevante, non è ancora politicamente determinante. Quindi come accelerare il percorso democratizzazione dei nuovi arrivati, senz’altro più facili da abbindolare con false promesse rispetto agli smaliziati autoctoni?
Detto, fatto e la trovata dei cinque anni per avere la cittadinanza, messa in naftalina dal centro sinistra, viene recuperata da Gianfranco & Co. sul quale sembra avere ragione Bossi: l’iniziativa altro non è che il canto del cigno dell’ex leader di AN; sicuramente saranno più i voti che l’iniziativa farà perdere al PDL rispetto a quelli che potrebbe guadagnare. Se consideriamo anche che, con l’attuale Maggioranza, le probabilità che il testo diventi Legge dello Stato sono scarsine, i finiani e sinistri stanno facendo un sacco di fatica per niente.

Partito Demo…lito

Grillo ce l’ha fatta, è il tesserato numero 40 del circolo Martin Luther King di Paternopoli, un comune dell’avellinese. Il segretario del circolo, motivando la decisione di tesserare il comico genovese, ha dichiarato che, stando allo statuto, nulla ostava a Grillo di avere la sua tessera e ha così colto l’occasione per lanciare una forte provocazione ai vertici nazionali la cui popolarità, tra tesserati e non, è ai minimi storici.
Beppe non è insolito a trovate del genere, qualche anno fa, convinse un gran numero di azionisti Telecom a delegarlo al congresso degli azionisti, diventando in questo modo il principale azionista dell’azienda di telecomunicazioni. La cosa finì in una bolla di sapone, un paio di leggi e regolamenti gli hanno, infatti, impedito di “votare” per conto dei deleganti. Ha comunque avuto un quarto d’ora per fare il suo discorso ai soci che poi lo hanno prontamente sfanculato.
Quest’ennesima trovata di Grillo rappresenta un fulmine a cel sereno per i capoccia del PD, che da qualche settimana si stanno cimentando nella competizione interna per la Segreteria del partito. Il congresso che si terrà ad ottobre, vede tra i nomi più accreditati il Segretario uscente Dario Franceschini (ex DC, ex Margherita) e Pierluigi Bersani (ex PC, ex DS).
Tutti erano impegnati a pianificare nuove alleanze, sotterfugi e colpi bassi quando l’incidentato partito si è visto piombare addosso un caterpillar politico, l’ennesimo. Beppe è solito piacere agli elettori di centro sinistra ed un recente sondaggio di Crespi darebbe Grillo a circa il 20%, una percentuale tutt’altro indifferente che scombina i piani di tutti gli altri candidati.
La direzione campana del Partito democratico è adesso impegnatissima a cercare cavilli e clausole per estromettere il comico genovese dal movimento, questi, d’altro canto, dovrà darsi parecchio da fare per rimediare, in soli 2 giorni, le 2000 firme necessarie per presentare la candidatura alla segreteria nazionale.
Personalmente dubito che vedremo il nome del comico nelle schede delle prossime primarie ma, se dovesse accadere, Grillo dovrà imparare ad affrontare un contradditorio pubblico, cosa che, abilmente, evita da anni.
Pur non stimando il nuovo, sfortunato schieramento di centro sinistra mi auguro che alla fine la spunti Bersani facendo riconquistare al movimento qualche punto. Questo farà spaventare gli Amministratori di centro destra (Lega esclusa) che hanno recentemente strappato la poltrona alla sinistra, e che per attaccamento ad essa, s’impegneranno maggiormente nell’attività di governo, a beneficio del territorio e dei cittadini.

Cari maniaci…

Ieri la camera ha approvato il testo unificato in tema di contrasto alla violenza sessuale. Il testo è stato ottenuto dalla fusione di ben 12 progetti di legge redatti dai diversi schieramenti politici. Il testo uscito dalla Commissione Giustizia (referente) ha trovato l’accoglimento bipartisan di tutti i gruppi parlamentari, stando, almeno, alle dichiarazioni di voto dei Capigruppo.


Il provvedimento, ha spiegato in aula la relatrice del documento, Carolina Lussana (Lega Nord), è «un ulteriore tassello di un più ampio e complesso disegno volto a garantire adeguate forme di tutela per le vittime di violenza sessuale, reato la cui gravità è tale da condizionare negativamente il resto della vita di chi lo subisce»

Vediamo adesso quali cambiamenti saranno introdotti dalla nuova norma, che, prima di diventare Legge dovrà comunque attendere il passaggio (e l’approvazione) in Senato. (fonte “il Sole 24 ore”)
  1. Inasprito il regime sanzionatorio per violenza sessuale. Al posto della reclusione da 5 a 10 anni si prevede la prigione da 6 a 12 anni. Stessa pena per chi induce qualcuno a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa o la trae in inganno in inganno sostituendosi ad altra persona. Stralciata la norma che prevedeva l’ergastolo se dalla violenza deriva la morte della persona offesa: si è trattato di un emendamento tecnico, come spiega l’onorevole Manlio Contento (Pdl), che ha proposto la modifcia in aula alla Camera in quanto in sede di approvazione del provvedimento sullo stalking la norma era già stata introdotta.
  2. Raddoppiano i termini di prescrizione nei casi di violenza sessuale. Fra le novità raddoppiano i termini di prescrizione del reato nei casi di reato di violenza sessuale. L’aggravante scatta nei casi in cui la violenza sessuale è commessa sui minori di sedici anni (nel codice attuale la soglia d’età è quattordici anni), con l’uso di armi, di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti o di altri strumenti; o da persona travisata o che simula la qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio. Aggravante anche se la violenza è compiuta su una persona sottoposta a limitazioni di libertà personale, su una donna incinta, su persona in condizioni di inferiorità fisica o psichica, su un disabile. L’aggravante, cioè la reclusione dai sette ai quindici anni, scatta anche nel caso in cui la violenza sessuale venga commessa da un ascendente, da un genitore anche se adottivo o da un tutore o nel caso in cui il delitto avvenga sul luogo di lavoro con abuso di relazioni di ufficio o di prestazione d’opera. Aumentano gli anni di reclusione fino a sedici anni se il fatto è commesso su un minore di dieci anni.
  3. Sanzioni più forti per la violenza di gruppo. Reclusione da sette a sedici anni (la pena massima attuale è di 12 anni) per violenza di gruppo. Se ricorrono le circostanze aggravanti la pena può arrivare a 20 anni e non può essere comunque inferiore a dodici anni se la vittima ha meno di dieci anni o se dalla violenza deriva una lesione personale grave, se la lesione personale è gravissima la pena non può essere inferiore a quindici anni. La pena è aumentata fino alla metà nel caso di recidiva mentre diminuisce per il partecipante che abbia avuto una minima importanza nella preparazione o nell’esecuzione del reato.
  4. Ente locale e presidenza del Consiglio possono intervenire in giudizio. L’ente locale impegnato direttamente o tramite i servizi per l’assistenza della vittima e il centro antiviolenza possono intervenire in giudizio. Come può farlo pure la presidenza del Consiglio, anche attraverso l’osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile.
  5. Iniziative scolastiche contro la violenza e la discriminazione sessuale. Un emendamento inserito in aula prevede che il ministro dell’Istruzione, nei limiti degli ordinari stanziamento di bilancio, possa promuovere, nell’ambito di programmi scolastici delle scuole di ogni ordine e grado, iniziative di sensibilizzazione, informazione e formazione contro la violenza e discriminazione sessuale.

È stata invece stralciata la norma cosiddetta “wanted”. La disposizione che prevedeva la possibilità per il questore di disporre l’affissione – in luoghi o esercizi pubblici e sui mezzi di trasporto – dell’identikit o della foto segnaletica dei ricercati per delitti di violenza sessuale, atti sessuali con minorenni o violenza sessuale di gruppo.

La rimozione di questa norma, fortemente osteggiata dal PD e da parte del PDL ha consentito l’approvazione del testo con voto trasversale.
Però, anche se la maggioranza ha srotolato i tappeti rossi all’opposizione, accogliendo molte delle modifiche richieste, il Partito Democratico ha avuto il coraggio e la sfacciatagine di richiedere il voto segreto.
Ed ecco che 29 anonimi deputati hanno votato no. Forse il PD ha voluto evitare che sugli autobus, anzichè il faccione del Segretario di turno, ci finisse quello di qualche loro altro coordinatore di sezione con il vezzo del sesso non consensuale.

Bah, io, oltre ai manifesti con i volti dei maniaci sessuali, vorrei che si appendessero quelli con i volti (e i nomi) di chi ha votato contro il provvedimento. Perchè, senz’altro non voglio che un maniaco viva difronte alla scuola dove va mio figlio, na non vorrei neanche che certi franchi tiratori (che hanno senz’altro un ossario nell’armadio) venissero rieletti.

Democrazia, portami via…